Alfabeto Camus. Lessico della rivolta – Recensione di Nanni Salio

Antonio Castronovo, Alfabeto Camus. Lessico della rivolta, Stampa Alternativa, Viterbo 2011, pp. 252 

Nel 2010 è caduto il 50° anniversario della prematura morte, a soli 46 anni, di Albert Camus, vittima di un incidente stradale. E quest’anno, 2013, cade il centenario della nascita. Due occasioni per ricordare l’opera di uno dei più importanti personaggi del Novecento.

Nella prima parte del suo lavoro, Alberto Castronovo si immagina una “intervista” a Camus, che gli permette di presentarlo sia dal punto di vista biografico sia delle sue opere e del suo pensiero. La seconda è un nutrito lessico di parole chiave, tra le quali spiccano, oltre a quelle dei suoi testi classici (Lo straniero, La peste, L’uomo in rivolta), le tre parole chiave sulle quali si articola il suo pensiero: assurdo, rivolta, straniero. Ma l’intero lessico è un utile strumento introduttivo a Camus, sopratutto per chi si accosta per la prima volta alla sua opera.

Proprio a partire da questo lavoro, è stato immediato chiedermi qual è il rapporto tra Camus e la nonviolenza, che a me appare intuitivamente evidente. Con un po’ di pazienza ho scoperto riflessioni assai interessanti che consentono di arricchire ulteriormente il testo elaborato da Castronovo. L’autore mi permetta pertanto di segnalarne alcune tra le più significative.

Riferendosi ad Aldo Capitini, Goffredo Fofi nota come “Un suo grande contemporaneo, Albert Camus, elaborò una formula che doveva forse piacere a Capitini: “mi rivolto dunque siamo”, ma non precisava modi e mezzi della ribellione (www.lostraniero.net Archivio 2005Maggio – N. 5 9). E in un altro commento, Fofi aggiunge: “con la differenza che Capitini aveva individuato, sulla scia di Gandhi, i modi in cui sarebbe sato possibile, in cui sarebbe tuttora possibile intervenire sulla realtà, cominciando dalle ingiustizie che sono più evidenti, quelle sociali”. (Aldo Capitini. Quarantanni dopo di Goffredo Fofi,”Il Mattino”, 19 ottobre 2008)

La voce “anarchia” del lessico di cui sopra potrebbe trasformarsi in “anarchia e nonviolenza”, un legame quanto mai importante proprio a partire da Camus e non solo, come fa in modo intellligente e profondo Lou Marin attivista nei movimenti anarchici nonviolenti tedeschi e coordinatore della rivista francese Anarchisme et non-violence (http://anarchismenonviolence2.org).

Il suo pseudonimo è un omaggio evidente ad Albert Camus, che ha vissuto gli ultimi anni della sua vita anel villaggio francese di Lourmarin, dov’è tuttora sepolto. Da segnalare l’importante lavoro di Lou Marin: “Camus And Gandhi- Essays on Political Philosophy in Hammaskjöld Times”, Critical currents n. 3, april 2008 (www.dhf.uu.se). L’accostamento a Gandhi è tutt’altro che casuale. Camus ammirava Gandhi e respingeva ogni forma di violenza, sebbene sia rimasto parzialmente dubbioso: “Credo che la violenza sia inevitabile…Dico soltanto che bisogna rifiutare ogni legittimazione della violenza”. Comunque, con molta umiltà Camus disse che per la nonviolenza «Il y faut une grandeur que je n’ai pas» (“occorre unauna grandezza morale che io non ho”; citato, tra gli altri, da Stephen Hessel, http://www.liberation.fr/politiques/01012318312-hessel-du-basque-a-l-hebreu).

Un altro lavoro specifico e originale è quello di Danny Landau, “Why I Can’t Say ‘No’”: Albert Camus and Mahatma Gandhi Respond to Infinitie Responsability (http://wesscholar.wesleyan.edu/do/search/?q=danny%20landau&start=0&context=509200) dove l’autore mette a confronto l’umanesimo impegnato e concreto di Camus e di Gandhi con le teorie filosofiche di Emmanuel Levinas e Knud Ejler Løgstrop (teologo e filosofo danese). L’autore conclude il suo studio affermando che “Camus e Gandhi hanno cambiato il mio modo di pensare su un movimentodi resistenza nonviolenta sostenuto da un ragionevole e disciplinato umanesimo: potrebbe essere una forza davvero formidabile”. Questo è anche l’atto di ribellione cosciente e concreto alla realtà del mondo così com’è oggi, punto di incrocio tra il pensiero di Camus, che Gianfranco Ravasi chiama “Il più gentile tra gli atei” (http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-03-24/gentile-atei-082425.shtml?uuid=AbNAq5gH), e quello di Capitini e Gandhi.

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