Perché la nonviolenza ha fallito in Siria – Ammar Abdulhamid

Molte persone in Siria e in tutto il mondo continuano a chiedersi perché la rivolta siriana ha preso una piega violenta, nonostante il coraggio e l’abnegazione di tanti dei primi leader della protesta. Infatti, lo sviluppo sembra essere il risultato di una sofisticata strategia attuata dal regime di Assad fin dall’inizio. La comprensione di questa strategia, piuttosto che lamentarsi della situazione, come tanti sostenitori e teorici della nonviolenza continuano a fare, potrebbe aiutare a prevenirne la replica altrove.

La strategia di repressione di Assad comprende una serie di elementi, tra cui:

Il sociopatico, criminale, e le tendenze settarie della famiglia Assad e dei loro alleati selezionati con cura all’interno della classe dirigente

Nel caso degli Assad e dei loro sostenitori, siamo chiaramente di fronte a un cartello criminale in cui i legami familiari e la lealtà settaria hanno un ruolo fondamentale nel dettare le dinamiche interne e il processo decisionale del regime. Il modo in cui la famiglia a base criminale reagisce a certe sfide condotte contro la sua autorità non è simile al modo usato dagli attori politici tradizionali. Le linee rosse sono completamente diverse, l’ego e il machismo, spesso prevalgono sugli approcci più razionali. Nei casi in cui vi sia chiara evidenza di sociopatia in posizioni chiave, la nonviolenza raramente funziona. I sociopatici non hanno una coscienza a cui si può fare appello. Si potrebbe notare che la nonviolenza non è stata progettata per cambiare le menti dei sociopatici, ma per fare appello a coloro che occupano posizioni di potere e che ne sono coscienti, al fine di isolare i sociopatici. La strategia adottata dagli Assad è stata progettata specificamente, a quanto pare, per minare questa possibilità. Potrebbero anche essere sociopatici, ma, almeno i loro consulenti non sono tutti idioti.

La campagna sistematica di arresti, la tortura, l’assassinio, l’espulsione, e la migrazione forzata messe in atto contro i leader della gioventù chiave che sostenevano l’approccio nonviolento

Nei primi mesi della rivoluzione siriana abbiamo assistito ad arresti di massa e a campagne intimidatorie che miravano, in particolare, ai sostenitori della nonviolenza. Una realtà ampiamente documentata dai rapporti di organizzazioni per i diritti umani e dai pochi corrispondenti stranieri che erano nel paese. L’eliminazione dei campioni più esposti e attivi della nonviolenza ha deprivato ??un movimento che era già frammentato tra i leaders di base che aveva.

La campagna sistematica di estrema violenza perpetrata dal regime e dai suoi sostenitori, si è scatenata contro le comunità che protestavano, prendendo di mira donne e bambini che partecipano alle proteste nonviolente, con l’obiettivo esplicito di provocare una risposta violenta

La campagna del regime di Assad ha incluso il rilascio ben noto di elementi jihadista e terroristi dalle carceri di Stato, mentre allo stesso tempo venivano imprigionati i leader delle proteste nonviolente. Questa tattica viene anche chiamata “adattarsi ai vostri nemici”. E’ di per sé un approccio rischioso, ma può servire a dividere le file nemiche con la creazione di un campo più radicale in mezzo a loro, e in questo caso, minando i sostenitori della nonviolenza. Questa tattica è stato più volte utilizzato dal regime di Assad, durante la guerra civile libanese, permettendogli di emergere come il mediatore principale.

La prevalenza di una cultura settaria basata su un complesso di persecuzione di lunga data e profondamente radicata nelle truppe e milizie pro regime

A giudicare dalla retorica impiegata dalle truppe e milizie pro Assad fin dai primi giorni della rivolta, è chiaro che la repressione è stata alimentata da un ethos settario pronunciato e unico per la comunità alawita e la percezione della loro posizione nella società siriana, passata e presente. La violenza che queste truppe erano dispostie a perpetrare sembra essere stata giustificata internamente non sulla base della natura del movimento di protesta, ma su un complesso di persecuzione profondamente radicato e di una memoria collettiva di ingiustizie passate. Da qui la loro volontà di sparare a civili disarmati bombardando i loro quartieri.

 

Le divisioni settarie e regionali della società siriana

Quella alawita è stata l’unica comunità ad osservare la rivoluzione dispiegarsi da un angolo settario. Anche drusi e cristiani nutrivano molte delle stesse preoccupazioni della comunità alawita, e la loro diffidenza per i sunniti, la comunità di maggioranza in Siria, non è meno profonda.

I curdi avevano le loro preoccupazioni ma, come il conflitto si è dispiegato, anche la silente comunità turkmena ha iniziato ad agitarsi. C’è anche una dimensione regionale della situazione. Quasi tutte le regioni si sono sentite trascurate dall’autorità centrale di Damasco, accusando l’élite mercantile e intellettuale, così come gli Assad. Queste divisioni hanno ulteriormente complicato l’unità dell’opposizione.

La mancanza tra i gruppi di opposizione di leaders con una visione e un peso morale

Anche prima della Rivoluzione, il movimento di opposizione era stato decimato dagli arresti e dalla frammentazione all’interno del paese, e attraverso il continuo battibecco tra i suoi rappresentanti al di fuori del paese, su linee poltiche personali e ideologiche. Inoltre, quando la Rivoluzione è iniziata, i gruppi di opposizzione, in particolare i Fratelli Musulmani, hanno malinterpretato la situazione, e ciascuno cercava di guadagnare influenza sull’evolversi della situazione politica, pensando che la comunità internazionale sarebbe stata disposta ad appoggiare qualsiasi gruppo che avesse mantenuto una certa moderazione, prima di intervenire nel conflitto.

Con il fraintendimento della situazione e diffamandosi l’un l’altro sulle onde radio, le figure di opposizione, molti delle quali erano poco note al pubblico più vasto in Siria, hanno perso qualsiasi peso morale e anche l’influenza che avevano non potevano più usarla per convincere le persone ad aderire ad una particolare strategia.

Elementi dell’opposizione islamista e tribale, erano ideologicamente e tradizionalmente più sensibili all’ethos della lotta violenta

L’opposizione ha sempre custodito tra suoi ranghi elementi ai quali la nonviolenza sembrava troppo ideologicamente e culturalmente estranea e secolare. I membri di questi gruppi hanno sempre sognato, una rivolta armata fin dall’inizio, e contenere quell’impulso era una parte importante della sfida che gli attivisti democratici nonviolenti tavano affrontando. Mentre i nonviolenti venivano imprigionati, esiliati o uccisi, i jihadisti venivano liberati dalle prigioni o lasciati scivolare attraverso le frontiere, così altri massacri sono stati perpetrati dalle milizie filo-Assad, e i gruppi islamisti e tribali hanno potuto abbracciare le loro scelte naturali e le tattiche violente.

Il crescente numero di disertori militari, persone che, in virtù della loro carriera e formazione, hanno poca dimestichezza con la filosofia della nonviolenza, rafforzarono le fila degli islamisti con più persone sensibili alle loro richieste di lotta armata.

L’esitazione dei leader occidentali

Uno dei cardini del successo dei movimenti nonviolenti era la disponibilità della comunità internazionale a svolgere un ruolo proattivo nell’esercitare pressioni sul regime al potere e sostenere al contempo gli attori non violenti. All’inizio della rivolta, i leader occidentali hanno una limitata finestra di opportunità per garantire che la nonviolenza rimangas l’ethos dominante nella lotta dei Siriani per la democrazia. La loro esitazione ha lasciato la rivoluzione in balia degli attori e delle dinamiche che hanno poco interesse per la nonviolenza

Iran e Russia hanno avuto successo nel rafforzare il regime di Assad nella sua posizione e nel suo approccio

Il sostegno incondizionato che l’Iran e la Russia hanno offerto al regime di Assad, che si manifesta con le forniture di armi, i fondi, e la copertura diplomatica, ha schermato gli Assad da qualsiasi controllo della realtà esterna nei confronti della loro strategia. Mentre in Occidente regnava l’apatia e la confusione verso la Siria, non rimaneva altro che la certezza dell’appoggio di Iran e Russia. Considerando questo, e tutti i fattori appena evidenziati, quali possibilità poteva avere davvero la nonviolenza?

Ammar Abdulhamid è un attivista liberale pro democrazia attualmente risiede a Washington DC, dove dirige la Fondazione Tharwa, un’organizzazione nonprofit dedicata alla promozione della democrazia nella regione del Medio oriente e Nord Africa.

 

https://now.mmedia.me

19 marzo 2013

Originale: https://now.mmedia.me/lb/en/commentaryanalysis/why-nonviolence-failed-in-syria

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