Iraq: Dieci anni di stupidità – Johan Galtung

Nessuno ha celebrato il 10° anniversario dell’invasione dell’Iraq del 19-20 marzo 2003 da parte della coalizione (non furono responsabili solo gli USA, si coalizzò pure la stupidità). Stephen Zunes riassume le perdite in un suo eccellente articolo sulla Santa Cruz Sentinel [i]: “… la morte di almeno mezzo milione di irakeni, la gran maggioranza dei quali civili, che hanno lasciato oltre 600.000 orfani. Più di 1.3 milioni d’irakeni sono stati sfollati internamente e quasi il doppio sono fuggiti in esilio. Quasi 4.500 americani sono stati uccisi e altre parecchie migliaia hanno subito gravi ferite fisiche ed emotive che li tormenteranno per il resto della vita. La guerra è costata ai contribuenti USA quasi 1.300 miliardi di dollari”.

Oltre ad aver ucciso 1,3 milioni d’irakeni con le sanzioni imposte dall’ONU.

Usare espressioni come “intervento umanitario” o “sicurezza umana” con queste prevedibili offese ai bisogni e diritti umani fondamentali supera la Neolingua di 1984 di Orwell. Senza alcunché che giustifichi tutto ciò, la coalizione ora dovrebbe prostrarsi in confessione, contrizione e compensazioni (3C).

Come risultato, l’Iraq non è diventato una democrazia, sebbene abbia un po’ di costituzione ed elezioni multipartitiche. Essendo un paese artificiale messo insieme dal Regno Unito con brandelli dello sconfitto Impero Ottomano, multi-nazionale con arabi sciiti nel sud, arabi sunniti nel centro e curdi sunniti [nel nord], non può essere trattato come stato unitario. La nazionalità è ampiamente preminente; riferirsi al sacro come “settario” è un chiaro insulto. La democrazia all’interno di ciascuna nazione ha certamente un senso, e i curdi ne stanno beneficiando, essendo stati messi in disparte. Ma prima viene la (con-) federazione, poi la democrazia.

La maggioranza irakena è sciita, il che vuol dire che la formula di un voto a persona favorisce gli sciiti per l’intero paese; favorendo anche l’Iran e altre parti sciite del Medio Oriente.

Ma si sono liberati di Saddam Hussein? Sì; in una caricatura dello stato di diritto, prima che potesse raccontare la sua versione della complessa storia. Sta già diventando un mito, quasi un martire.

Nel 1927, il prolifico filosofo e autore francese Julien Benda (1867-1956) pubblicò un libro che divenne presto molto famoso: La Trahison des Clercs [tr. it: Il tradimento dei chierici, Einaudi, Torino 2012]. Il titolo inglese fu doppiamente infelice: The Betrayal of the Intellectuals [Il tradimento degli intellettuali]. Intanto, sarebbe stato meglio “da parte degli” anche se “degli” ha pure senso, ma in modo diverso da quello inteso da Benda. Secondo, un intellettuale è una persona che mette sempre in discussione i propri assunti, e questo è appunto l’elemento chiave qui. Un termine migliore sarebbe stato “intelligentsia”, che è forse costituita da persone formate come degli intellettuali ma non per mettere in discussione alcunché, bensì solo per dare risposte, e più particolarmente risposte in linea con le propensioni dell’autorità. Un’altra parola sarebbe stata “esperti”; un’altra ancora, più simile ai clercs di Benda: “burocrati”. Hanno scambiato tutti la propria autonomia con denaro, status, potere; e possono anche rendersi disponibili per ingaggi di breve durata mediante una diaria (per diem).

Benda richiama all’ordine l’intelligentsia francese e tedesca del XIX secolo per il proprio estremo nazionalismo, razzismo e bellicosità, che condussero alle guerre del 1870-71 e 1914-18, e al primo e secondo trattato di Versailles. Potremmo aggiungere: alla seconda guerra mondiale, allorché effettivamente si unirono in certa misura sotto il regime di Vichy per una cooperazione franco-tedesca che dura tuttora, sotto il patrocinio CEE-UE.

Benda aveva due alternative a un nazionalismo sorretto dal potere statale. Una era la cultura classica dell’Antichità, che trascendeva i confini, unificante; e l’altra era il Cristianesimo del Medio Evo, anch’esso transfrontaliero. Il mondo di Benda era l’Europa, quel che entrambe tali culture intendessero per “barbari” e “pagani” non lo riguardava.

Tradimento è parola forte, particolarmente quando sia diretta contro coloro che si considerano i veri leali e fedeli, i quali considerano quelli che invocano valori e politiche trans-nazionali/statali come traditori. Tali “clercs” hanno un grosso vantaggio: hanno a fianco lo stato che servono, tanto più quanto più siano leali, e possono mobilitare il potere statale contro i “cosmopoliti”.

I veri responsabili, gli esperti di sicurezza, degli studi regionali, ecc., che forniscono le premesse per questa violenza orgiastica, si nascondono dietro i presidenti e i primi ministri. Bush-Blair dipendevano dal sostegno dei loro consulenti, ma quel che veniva loro suggerito non era intelligente, bensì stupido.

Ipotizzare di poter invadere un paese senza incontrarvi una dura resistenza è stupido. Anche se i sondaggi mostravano più irakeni a favore degli USA che di Saddam, è imperdonabile dimenticare la terza categoria: quelli a favore né degli uni né dell’altro. Riferirsi alla resistenza come a una “insurrezione” ipotizza che l’invasore abbia una qualche sorta di legittimità, che rende illegittima qualunque resistenza. Ma la seconda risoluzione ONU brillò per la sua assenza.

Ipotizzare che un dittatore possa essere deposto e introdotta la democrazia è altrettanto stupido. Il dittatore c’è per qualche ragione: il paese è ingovernabile. Costrette assieme da una potenza coloniale – come in Libia-Palestina-Iraq-Libano-Siria – le linee di faglia sono sopravvissute alla decolonizzazione. Il potere coloniale governava con pugno di ferro, e tale logica sopravvisse nell’ intelligentsia fornendo le premesse per la guerra. La democrazia dell’una-persona-un-voto funziona in paesi omogenei con cultura dell’Io, come nei paesi Nordici, ben diversi dall’Iraq – o in paesi con tante linee di faglia che si annullano in qualche modo reciprocamente (USA, Tanzania).

Ipotizzare solo uno scenario, la guerra – magari dopo sanzioni – rivela povertà intellettuale. L’Iraq aveva problemi ma non le vittime, l’esilio e gli sfollamenti della guerra – che può durare altri 10 anni avendo sconvolto tanti equilibri instabili. La nonviolenza funziona contro i dittatori. Si tengono forum e conferenze per discutere dei pro e dei contro di stato unitario-devoluzione-federazione-confederazione-indipendenza-comunità regionali. Abbiamo la risoluzione del conflitto e la riconciliazione dei traumi. Eppure si va incontro alle dipendenze belliciste di USA-RegnoUnito, mandando gli altri all’inferno.

Quella gente dovrebbe essere nota per la loro incapacità collaudata di analizzare e prevedere e rimediare. L’accademia dovrebbe essere per gli intellettuali, non per i clercs, l’intelligentsia. E gli stati dovrebbero aggiornare i propri consulenti.

NOTA:

[i]. Vedi [email protected], http://www.santacruzsentinel.com/opinion/ci_22752778/stephen-zunes-remembering-those-responsible-10th-anniversary-iraq “Remembering those responsible on the 10th anniversary of the Iraq War” postato il 3 marzo 2013.

25 marzo 2013

  1. Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: Iraq: Ten Years of Stupidity

http://www.transcend.org/tms/2013/03/iraq-ten-years-of-stupidity/

Una replica a “Iraq: Dieci anni di stupidità – Johan Galtung”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *