Solidarietà a Marwan Barghouti e ai prigionieri politici palestinesi

martedì 16 aprile 2013 – a partire dalle ore 19
Centro Studi Sereno Regis – via Garibaldi, 13 – Torino

Per sostenere la campagna di richiesta di liberazione per Marwan Barghouti e tutti i prigionieri politici palestinesi, il 16 aprile si terrà una serata di solidarietà presso il Sereno Regis. Si comincerà alle ore 19 con un volantinaggio in via Garibaldi e si continuerà all’interno del Centro a partire dalle 20.30 con visoni di materiali documentali e scambio di informazioni e opinioni.

Per adesioni di gruppi scrivere a: [email protected]

Il 17 aprile_def[1]

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Questa intervista è stata pubblicata dalla rivista cartacea PeaceReporter nell’aprile 2010. La ripubblichiamo, vista la costante attualità di questo tema.

Marwan Barghouti: quelli prigionieri siete voi

Intervista di Francesca Borri, «E il mensile online», 27 marzo 2012

 Con i suoi messaggi, lei è rimasto anche dal carcere un protagonista della politica palestinese. Della sua vita però, dei suoi giorni qui non parla mai.

Perché non è solo questione di Marwan Barghouti. Si discute dei prigionieri, ogni volta, e non si discute che di numeri: una media annuale di 11mila detenuti, e un totale di 750mila dall’inizio dell’occupazione e inclusi 40 deputati, in questo momento, e no, non posso accettare che si spiani via così: Marwan Barghouti e 11mila altri, indefiniti. Non sono cifre, queste, sono persone. Sono famiglie, storie ansie, speranze. Alcuni sono dentro da trent’anni: più della sua intera vita. E però non finiscono sui giornali, sulle bandiere i manifesti, si consumano, così, di silenzio e solitudine. E poi perché non è solo questione di specifiche violazioni di ogni nostro più minimo diritto. Esistono scaffali, ormai di studi, e rapporti denunce: biblioteche di indignazione: sapete tutti perfettamente come si viene trattati, qui, torturati, quali sono le nostre condizioni e quale che sia il carcere, e l’accusa e il nostro nome. Ma così il significato, l’obiettivo di queste migliaia di arresti svanisce diluito nei dettagli. Perché non è solo questione di Dichiarazioni Universali, no – del rispetto di singole norme e convenzioni: è il sistema giudiziario qui, in sé, a essere arma invece che strumento di giustizia. Il ragazzino che tira pietre rischia dieci anni, venti se il bersaglio è mobile – venti anni, per una pietra contro un carroarmato. Ma traslate nei media, le retate di arresti, le statistiche si trasfigurano: si convertono nell’immagine di una terra affollata di minacce alla sicurezza. Questo, semplicemente, è un sistema che definisce un uomo criminale per quello che è, e non quello che fa. Rischiamo il carcere anche se siamo in tre a un angolo di strada, a parlare di Palestina: perché per la legge israeliana, siamo un nucleo di resistenza. Tre amici che chiacchierano. Ma quello che arriva, in Occidente, sono tre terroristi.

I suoi sostenitori tra l’altro puntualizzano che lei non è stato arrestato, ma rapito.

Perché sono stato arrestato a Ramallah, in una delle rare aree di giurisdizione palestinese esclusiva. Ed ero un deputato: tutelato da immunità parlamentare. Ma l’illegalità di fondo è la mia stessa reclusione qui come un detenuto comune. Mi hanno processato secondo il diritto penale ordinario: come fossi un ladro, uno scassinatore. Vince il più forte, in guerra, non chi ha ragione: ma questa è la conclusione, quando il nemico si traveste da giudice. Sono un prigioniero di guerra: e invece Israele mi qualifica come un “combattente illegale”: categoria che non esiste nel diritto di Ginevra, comunque lo si interpreti – è un’invenzione americana del dopo Undici Settembre. Non sono un civile e non sono un combattente: non si capisce cosa sono: di fatto, uno senza più classificazione senza più certezza – senza più tutela. Raccontate di esportare democrazia e stato di diritto: non è che un dilagare di anarchia e stato di eccezione. Sono le parole, qui, la più potente delle armi. Quello rapito, nei media, è Gilad Shalit: un soldato catturato nel corso di una normale operazione militare. E invece ripetete automatici “il soldato rapito” – come fossimo banditi, briganti da Mille e una notte. Quanto orientalismo, ancora: quanto inconscio neocoloniale. Non siamo avventurieri. Siamo legittimi combattenti.

Secondo gli Alan Dershowitz, Al Qaeda ha raccolto l’esempio di un terrorismo palestinese che non è stato divelto, ma al contrario – incentivato attraverso il riconoscimento di Arafat e dell’OLP come interlocutori di pace. Cosa è cambiato, qui, con l’Undici Settembre?

L’Undici Settembre ha travolto la questione palestinese. Ma perché ha travolto il diritto internazionale. Ricorda, no?, all’università, anche lei – “il diritto internazionale è il punto di evanescenza del diritto: e il diritto di guerra è il punto di evanescenza del diritto internazionale”. L’Undici Settembre ha scardinato anche il poco che avevamo: ogni regola è ora ostaggio di questa nozione indefinita di terrorismo – questa minaccia davanti a cui tutto è lecito, fino all’annientamento. Perché non siamo più tutti uguali e sovrani, questa è la novità: qualcuno è un barbaro, invece, neppure più un criminale – non merita l’Aja, un tribunale: solo Guantanamo: come allo zoo, solo una gabbia. Hamas erano anni che governava, e bene, a livello municipale: e nessuno aveva mai protestato. E invece, blindati nell’Undici Settembre, gli israeliani hanno potuto convincervi che era un’organizzazione terroristica – con cui dunque non negoziare. Ma non esiste alcun rapporto tra le due cose. Resistiamo a un’occupazione, qui: è nostro diritto e dovere. Negli ultimi vent’anni, nessuno ha compiuto attentati fuori della Palestina. Ha mai visto Hamas attaccare occidentali, così, solo perché occidentali? L’unico obiettivo, qui, è la fine dell’occupazione. Ma vi ostinate invece a non specifcare cosa intendete per terrorismo: e come distinguere tra terrorismo e resistenza, tra un crimine e un diritto. Perché questa vaghezza vi consente di delegittimare moralmente, e anche giuridicamente la nostra resistenza, e ogni altra rivendicazione che mina i vostri interessi – è il pilastro di questa stabilità egemonica a guida americana. Le detto un comunicato stampa.

Un comunicato che?

Un comunicato stampa. Dovessi un giorno essere ucciso, e Israele rassicurare il mondo con l’ultimo suo successo contro il terrorismo – apra le virgolette. Perché ho sofferto per anni in carcere, sono stato torturato e come tutti voi, ho un’unica vita a disposizione: e invece non ho potuto crescere i miei figli, dividere il mio tempo con la donna che amo, e solo topi e scarafaggi sono stati compagni e testimoni di mesi interminabili in scatole di un metro e mezzo per due, mesi in cui non avevo una finestra, solo un ventilatore e la luce sempre accesa, e a volte neppure quello, a volte solo l’aria attraverso lo spioncino della porta le infinite volte in cui il mio universo è stato largo quanto un cortile, e solo per meno di un’ora al pomeriggio, ammanettato mani e piedi, in isolamento senza una radio, una televisione un libro, e per toilette un foro nel pavimento. Eppure non ho mai odiato nessuno. E ancora adesso, dopo che hanno tentato di assassinarmi con un missile, e dimenticato qui con cinque ergastoli, e altri quarant’anni, dovessi per caso resuscitare, ancora adesso, uomo derubato dell’unica vita che aveva ancora adesso, dopo Piombo Fuso, ancora sono certo che avremo un giorno coesistenza tra due stati uguali, e indipendenti e sovrani. Ho sostenuto instancabile il processo di pace, quando davvero pensavo che Israele intendesse ritirarsi dal mio paese – nessuno può dire che Israele in me non Mi è stato tolto tutto: ma non è possibile togliermi il diritto e la dignità di smentirvi: non voglio distruggere Israele. Non voglio distruggere nessuno. Voglio solo vivere libero.

Viene considerato l’erede di Arafat, il cui primo principio era l’unità del fronte palestinese. Critico nei confronti di Hamas, lei però è molto critico anche nei confronti di Fatah. La sua voce è spesso di dissenso e autonomia.

Onestamente non mi sento un indipendente, uno che si è riservato il suo angolo di autonomia: ma semplicemente perché Fatah, da sempre, è largamente con me. Voglio dire: non sono mai stato solo al contrario. Certo, Arafat aveva ragione: l’unità interna è l’imprescindibile premessa di ogni possibile strategia. E questo, oggi, significa che abbiamo bisogno che Hamas entri nel sistema, e a pieno titolo: con piena legittimità cioè, e quindi piena responsabilità. Abbiamo bisogno che Hamas entri nell’OLP. Perché solo così possiamo avere, e come in ogni democrazia, una normale dialettica e alternanza tra idee diverse: con un’opposizione interna al sistema: e che condivide e difende i suoi principi e valori di fondo perché ha contribuito a deciderli. I tempi sono cambiati, l’OLP non coincide più con Fatah. Ed è una cosa positiva: il movimento di liberazione, granitico, il fronte di resistenza è cresciuto in società, dinamica e plurale, una società pronta a governare il proprio stato. Ho sempre insistito perché Hamas partecipasse alle elezioni: e sono stato il primo a congratularmi per la sua vittoria: e quando sono cominciati i problemi, quando avete deciso di boicottare la democrazia con un embargo, ho sostenuto immediatamente la necessità di un esecutivo di unità nazionale. Ma non solo per il contesto internazionale ostile. La verità è che alcuni in Fatah non si sono arresi all’idea di perdere all’improvviso prestigio e potere: e hanno ostacolato in ogni modo Hamas, e ringraziato e benedetto la pressione occidentale, e le proteste, fino alle sanzioni. Oltre a questioni personali, poi, molti avevano, diciamo, altre agende: israeliane e americane. Ma si è verificata una cosa simile anche in Hamas. Perché mai condividere il potere?, si sono chiesti alcuni: in fondo abbiamo la maggioranza. E anche qui, hanno finito per imporsi agende esterne. La nostra resistenza è oggi dirottata da interessi stranieri. Ed è il maggiore dei pericoli: una leadership che non abita le conseguenze delle sue decisioni.

Ma da laico, che opinione ha di Hamas?

Non è questione di religione, sono musulmano, musulmano praticante. È questione di costituzione. Vincere le elezioni non autorizza a cambiare il sistema. E il sistema è laico: soprattutto, è democratico. Non ho passato la mia unica vita in carcere per liberare una Palestina qualsiasi. E questa è la ragione di alcuni degli articoli del Documento dei Prigionieri, come il monitoraggio dei diritti umani, la questione femminile, il ruolo della religione nello stato, cose così, insomma – che la religione rimanga privata scelta e indiscutibile di ognuno. Abbiamo incluso questi temi più generali proprio per chiarire che l’obiettivo è un accordo di tipo tecnico, nel senso: come formare un governo: ma questo non significa che il resto sia arbitraria competenza della maggioranza. In qualsiasi sistema politico esistono dei princìpi di fondo, dei valori e assetti costituzionali che non sono modificabili unilateralmente. Detto questo, però, lei sa bene che Hamas non è un movimento di cemento, al contrario: è al suo interno molto vario: e soprattutto, è un movimento singolare, nell’Islam contemporaneo, perché condizionato dal contesto dell’occupazione e di un paese tradizionalmente secolare e pluralista, con una forte componente cristiana. Tra l’altro, un dettaglio che l’Occidente non ha minimamente notato o voluto notare: nel Documento dei Prigionieri, si specifica che il nostro futuro stato avrà i confini del 1967: e questa è una evoluzione storica, per Hamas: perché è il riconoscimento di fatto di Israele e del suo diritto a esistere. La questione, sinceramente, non è più se noi riconosciamo Israele, ma se Israele riconosce noi.

E Fatah, invece? Lei è stato il primo a contestare corruzione e autoritarismo.

Mi descrivono, ogni volta, come uno di carisma. Ma non sono un fenomeno paranormale: la mia popolarità è questione politica, non sentimentale. Per cominciare, sono nato qui, vissuto qui: e semplicemente non ho mai, dico mai chiuso la porta del mio ufficio. Il mio ufficio, senza retorica, è sempre stato in ogni strada, ogni casa palestinese. E ogni corteo, ogni manifestazione: ero lì, come tutti gli altri: sotto gli stessi lacrimogeni, e gli stessi proiettili e le stesse umiliazioni. E una seconda ragione, più sostanziale, del consenso che mi sostiene è che non ho mai, ancora, mai accettato nomine così, a una qualsiasi carica, nomine senza elezioni. Inclusi i miei anni qui. Perché è importante precisarlo, a voi professori di democrazia: non mi sono autoproclamato portavoce dei prigionieri, non ho il ruolo che ho per via del carisma, o strane altre alchimie, no: solo la rigorosa aritmetica dei voti. Sono sempre stato eletto. Anche in carcere.

Tocca ammettere che è l’ultima cosa che avrei immaginato, arrivando qui. All’università mi hanno insegnato che l’Islam è incompatibile con la democrazia. E invece ho visto Hamas organizzare primarie.

La democrazia non è solo elezioni e procedure. Non è un mezzo, è un fine: perché ogni uomo non possiede la verità se non che in modo frammentario; ed è dunque più probabile approssimarsi alle decisioni ottimali con decisioni collettive – con la discussione e il confronto. Mariam Saleh è stata molto chiara ed efficace, nella sua spiegazione: e con tutta l’eleganza di una rilettura del Corano attraverso John Locke. Se nelle vostre università si studiasse la cultura araba come nelle nostre si studia la cultura occidentale, molte cose sarebbero più semplici, di questi tempi. Ma la mia popolarità ha anche una terza ragione: sono sempre stato un uomo trasparente. Mai il minimo sospetto, mai il minimo fango. Mai stato lusingato e addomesticato da jacuzzi in soggiorno, auto veloci (e storie così), di quelle che ora incrocia ovunque a Ramallah. Sono stato a lungo il solo, in piena ubriacatura da Oslo, quando l’Autorità Palestinese era al vertice di prestigio e credibilità, a denunciare l’uso improprio del denaro pubblico: a dire che dovevamo trascinare in tribunale tutta questa gente, non solo revocarle l’incarico, questa leadership che – no, non è esatto chiamarla leadership: questa élite, che si è paracadutata qui a innescare una gramigna di clientelismo e corruzione. Ad agosto, all’ultimo congresso di Fatah, i dirigenti uscenti non hanno presentato mezza relazione sul lavoro svolto e il denaro speso. Ed era il primo congresso dopo vent’anni. No, non sono solo carisma. Sono trentacinque anni di umiltà politica e coerenza morale.

Un ramo di ulivo in una mano, consigliava Arafat, un’arma nell’altra. Nel senso: insieme, resistenza e negoziati. Lei è stato tra i più ferventi sostenitori di Oslo. Ma quando ha intuito il suo fallimento, o forse la sua vera natura, ha fondato le brigate Al Aqsa.

Alcuni, qui, credono nella resistenza senza il minimo dialogo. Ma è un pensiero breve. La globalizzazione ci ha già reso tutti vicini, non solo confinanti. Altri, invece, credono solo nei negoziati. Qualsiasi compromesso, a qualsiasi costo – e abbiamo sperimentato il disastro che si ottiene. Discutere per dieci anni di Gerusalemme capitale mentre si confiscano case e accumulano insediamenti e sradicano abitanti – discutere di Gerusalemme Est mentre Gerusalemme Est scompare, ma che senso ha? È quello che Israele desidera: un’illusione ottica per la comunità internazionale: e intanto espandere e consolidare i suoi facts on the ground, per indurci disperati, uno a uno, inosservati a trasferirci altrove. E fino a quando allora l’occupazione sarà a regime, e in tutti i suoi aspetti, non solo quelli visibili e militari, fino a quando tutto questo non finirà, si avrà resistenza. Ma una resistenza che deve farsi sismografo dei negoziati: e intensificarsi e poi allentarsi, e ancora serrarsi, plasmarsi al loro andamento. Se Israele negozia continuando intanto l’occupazione, noi negozieremo continuando intanto la resistenza. Mi spiace: non è possibile avere pace e occupazione allo stesso tempo, si rassegnino: la coesistenza, qui, non sarà tra schiavi e padroni. La loro mancanza di sicurezza è la nostra mancanza di libertà: le due cose coincidono: questo non è un gioco a somma zero: qui si vince o si perde insieme. Possono chiedermi, è legittimo, sicurezza per Israele. Ma non possono chiedermi sicurezza per l’occupazione.

Si parla molto di una terza Intifada.

Perché esistono ancora, e immutate, tutte le condizioni miccia della seconda Intifada: l’allargamento degli insediamenti, l’ebraicizzazione di Gerusalemme, e soprattutto nessuno con cui parlare, di là da quel Muro. So che ogni volta che diciamo resistenza, qui e voi sentite terrorismo. Ma la mia resistenza è mille cose. Quello che accade ogni venerdì a Bil’in, per cominciare, e a Nil’in adesso e sempre più ovunque: e il boicottaggio dei prodotti dei coloni e le sanzioni internazionali, infinite idee e possibilità, l’attuazione del parere della Corte di Giustizia sull’illegalità del Muro e l’obbligo di abbatterlo, e il Rapporto Goldstone, e l’esercizio della giurisdizione universale come a Londra con Tzipi Livni: tutto è resistenza. E in questo momento, per esempio tornare a votare: senza rinvii: e poi costituire un governo di unità nazionale. Perché Intifada è anche, in concreto, costruire questo famoso stato libero e sovrano: e cioè consolidare la democrazia: mediante la tutela del pluralismo e delle libertà civili e la riforma delle istituzioni, a partire da sistema giudiziario e forze di polizia. La resistenza armata è un diritto. Ma appunto: “armata”; un aggettivo integra il sostantivo – che ha un significato molto più ampio e vario. Penso a una Intifada pacifica, con il sostegno arabo e internazionale. Ma non ho timore di dirlo: se sarà necessario, se saremo costretti, ci difenderemo con le armi. Non aspetteremo i caschi blu, come a Srebrenica.

Eppure lei è stato il leader della Seconda Intifada. Quella che ha sostituito le fionde con l’esplosivo.

Premesso che ripeto da sempre che la resistenza deve rimanere nei confini del 1967, ma anche del diritto internazionale e quindi non toccare i civili, gli attacchi suicidi, è evidente, sono stati un errore. E tuttavia, vorrei l’Occidente cercasse a volte di comprendere il contesto di certe scelte. Credevate fosse in corso un processo di pace, da queste parti, e quella storia di Camp David, la proposta che Arafat avrebbe ignorato inspiegabilmente, perché in realtà aveva pianificato l’Intifada da tempo, la volta che ci avrebbero offerto Gerusalemme capitale. Lei che vive qui, spieghi, per cortesia, scriva cosa è Abu Dis. Scriva, diamine, che è la discarica di Gerusalemme. Oslo si era rivelata una trappola, l’economia era in crisi, e mentre nei nostri figli comparivano, inequivoci, i segni della malnutrizione, a cento metri i figli dei coloni nuotavano in piscine di acqua sottratta ai nostri pozzi e campi. Un solo ricordo: i primi giorni, un corteo. A Khan Yunis. Ora: Israele è un paese tecnologicamente all’avanguardia e il suo esercito è tra i più addestrati al mondo. Ma di tutti i suoi possibili mezzi, quel giorno, per disperdere una folla pacifica, idranti, lacrimogeni, i manganelli, i proiettili di gomma sa cosa ha scelto? Gli F-16. Israele ha scelto gli F-16. Lei è stata sotto gli F-16, può capire, può contestualizzare. Missili. Missili contro megafoni. E allora è inutile mentire: perché era come dire “al diavolo, che capiscano finalmente cosa significa”. Avessimo avuto gli F-16, avremmo usato gli F-16. Ma non avevamo che i nostri corpi. Tutto qui. Era importante sentire che era possibile un minimo bilanciamento, un equilibrio nel dolore, per compensare lo smisurato squilibrio di potere. No, non ho difficoltà a riconoscerlo: abbiamo sbagliato. Anche perché abbiamo completamente dimenticato la forza dei media israeliani, i veri F-16. E ogni volta finisce che siamo noi gli aggressori, e loro gli aggrediti. Non violano il nostro diritto alla vita: esercitano il loro diritto alla difesa.

Viene spesso paragonato a Nelson Mandela: entrato in carcere da icona della lotta armata, si è poi convertito alla non violenza. Pensa sia possibile anche un altro paragone con il Sudafrica, oggi quello con l’apartheid?

Certo. E in senso tecnico, giuridico e non solo retorico, così, a iperbole. Non è propaganda. Il Rapporto Tilley è rigoroso e inequivoco. Ma come altro definirlo, un paese in cui non esiste la cittadinanza, ma solo la nazionalità, un paese in cui mi è vietato guidare in una certa strada o entrare in una certa città, e comprare una casa e solo perché non sono ebreo e, a parità di reato, un paese in cui per me la pena è maggiore? Un paese in cui la legge non è uguale per tutti, ma, come fossimo tartarughe, segue le persone e la loro carta di identità? Tra l’altro, l’opzione bistatuale è diventata impraticabile, ormai. Con questi insediamenti, e soprattutto la loro dispersione sul territorio, e le relative infrastrutture, una Palestina indipendente non può avere che il destino di Gaza. Per cui la nostra opzione, al momento – ma è più esatto dire la sola opzione al momento -, è lo stato unico. Sarà la geografia, qui, dopo tante parole, a decidere lo status finale.

Ma lo stato unico significa la fine di Israele come stato ebraico.

Ogni popolo è libero di disegnarsi lo stato che crede. Allo stesso tempo però, siamo tutti esseri umani e tutti parte di una unica comunità internazionale, con dei valori universalmente riconosciuti che ogni stato, nel definirsi e formulare le sue scelte, strutturare le sue istituzioni e politiche, è tenuto a rispettare – e d’altra parte: Israele sa benissimo di cosa parlo: è la lezione di Norimberga. E tra questi valori universalmente riconosciuti, oggi, è indubbio, e tradotti in princìpi e norme universalmente vincolanti, rientra il divieto di discriminazione. Già adesso uno stato ebraico concepito così, in termini brutalmente quantitativi, è costretto alla violazione sistematica dei più basilari diritti di milioni, dico milioni di persone: e tutto questo non può che amplificarsi con il ritorno dei rifugiati. E però, voglio sottolinearlo: “concepito così”. Perché l’ebraismo è estrema varietà e ricchezza, in realtà: e Israele non è “lo stato ebraico”, nel senso del solo possibile, ma più esattamente, è uno stato ebraico ortodosso, articolo indeterminativo. Con lo stato ebraico immaginato da Martin Buber, per limitarmi al più noto, o Hannah Arendt, non saremmo mai arrivati qui. Il pericolo non è la fine di Israele come stato ebraico, ma la fine di Israele come democrazia. E non è questione di rifugiati o stati unici: è questione anche solo della minoranza araba all’interno di Israele, e di tendenze demografiche inequivoche.

Lei dunque sostiene il diritto al ritorno. 

No, non io: il diritto internazionale. La Risoluzione 194 delle Nazioni Unite. E poi mi scusi, non sarò molto diplomatico, ma qui il problema non è nostro, dei rifugiati: il problema è di Israele, Israele e il suo 1948. Nessuno, qui, ha deciso di andarsene di sua volontà: ed è di Israele, dunque, la responsabilità di una soluzione. Anche se poi, fermo questo, senta, siamo realistici. Ed è la terza generazione, ormai. Ma quanti vorranno davvero tornare, un giorno, e soprattutto tornare in uno stato chiamato Israele? La larga maggioranza, secondo me, preferirà il risarcimento, e se otterrà piena cittadinanza, l’opportunità di ricominciare la propria vita altrove, in Palestina o nei paesi di asilo. Questo non significa, sia chiaro, che il legame tra i rifugiati e la propria terra sia sbiadito nel tempo affatto, ma pensi al rapporto tra la diaspora e Israele: la maggioranza degli ebrei non intende trasferirsi qui, anche se gli incentivi sono di ogni tipo. La cosa decisiva, per noi, è il riconoscimento del diritto al ritorno e cioè il riconoscimento della responsabilità per il 1948. E invece Israele teme le conseguenze legali, certo, gli obblighi derivanti da questa ammissione, il ritorno e il risarcimento. Ma soprattutto teme di scoprirsi diverso da come si è raccontato e fondato. Perché non solo questa non era affatto una terra senza un popolo: ma gli Herzl lo hanno sempre saputo abbiamo finalmente gli archivi aperti, oggi, e gli Ilan Pappé, abbiamo i giusti. Non è semplice adesso, è comprensibile, da popolo eletto di pionieri ribaltarsi in colonizzatori come tanti altri. Eppure – eppure mi lasci aggiungere una cosa difficile. Perché l’idea di uno stato di Israele è anteriore all’Olocausto. Esistono studi solidi, ormai, sulla connessione tra nazionalismo e sionismo, oltre che antisemitismo e sionismo – e soprattutto, tra modernità e Olocausto, oltre che antisemitismo e Olocausto. A fronte di chi intende negare o minimizzare l’Olocausto, io rivendico esattamente il contrario: il diritto di restituirgli la sua universalità. La Shoah non è stata una eccezionalità, purtroppo, una anomalia legata alla storia ebraica: è stata un prodotto della modernità occidentale. E il riconoscimento dell’universalità dell’Olocausto, allora, è la premessa del riconoscimento più autentico di Israele: come stato, ma anche metafora della vita di ognuno di noi: dei traumi, delle ferite che ci segnano per sempre. E di come eppure, nonostante tutto, tentiamo di recuperare la fiducia negli altri. Perché nessuno sia più vittime delle vittime.

Citava prima il sostegno internazionale. Ma qui gli americani agiscono da sempre come un dishonest broker, gli europei si limitano ad aiuti umanitari e solidarietà e quanto al diritto, altri hanno tribunali, i palestinesi solo pareri consultivi e commissioni di inchiesta.

Ma l’imperativo è usare al meglio ogni minimo strumento, ogni minima opportunità: perché a fronte di un nucleare, non abbiamo che pietre, pietre e ragione. Certo, fino a oggi il ruolo della cosiddetta comunità internazionale è stato quello che è stato e ci mancava solo Blair, ora. E anche il Rapporto Goldstone: tenteremo il possibile, ovvio: ma siamo ormai svezzati alle illusioni. La verità è che la pressione decisiva, qui, sarà la vostra, non la nostra. Il giorno in cui capirete che questa non è solo una battaglia per la terra: è una battaglia per la giustizia. Per il nostro diritto all’autodeterminazione e per un mondo in cui non sia più normale violare impuniti le più basilari regole di convivenza. Sono sessant’anni: e non è quello che Israele fa, a sorprendermi. È quello che gli consentite di fare. Io sono in carcere anche per lei. Ricorda Brecht? E quando arrivarono a prenderli non dissi niente, scriveva, non protestai, perché non ero uno zingaro, e poi perché non ero un omosessuale, e poi perché non ero un comunista. Fino a quando non arrivarono a prendermi: e non era rimasto nessuno a difendermi.

Ma se un giorno dovesse aversi questo scambio con Gilad Shalit non sarebbe una vittoria di Hamas? Dopo anni di Fatah, e negoziati e compromessi, la prova che invece, con Israele funziona solo la forza. Solo Hezbollah.

Sono semplificazioni di giornalisti che non conoscono la storia, oltre che un maldestro tentativo di dividerci. Questa, è vero, è la prima volta che Hamas tratta con Israele uno scambio di prigionieri: ma si sono avuti altri accordi simili, per esempio con il Fronte Popolare e nessuno ha parlato, all’epoca, di fallimento di Fatah. E comunque, se proprio vuole schematizzarla in termini di vincitori e vinti, più che una sconfitta di Fatah, sarebbe una sconfitta sua, non mia. Dovrei essere liberato non perché Israele chiede Gilad Shalit, ma perché lei chiede il rispetto del diritto internazionale.

Un’ultima cosa. Scusi la schiettezza – ma molti dicono che lei è un eroe solo perché è in carcere. Che così è facile: fuori dalla confusione, dal pragmatismo che la realtà, lì fuori, pretende e impone.

Non fossi stato nessuno, non mi avrebbero arrestato. E prima ancora non sarei valso il costo di un missile. E comunque deve esserci un equivoco: guardi che non sono io, qui, il prigioniero. Io non vivo dietro un Muro. Non ho mai definito la mia identità in negativo. Un israeliano, dopo sessant’anni, ancora non è che un non-arabo. E la mia Palestina invece, è smisurata ricchezza: ricchezza di persone, di relazioni: non di contrapposizioni. Io ho fiducia, nella vita, non paura. Io sono libero. E lei, lei che il suo Muro, invisibile, attraversa le sue città, e i suoi quartieri, casa a casa, e separa gli inclusi dagli esclusi lei che vive in un Occidente che dopo secoli, ancora ha bisogno del cemento dei barbari, lei che la sua vita non è curiosità, e meraviglia per il mondo, per l’Altro, ma solo imposizione e dominio, lei è sicura di essere libera?

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