Alla riscoperta di Aldo Capitini – Loredana Lipperini intervista Goffredo Fofi

Goffredo Fofi, riprendere il discorso di Aldo Capitini oggi, riprendere il suo discorso è chiedersi come mai le parole d’ordine di Capitini non siano dominanti?

La nonviolenza è rimasta abbastanza marginale nel quadro italiano e direi anche perché i nonviolenti non sono stati abbastanza presenti: ottime persone, straordinarie, tra le migliori che conosco ma un po’ incerti nell’agire all’interno della realtà. Gandhi e di converso Capitini dicevano che la parola nonviolenza è una parola attiva. Capitini la scriveva sempre tutto attaccato e detestava la lineetta di separazione tra non e violenza. Perché nell’originale indiano non è una negazione ma una affermazione. Una parola che rifiutava il male – “non collaborare con il male” – prevedeva anche la disubbidienza civile e contemplava anche la “non menzogna”…

C’è stato un legame tra Aldo Capitini e don Lorenzo Milani?

Capitini si entusiasmò per le Esperienze pastorali di Barbiana, per il suo primo libro. Come Pasolini, come Fortini e molti intellettuali del tempo, e andò a trovare don Milani, discusse molto con lui, fece anche un piccolo giornaletto sulle idee di don Milani, stampato con caratteri grandissimi, l’essenziale. Tra Capitini e don Milani c’è quindi stata una collaborazione profonda soprattutto su un aspetto fondamentale della nonviolenza che è il rifiuto della guerra attraverso l’obiezione di coscienza. Ci furono due casi clamorosi negli anni’50, quelli di Pietro Pinna e Beppe Gozzini che sono stati i casi che hanno smosso un po’ le acque anche perché don Milani fu processato dal Tribunale Militare per la presa di posizione su Gozzini (che era cattolico) in quanto aveva suscitato il risentimento dei cappellani militari. Questo fu uno dei temi di allora, ma il discorso che credo sia centrale oggi e da cui occorre ripartire è quello della disobbedienza civile. Io credo che ci siano al riguardo grandi esempi nella storia, non solo quello di Gandhi ma anche nella tradizione cristiana, cattolica, nella tradizione politica del socialismo dell’800, ma persino oggi: non so, per esempio i NoTav sono una forma di disobbedienza civile al cui interno ci sono contrasti tra quelli più violenti e quelli nonviolenti, però sono comunque discorsi di disubbidienza civile. Disubbidienza civile che vuol dire semplicemente “io mi assumo la responsabilità di quello che faccio; disobbedisco a delle leggi ma credo che delle leggi debbano esserci per la convivenza civile in un paese; disubbidisco e mi aspetto di essere punito, ma attraverso la mia azione spero che altri si colleghino, che il discorso si allarghi e che si possa insieme operare per una trasformazione della realtà, anche politica e anche sociale e civile”.

Ci fu un giudizio piuttosto duro di Günther Anders, [che rinnegò la nonviolenza perché ne vide l’impotenza di fronte alla forza aggressiva e dominante NdR]. Egli accusò i nonviolenti di fermarsi nella loro azione a inutili happening gratificanti, e di essersi costituiti una sorta di alibi. E’ un giudizio che lei condivide in parte o del tutto?

Sì, lo condivido. Credo che il limite della nonviolenza e dei nonviolenti sia proprio stato questo: di non andare fino in fondo in un discorso radicale nei confronti della storia del presente. Come se in fondo si pensasse che bastasse migliorare se stessi, essere bravi nel proprio ambito, che è un grande alibi collettivo degli italiani in questi anni. Conosco tantissima gente per bene che però poi non incide sull’andamento generale del paese perché non si collega, perché lo scatto è la politica. Il far politica di Capitini non è il far politica dei politicanti – ovviamente – è il far politica agendo nella realtà per trasformarla a partire dalle discrepanze, dai momenti più neri della realtà. Intervenire attivamente vuol dire anche portare avanti dei discorsi di lotta. Non si cambia la realtà senza lottare. Questa lotta va fatta con i metodi della nonviolenza ma va fatta. Se non si lotta non si è nonviolenti diceva Gandhi e diceva lo stesso Capitini.

Qualche giorno fa ho letto in un’intervista ad Alessandro Baricco che si dichiarava incuriosito dal “progressismo passatista”, come se oggi per essere progressisti fosse assolutamente necessario guardare indietro, al passato. Secondo lei è vero, e se sì, è preoccupante o positivo?

E’ qualche cosa di assolutamente positivo: il mondo si è spinto troppo avanti in un sistema di consumismo, di violenza, in un sistema tecnologico. Io condivido sostanzialmente le opinioni di un grande pessimista: Louis Buñuel che diceva che i quattro cavalieri dell’apocalisse agenti nella storia sono la scienza, la tecnologia, la sovrappopolazione e la comunicazione. Su quest’ultimo tema magari lei non sarà d’accordo, ma io credo che avesse ragione anche in questo. La comunicazione attuale impedisce il pensiero: le parole inutili, le musiche inutili, le immagini inutili servono a distrarci, a non farci pensare e se uno non pensa non agisce, non prende in mano il proprio destino. E credo che la nonviolenza e la disubbidienza civile debbano diventare una strada per tutto questo: le opinioni di Anders sono opinioni di un grande deluso. Bisogna ammetterlo. Anders è stato un grande pacifista, è quello che ha scritto le lettere al pilota di Hiroshima. E’ uno che si è dato da fare da matti nel dopoguerra all’interno del movimento pacifista anche con grande simpatia per la nonviolenza, poi si è un po’ rotto le scatole di vedere che queste cose lasciavano da parte i nodi centrali per l’appunto del potere. Noi facciamo il solletico al potere, non lo mettiamo in crisi. Bisogna metterlo in crisi, bisogna modificare la realtà. Se invece consideriamo la nonviolenza come un percorso di perfezionamento personale o le marce come un happening domenicale festoso tipo festival dell’Unità evidentemente non siamo sulla strada giusta. Il problema è anche la lotta. Nonviolenza vuol dire anche lotta, intervento, rischio non è soltanto il miglioramento. Deve entrare nella storia. Della storia – diceva Capitini – non bisogna avere paura.

Nella sua prefazione tira una frecciatina al postmoderno ovvero alla freddezza del postmoderno nell’aver buttato cenere sulle passioni dichiarando più importante o più giusto avere uno sguardo distaccato. Questo può essere stato negativo?

Intanto bisogna partire dalla constatazione che il postmoderno esiste. Io sono convinto che negli anni ’80 siamo usciti dall’evo moderno e siamo entrati in un nuovo evo che è per l’appunto il post-moderno e con questo bisogna fare i conti. Non si può non prendere in considerazione questa enorme mutazione che è avvenuta. Dopodichè di questa mutazione non è che tutto può entusiasmarci. Ci sono cose della globalizzazione che a me piacciono. In fondo nelle vecchie ideologie socialiste precedenti la III internazionale “nostra patria è il mondo intero” era uno slogan caro: la solidarietà tra gli operai e i proletari di tutto il mondo che avrebbero dovuto unirsi secondo il progetto socialista, era qualcosa di molto serio e in qualche modo è stata avvicinata da questa mutazione, da questa trasformazione. Il problema è che questa trasformazione è gestita da piccoli nuclei di potenti di benestanti, quelli che sanno manipolare le scienze, la comunicazione e tutto il resto in funzione del loro potere, del denaro, della loro ricchezza. In Italia stessa senza andare troppo lontano – la disobbedienza civile e la nonviolenza di questo dovrebbe occuparsi – c’è in fondo un 10-20% della popolazione che detiene l’80% della ricchezza del paese. “Le duecento famiglie” – dicevano quelli del fronte popolare francese. Anche in Italia ci sono duecento famiglie che sono “i padroni dell’Italia”. Contro questo bisogna agire, bisogna muoversi, con mezzi nonviolenti – benissimo – però bisogna intervenire con la disobbedienza civile e in questo io credo bisogna “svegliare” i nonviolenti o aprire alla possibilità che “nuovi nonviolenti arrivino” e che possano intervenire nel mondo contemporaneo in modo più attivo, più pregnante e più forte.

Abbiamo aperto questa conversazione citando le parole di Aldo Capitini. Io adesso vorrei leggerle tutt’altre parole che abbiamo letto tutti sui giornali di questi giorni, parole di una ragazza di vent’anni, Terry De Nicolò, e sono queste”per avere successo devi passare sui cadaveri degli altri ed è giusto che sia così”. Alla luce di questa frase lei sente di più la delusione di Günther Anders o lo stimolo a essere ottimista di Capitini?

Io sono molto contraddittorio in questo. Da un lato una persona così mi fa semplicemente orrore, come mi fa orrore la gran parte degli abitanti di questo paese, sia chiaro: magari carissime persone però disposte a tutto per la loro sopravvivenza, per il loro benessere. Nello stesso tempo “Capitinianamente” penso che se uno lotta per la liberazione da questa realtà, lotta per tutti. Il Tu Tutti di Capitini comprende anche le escort, comprende anche Berlusconi – mi spiace – comprende tutti. È in funzione di una liberazione generale di tutti che si lavora, dopodichè si lavora all’interno della storia. Si è nella storia e ci sono dei passaggi e dei momenti in cui bisogna – che so – mettere Berlusconi in grado di non nuocere e aiutare le escort a trovare una strada degna della loro natura, della dignità dell’uomo e della donna in un contesto – che è il postmoderno – che la sta negando totalmente.

Trascrizione di Claudio Giorno

 

 

Fahrenheit su RadioRAI 3 del 19 settembre 2011

(In occasione della ristampa per i titoli di Laterza del libro Religione aperta e in occasione della 50^ marcia per la Pace da Perugina ad Assisi)

L’intera intervista è riascoltabile in Internet sul sito di radio3:http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/popupaudio.html?t=fahrenheit&p=fahrenheit&d=&u=http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/archivio_2011/audio/intervista2011_09_19.ram

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