Hugo Chavez: un produttore di storia – Johan Galtung

Che la sua vita e i suoi atti avessero punti oscuri fa parte della narrazione; ma ciò non dovrebbe impedire di vedere la grandezza di uno che fatto la storia.

In primo luogo, nella sua società, il Venezuela, aiutò i più miseri nella scala sociale a sollevarsi dalla miseria, nel benessere economico, nella partecipazione politica, nell’orgoglio culturale (del proprio sangue, spesso africano o indio), nella dignità sociale; andando molto oltre il coefficiente di Gini che misura l’incremento dell’ eguaglianza. Perfino il ricco linguaggio dei diritti umani è troppo blando per riflettere tutto ciò.

Secondo, egli fece lo stesso per l’America Latina; contribuì a sollevare i paesi più poveri, anche nel nome dell’icona Simón Bolívar: Cuba e Nicaragua, Ecuador e Bolivia, Brasile, per citarne alcuni.

Ovviamente le due politiche sono collegate. La Colombia con la sua immensa storia di violenza dal 1948 al 2013, è un paese pariah e può essere tirata su solo sollevando il settore sociale pìù in basso, aggredendo la diseguaglianza flagrante. Chávez e i suoi colleghi capi-di-stato Castro e Ortega, Correa e Moráles, Lula, sono in sintonia. La leadership del continente, con Kirchner dell’ Argentina, e l’icona di Salvador Allende del Cile! Una formazione formidabile; ben oltre i leader europei che cercano di barcamenarsi nelle proprie crisi.

Lo scomparso saggista-giornalista Christopher Hitchens intervistò Chávez alcuni anni fa, chiedendogli delle analogie e differenze rispetto a Fidel. Chávez rispose che quando si trattava dell’imperialismo USA erano della stessa idea, in completa solidarietà. Ma aggiunse: “Però,

Fidel è un comunista che crede in uno stato con un partito unico guidato dal partito comunista; io sono un democratico di sinistra, che crede in uno stato multi-partito e libere elezioni;

Fidel è un marxista che crede solo nel settore pubblico dell’economia, statale; io credo in un’economia mista, pubblica e privata;

Fidel è un ateo, che crede nell’ateismo scientifico; io sono un cattolico e mi ispiro al fatto che Gesù visse fra i poveri.”

Troppo dissonante perché certe menti anglo-americane lo prendessero in considerazione.

Ma molto significativo in America Latina, particolarmente in un tempo in cui molti abbandonano la Chiesa cattolica, abbracciando le sette evangeliche. Il Sermone della Montagna – Matteo, 5 – come programma politico: non sollevare i ceti al fondo fino al Paradiso, ma a una realtà migliore in questo mondo. Molti paesi hanno il denaro da petrolio per farlo, e la maggioranza dei poveri per dar loro legittimità democratica. Ma Chávez lo ha fatto, fonte d’ispirazione e condivisione con altri leader e popoli latino-americani, e oltre, nel mondo.

Chi è miglior cristiano: Chávez o un tedesco dimenticabile con un cervello dell’XI-XXII secolo, dimissionario per stanchezza? Che avversa una teologia della liberazione vicina al cuore di Chávez quanto distante dal suo, sempre che ne abbia?

A parte questo, il Venezuela è economicamente sostenibile?

L’economia è nei guai, mancanza d’investimenti ecc., debito verso i cinesi in crescita (punto non grave finché il petrolio scorre verso la Cina anziché verso degli USA che ora trasformano le sabbie scistose in inghiottitoi). Il fattore chiave è far sì che gli abitanti degli slum ex-marginalizzati ed esclusi contribuiscano all’economia, rafforzando sia produzione, offerta e domanda.

Molti si sentono minacciati dai poveri e dal fattore razziale, dallo stesso Chávez, in crescente risalto: “Ci tratteranno come noi abbiamo trattato loro”? E, ci batteranno in concorrenzialità? Alcuni saboteranno, troppo tardi per uccidere Chávez, ma magari non per parte dell’economia. Molti paesi si sentiranno minacciati dall’emergere dei paesi poveri, per gli stessi motivi e uno in più: tutto ciò ispirerà coloro che abbiamo calpestato a fare altrettanto? I neri degli stati USA del Golfo del Messico potrebbero essere interessati a una (con)federazione con paesi caraibici popolati allo stesso modo, dai mercanti di schiavi di Liverpool?

Qualcuno è certo all’opera 24 ore al giorno 7 giorni alla settimana perché il Venezuela non ce la faccia. Ma può essere troppo tardi. L’uovo è stato drizzato e sta in piedi su una piccola crepa, e lo ha fatto Chávez. Il pensiero non è stato solo immaginato ma messo in pratica e, dato l’entusiasmo e la dedizione dei rinati in maglietta rossa, il Venezuela probabilmente ce la farà.

All’orizzonte ci sono questioni aldilà del futuro del Venezuela.

Sarà difficile per gli economisti insistere nella propria illusione dello sgocciolamento (della ricchezza), data la coraggiosa opzione di Chávez. Ma talvolta la discriminazione positiva è una terapia shock indispensabile per aiutare chi è in miseria – donne ovunque, non-bianchi, Malay in Malaysia, dalit in India – anche se “distrugge i meccanismi del mercato” – per il breve tempo che è stato necessario per avere effetto in Venezuela. Gli economisti dovrebbero contribuire a innalzare i derelitti, anche nei paesi non ricchi di petrolio, non solo evidenziare i problemi.

Sarà difficile per i teologi cristiani non tener conto di tale sfida. Gesù visse fra i poveri, non solo predicando sulla Montagna, ma dando da mangiare, accudendo, confortando, con compassione, sulla terra. Chávez non era un teologo introdotto in quell’ambiente intellettuale, minato da due millenni in cui ogni sua mossa risulta sbagliata per alcuni, per molti. Egli agì. Quest’eterno dibattito nella chiesa non è affatto nuovo, come scrive Hans Küng nel suo superbo “È ora, infine, di una Primavera Vaticana?” (IHT, 1 marzo 2013). Se no, dice Küng, “la chiesa cadrà in una nuova era glaciale – riducendosi a una setta sempre più irrilevante”.

Küng stesso potrebbe operare una svolta, da papa, per il mondo intero.

Sarà anche difficile per gli estremisti di sinistra considerare come unica possibile la linea di Fidel. Una legittimità democratica occidentale, un’economia diversificata e simbiotica e un’intensa motivazione etica possono portarci un po’ più avanti. Ma l’Occidente ha una tendenza a confondere la violenza col conflitto, tregue e disarmo di “ribelli” con le soluzioni, una democrazia con elezioni nazionali multi-partitiche con la mediazione; e lo stato di diritto tralascia gli atti d’omissione come i diritti umani tralasciano i diritti della popolazione.

Sarà anche difficile per i politici nascondere la loro mancanza d’iniziativa dietro l’anti-populismo. La democrazia è già popolista, e Chávez ha mostrato che quel che la gente vuole, la dignità, non è populista nel senso di promettere il non mantenibile ma proprio quello che si può fare a breve.

Un genio ci fa pensare, e agire, diversamente, in tal modo facendo la storia. Chávez è stato uno uno di questi. Grazie Hugo – possa tu non riposare in pace.

11 marzo 2013

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: Hugo Chavez: A Maker of History

http://www.transcend.org/tms/2013/03/hugo-chavez-a-maker-of-history/

Una replica a “Hugo Chavez: un produttore di storia – Johan Galtung”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *