Leggere i diari palestinesi del carcere – Richard Falk

(The Prisoners’ Diaries: Palestinian Voices from the Israeli Gulag, [I diari dei prigionieri: voci palestinesi dal gulag israeliano],  a cura di  Norma Hashim, in stretta collaborazione  con il Centre for Political & Development Studies,  [Centro di Studi politici e per lo sviluppo,  Gaza, 2013)

na5Ci sono molti passi commoventi che si possono trovare in questi brani presi dai diari scritti in prigione e nei ricordi di  22 palestinesi. Ciò che è più convincente è quanto il materiale esprima le preoccupazioni condivise di questi prigionieri, malgrado le grandi  diversità nel loro stile di scrittura  e nel loro formazione. Poche parole dominano i testi: dolore, Dio o Allah, amore, sogno, patria, determinazione  lacrime, libertà,  preghiera. La lettura di questi diari mi ha rivelato le diverse lotte personali  di ogni prigioniero per sopravvivere con la maggiore dignità possibile in una situazione di isolamento malsano e con poca luce, di umiliazione, di intensa ostilità da parte del personale carcerario, compresa la negligenza  offensiva del personale medico. I diari hanno confermato che perfino la detenzione prolungata non aveva affievolito lo spirito palestinese di resistenza all’occupazione, ma invece lo aveva intensificato. E’ anche presente praticamente in ogni pagina, una forte impressione della totale illegittimità della violazione di Israele dei  più fondamentali diritti del popolo palestinese.

Benché non siano scrittori professionisti, i sentimenti espressi hanno uno speciale tipo di eloquenza che nasce dalla loro autenticità e passione. Una prigioniera, Sana’a Shihada, avendo saputo che alla sua famiglia era stata risparmiate la demolizione della loro casa di famiglia, descrive le traversie      del suo interrogatorio con un linguaggio poetico: “La rabbia di coloro che mi interrogavano era per me come neve e pace [un detto arabo che trasmette un senso di essere ‘rassicurante’]. Ho provato l’orgoglio dei palestinesi, la gloria dei Musulmani, e lo splendore dell’onestà. Mi sono inginocchiata davanti ad Allah,  con riconoscenza. Le mie lacrime sono cadute sul pavimento della cella e sono sicura che hanno scavato un sentiero che coloro che saranno imprigionati in seguito saranno in grado di vedere.” Oppure le parole di Eyad Obayyat, un prigioniero che sta  affrontando tre condanne all’ergastolo per avere partecipato all’uccisione di diversi soldati israeliani. “Tra noi prigionieri, l’unità nell’amore per la nostra patria era preziosa più di tutte le altre cose.” Avina Sarahna, chiede in modo commovente. “Opporsi all’occupazione è un crimine? …Fate che sia testimone della verità, lasciatemi qui.”  Parlando del dolore di essere separata dai suoi quattro figli, che aveva scoperto che vivevano in un orfanotrofio, Kahera Als’adi scrive:” Non sono riuscita a trattenermi dallo scoppiare in lacrime. La mia dolce famiglia era sparpagliata in questo modo? Il fato era contro di noi a causa dell’amore per la nostra patria?…Dopo quella visita mi sono sentita come una pecora al macello.” Questi brani che ho citato a casaccio potrebbero essere moltiplicati molte volte di seguito, ma fortunatamente il tono complessivo e il messaggio coerente vengono trasmessi da questi pochi esempi.

Quello che ho scoperto essere più prezioso in questa pubblicazione  è che è riuscita a trasformare l’astrazione dei prigionieri palestinesi in una serie di storie umane, la maggior parte delle quali mostrano sentimenti angosciosi di rimpianto, causati dalla prolungata separazione da coloro che amano di più al mondo. Erano particolarmente commoventi i dolori espressi dagli uomini che sentono la mancanza delle madri e delle figlie. Queste sono le parole scritte dai prigionieri che sono stati condannati per vari reati importanti dai tribunali militari israeliani, alcuni dei quali affrontano la pena di un isolamento crudele per il resto della loro vita su questa terra, e che sono stati ulteriormente puniti con la privazione di non vedere mai più, o in rare occasioni, coloro che amano, solo per brevi visite tentatrici in condizioni di abbrutimento, attraverso pareti di separazione di vetro oscurato.

E’ difficile parlare di una popolazione di prigionieri  come se fosse un’astrazione che, se non notata affatto dal mondo esterno, è di solito ridotta a statistiche cha compaiono nei rapporti delle ONG che si occupano di diritti umani. Questi testi autobiografici, invece, ci obbligano a sentirci  in contatto  con questi prigionieri come esseri umani amici, persone come noi con amori, amanti, necessità, aspirazioni, speranze, sogni sacri, avversità  e sofferenze  inarrestabili. Si parla anche dell’altro lato dei muri della prigione. Questi prigionieri dimostrano preoccupazione per le sofferenze che la detenzione causa alle loro famiglie, specialmente ai figli giovani e ai genitori anziani. Dati i rapporti di confidenza che ci sono nelle famiglie palestinesi, è sicuro che si sentirebbe terribilmente la mancanza di coloro che sono tenuti in prigione, specialmente dato che la loro detenzione nasce dal loro coinvolgimento in una lotta che è sacra praticamente per ogni palestinese. Questa immagine umana dei prigionieri palestinesi è indubbiamente superflua per i palestinesi che vivono in regime di occupazione o in campi profughi dove gli arresti, che somigliano a rapimenti autorizzati dallo stato, vengono fatti quotidianamente dalle forze di sicurezza israeliane. E’ un tragico aspetto dell’occupazione che, dopo 45 anni dall’inizio, non c’è una famiglia palestinese che non sia rimasta danneggiata dalla criminalizzazione che fa  Israele di tutte le forme di resistenza, comprese quelle che sono nonviolente e simboliche.

Abbiamo bisogno di una prospettiva etica, legale e politica per comprendere adeguatamente il fenomeno dei prigionieri palestinesi. Le politiche israeliane di  occupazione illegale  non vengono punite anche quando sono letali e palesemente in  violazione della legge umanitaria internazionale, e sono raramente criticate perfino nelle arene internazionali. Al contrario, le forme legali di resistenza del popolo palestinese sono aspramente punite e sulla conseguente vittimizzazione di coloro abbastanza coraggiosi da resistere si sorvola quasi ovunque. Se stiamo dalla parte di chi resiste, come si era fatto durante la II Guerra mondiale, quando quegli Europei organizzavano forme militanti di resistenza contro l’occupazione tedesca e le pratiche criminali, esaltiamo le loro azioni e la loro lotta. Se tuttavia l’occupante gode la nostra solidarietà fondamentale, tendiamo a criminalizzare  la resistenza senza alcuna manifestazione di empatia.  Fino a un certo punto questo libro dà un taglio a questa miopia ideologica, e ci permette di sperimentare il tormento di questi prigionieri come esseri umani invece che come ‘soldati’ palestinesi nella attuale lotta contro Israele.

L’anno scorso, degli eroici prigionieri  palestinesi hanno fatto lo sciopero della fame; all’inizio Khader Adnan e Hana Shalabi hanno fatto del loro meglio per richiamare l’attenzione sul carattere offensivo dei terrorizzanti  arresti violenti di Israele fatti in piena notte, seguiti da carcerazione per lunghi periodi, senza neanche formulare accuse o celebrare processi. Il ricorso di Israele alla detenzione amministrativa* avviene perfino in circostanze in cui la persona imprigionata non era impegnata in alcuna attività che si potesse remotamente pensare in grado di porre minacce alla sicurezza. E’ da notare che malgrado coloro che fanno lo sciopero della fame mettano a grave rischio la propria vita per protestare contro un comportamento così disumano da parte di Israele, nel suo ruolo di potenza occupante, il mondo si rifiuta di prestare attenzione perfino a questi prigionieri in sciopero della fame. Questo è abbastanza sconvolgente malgrado per anni si sia  predicato ai palestinesi di rinunciare alla lotta armata, e di impegnarsi invece in forme nonviolente di resistenza, e (gli si diceva) se lo faranno otterranno appoggio politico per le loro lamentele perfino dai governi alleati di Israele, compresi gli Stati Uniti. Fino a oggi, le prove indicano uno schema di gran lunga più brutto: quando i palestinesi si oppongono facendo la lotta armata, le loro azioni vengono denunciate e le loro lamentele vengono ignorate, mentre quando si oppongono in maniera nonviolenta, le loro azioni e le loro lamentele vengono ignorate. La cosa peggiore è che,  mentre il cambiamento della tattica palestinese è avvenuto in anni recenti, il processo israeliano di governo si muove costantemente verso la destra fino a ora, marzo 2013; la recente coalizione di governo a Tel Aviv è apertamente orientata verso i coloni. La musica di fondo internazionale non è cambiata, e Washington non perde occasione per suonare le trombe quando dichiara la sua incondizionata e imperitura lealtà a Israele, fingendo di non notare le violazione della legge internazionale e gli sforzi intenzionali di fare della soluzione dei due stati i il sogno di ieri e l’incubo di oggi.

La preoccupazione di questi prigionieri per il destino dell’unico  soldato israeliano prigioniero in quel periodo, Gilad Shalit è stata come una sorpresa per me, sebbene sia comprensibile. Perché, si chiedono i palestinesi, il mondo fa tanto chiasso per il solo israeliano detenuto a Gaza dopo essere stato catturato durante una missione militare, e ignorare il destino delle molte migliaia di palestinesi detenuti un anno dietro l’altro perché hanno combattuto per la libertà del loro paese? Una volta considerata, questa  domanda è  naturale, e una volta fatta, l’esibizione grottesca dell’uso di due pesi e due misure sembra ovvia. Si è però espresso un apprezzamento opposto dell’importanza di Shalit, che riconosce che il patto  che è stato concluso nell’ottobre 2011 per rilasciare 1.027 prigionieri palestinesi non si sarebbe fatto se Shalit non fosse stato catturato. In questo senso i palestinesi, nel registrare i loro sentimenti, si rendono conto che la loro libertà è stata resa possibile perché Hamas è riuscito a catturare e a trattenere Shalit. Non è stato un piccolo risultato. Durante i massicci attacchi condotti da Israele contro Gaza, nel 2008-2009, durante l’operazione Piombo Fuso, i comandanti delle Forze di difesa israeliane hanno detto alle loro truppe che questa violenza si era scatenata in modo da ottenere il rilascio di Shalit. Se Hamas avesse permesso a Shalit  di cavarsela, o se lui fosse stato ucciso nell’operazione, allora non ci sarebbero stati negoziati per il rilascio dei prigionieri palestinesi. E’ davvero semplice. Naturalmente non è semplice. Molti di coloro che sono stati liberati sono stati presto arrestati di nuovo da Israele, indebolendo ancora una volta perfino la minima fiducia tra i due popoli, e mostrando di nuovo che Israele può sottrarsi a  obblighi legali e morali senza dover affrontare alcuna conseguenza sfavorevole, una metafora per il complessivo controllo soffocante dell’occupazione.

Soprattutto, questi testi in quasi ogni pagina confermano quella virtù palestinese collettiva sia pubblica che privata e particolarmente preziosa, chiamata sumud, cioè determinazione. Queste dimostrazioni di coraggio indirettamente gettano nella vergogna chiunque di  noi soffre molto meno o per nulla, e tuttavia ci sentiamo scoraggiati  e abbattuti dai mali del mondo in misura tale che ci ritiriamo dall’impegno pubblico nelle zone di conforto dei santuari di fuga. Questi prigionieri non hanno una scelta del genere, e mantengono il loro impegno nella lotta palestinese nelle circostanze più buie, relegati a passare gli anni di maggiori energie dietro la sbarre o circondati dalle mura umide della prigione. Possiamo chiederci da dove viene questo coraggio? Non c’è una risposta definita comune. Tuttavia quello che viene percepito da queste pagine di diario sono impegni profondi con le radici nell’amore per la famiglia e la patria, rafforzate  dalla fede e dalla pratica religiosa  e sostenute dal cameratismo che si crea in prigione o nella reazione amareggiata verso l’atmosfera disumanizzante causata dal dover sopportare la vita in carcere anno dopo anno.

Non dovremmo dimenticarci che c’è un’ illegalità  spietata e palese riguardo a questa rete di prigioni israeliane, di tutte le 19 (tranne una) che sono situate in Israele, in diretta violazione dell’Articolo 76

della Quarta convenzione di Ginevra che regola l’occupazione aggressiva: “Le persone protette accusate di trasgressioni saranno detenute nel paese occupato, e, se detenute, vi sconteranno la pena.”  Alla base di questa disposizione di legge, c’è un impulso umano: costringere un individuo a essere imprigionato nel paese occupante, impone una separazione geografica dalla famiglia e dalla patria, che, nel caso di Israele, è accentuata da un sistema di permessi che, in quanto problema pratico, rende praticamente impossibile le visite dei familiari dalla Palestina occupata. per quanto riguarda i prigionieri di Gaza, praticamente non sono permesse visite in prigione anche se le condanne sono a vari decenni di prigione o per tutta la vita. Come  è largamente noto, gli abitanti di Gaza sono stati sottoposti a un blocco punitivo mantenuto fino dalla metà del 2007 che implica una massiccia imposizione di punizioni collettive sulla popolazione civile, un crimine di guerra definito così nell’Articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra.

La crudeltà di Israele verso i prigionieri palestinesi viene sottolineata dal suo recente procedimento di rilasciare i prigionieri della Cisgiordania arrivati in punto di morte a causa dello sciopero della fame e di deportarli poi a Gaza per un periodo di anni, cioè senza la possibilità di incontrare le loro famiglie e di andare nei loro soliti luoghi di residenza, in un momento in cui la loro condizione fisica è così deteriorata che non potevano essere affatto una minaccia alla sicurezza, e quando avevano il massimo bisogno di cure affettuose  e di un ambiente famigliare. Hana Shalabi che viveva  particolarmente vicina alla sua famiglia, è stata deportata a Gaza per tre anni e solo pochi giorni fa. Ayaman Sharawneh è stato anche lui deportato per 10 anni come parte di un patteggiamento. Questa pratica scioccante  merita una condanna globale. Implica un’altra forma di punizione collettiva inflitta sia alla persona detenuta a Gaza che alla sua famiglia a cui non viene permesso di fare il viaggio dalla Cisgiordania a Gaza. C’è una triplice perversità in questo procedimento  del rilascio dei prigionieri: Gaza stessa che è una prigione all’aperto è utile anche a Israele come luogo di esilio interno punitivo, e fa quasi sparire in una surreale aria sottile la distinzione tra ‘prigione’ e ‘libertà’ . Ci si può soltanto immaginare il movimento di protesta globale se Hamas avesse condizionato il rilascio di Gilad Shalit alla sua  carcerazione in una regione egiziana controllata dai Salafiti!

E’ sempre più evidente che la legge umanitaria internazionale non è all’altezza quando si arriva a offrire un’adeguata protezione al popolo palestinese che ha vissuto sotto occupazione  fino dal 1967, senza che ci fosse in vista una fine. Non è soltanto l’occupazione, ma un continuo processo di sconfinamento che nel complesso ha assunto il carattere di un’annessione di fatto per mezzo  del fenomeno di massiccio  insediamento. In queste circostanze, e dato il diritto inalienabile all’autodeterminazione che appartiene al popolo palestinese, si rende necessaria una certa protezione per i diritti di resistenza. Questi diritti devono essere esercitati in un modo che sia rispettoso dell’innocenza civile, ma si pongono difficili problemi di identificazione in relazione ai coloni israeliani armati e violenti. E’ vero, coloro che agiscono per resistere non sono tecnicamente prigionieri di guerra protetti dalla terza Convenzione di Ginevra, ma agiscono per onorare dei diritti fondamentali che vengono violati da coloro che occupano la loro terra e assumono una posizione critica   quando essi  agiscono per difendersi.  Ciò che è necessario, al di là di ogni dubbio, è un codice di condotta, se non anche un protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, che riempia questo divario associato con la resistenza. Gli oppositori dovrebbero essere trattati con la stessa dignità in base alla legge internazionale umanitaria dato che è associata con i Prigionieri di guerra. I loro atti, anche se non sono violenti, sono coerenti  con i valori prevalenti della società e della civiltà e i perpetratori, anche se sono prigionieri per ragionevoli motivi di sicurezza,  dovrebbero essere trattati con la stessa dignità. Al contrario dei comuni assassini sociopatici, degli stupratori, e simili, (e perfino questi dovrebbero essere trattati in accordo con gli standard internazionali), gli atti dei prigionieri palestinesi sono considerati eroici dalla loro società e dalla loro cultura politica, così come da molte persone in tutto il mondo. Meritano riconoscimento e protezione internazionale.

I loro ‘crimini’ verranno infine giustificati dalla storia, come parte di un capitolo finale nella lotta contro il dominio coloniale europeo.

Questo modello di carcerazione illegale e di deportazione ingiusta, interferisce anche con la preparazione di un’adeguata rappresentanza della difesa dato che anche gli avvocati palestinesi sperimentano regolari difficoltà nell’ottenere i permessi e il diritto di visita. L’Articolo 76 richiede anche che la le condizioni della prigione per coloro che vivono sotto occupazione, non dovrebbero essere in nessun modo peggiori di quelle dei prigionieri israeliani in Israele, il che rende illegale e anche crudele il rifiuto del permesso e l’intralcio che si fa ai palestinesi per le visite ai familiari.

Penso che sia un obbligo morale di tutti noi che ci occupiamo di diritti umani e di libertà, leggere questo libro e condividerlo con altri. I palestinesi, i cui diritti e la cui dignità sono stati a lungo calpestati, meritano in particolare la nostra più profonda empatia, e anche la nostra solidarietà per la loro lotta. Leggere le parole di questi prigionieri ci svela chiaramente la natura di questa lotta sotto forma di testimonianza da parte di quei palestinesi che hanno messo a rischio le loro vite per recuperare la loro patria rubata. Dobbiamo un debito di gratitudine anche a Norma Hashim che ha curato questa raccolta come lavoro di devozione e come espressione di solidarietà con la lotta palestinese e di riflessione su di essa. La sua pubblicazione sotto forma di libro è fissata in modo da coincidere con la Giornata del Prigioniero Palestinese, che si celebra il 17 aprile.

*http://it.wikipedia.org/wiki/Detenzione_amministrativa_(Israele)

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/reading-palestinian-prison-diaries-by-richard-falk

Originale: Richardfalk.com Traduzione di Maria Chiara Starace

1° aprile 2013 http://znetitaly.altervista.org/art/10329

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