Consapevolmente verdi – Recensione di Cinzia Picchioni

Stephanie Kaza, Consapevolmente verdi, Feltrinelli, Milano 2010, pp. 208, € 9,50

Una guida personale e spirituale alla visione globale del nostro pianeta è il sottotitolo di questo indispensabile (piccolo – di misura – ed economico) libro che non abbiamo richiesto alla casa editrice per recensirlo. Ha un percorso diverso: l’ho comprato, l’ho letto, ero entusiasta e mi è stato chiesto di scriverne. Mi è un po’ difficile farlo, perché mi verrebbe voglia di trascrivere pezzi interi da ogni capitolo, o semplicemente suggerire di leggerlo per intero e cominciare subito a fare gli «esercizi» suggeriti. Ma non si fa così una recensione e quindi provo a trasmettere l’importanza delle sue pagine.

Perché chiudere il rubinetto mentre mi lavo i denti?

«[…] anche chi è sinceramente preoccupato […] ha difficoltà a trovare una motivazione personale che induca a uno stile di vita ispirato ai valori “verdi”. […] è poi necessario fondare il proprio comportamento su principi e valori, con una comprensione più profonda di quanto avviene attorno a noi e dei mutamenti in atto a livello planetario» (dalla quarta di copertina).

Ho deciso di comprare il libro leggendo l’Indice, quindi credo utile riportare qualcuno dei titoli di capitolo: «Riflettere sul desiderio»; «Agire per la pace»; «L’impegno a compiere sforzi efficaci» sono alcuni capitoli, ciascuno dei quali è corredato da una bibliografia «ragionata». I capitoli sono all’interno di tre «parti» dove ricorre l’aggettivo «verde»: Alla ricerca dei principi verdi «un approccio basato su un fondamento etico [per…] diminuire il danno inflitto alla Terra»; Percorrere la via verde «suggerisce strade [per…] rafforzare la propria volontà di agire verde e passare da una condizione di principiante a fare quella che io definisco una scelta di vita»; Agire sui valori verdi «prende in considerazione alcune situazioni specifiche in cui mettere alla prova la via dell’agire verde» tramite tre àmbiti, energia, desiderio, pace.

Il libro scorre via come un manuale di alto livello, ma si capisce che «dietro» c’è una riflessione di anni:

«Sin dalla prima Giornata della Terra cui presi parte, nel 1970, sono stata ambientalista in vari modi, spesso nel ruolo di insegnante dedita a promuovere la consapevolezza ambientale» (p. 13); e si capisce che c’è anche un approccio «buddhista» alle tematiche ambientali: «La tradizione buddhista attribuisce grande importanza alla comprensione del’interdipendenza dell’uomo e della natura, un’enfasi che si riverbera nel forte monito etico a rispettare la vita e astenersi dall’uccidere. Inoltre, il buddhismo ha condotto analisi particolarmente raffinate del desiderio, la forza motrice delle mode legate al consumo. Gli occidentali di oggi sembrano trovare nelle pratiche contemplative del buddhismo utili strumenti per rallentare il folle ritmo della moderna vita elettronica. Questi momenti di riflessione sono assolutamente necessari per riuscire a realizzare i cambiamenti imposti dalla crisi ambientale che incombe su di noi» (p. 13, la sottolineatura è mia).

Interdipendenza, Thich Nhat Hahn e Gary Snyder

Tutto il terzo capitolo del libro approfondisce il tema dell’interdipendenza. Gary Snyder: «[…]si riferisce al bisogno di nutrirsi come a un’opportunità di pratica spirituale, in cui le azioni di ogni giorno sono conseguenza diretta del’etica individuale. (p. 23)[…]Nella sua acuta visione zen, Snyder ci invia a riconoscere il danno come necessario alla nostra vita. Noi tutti siamo parte del grande dramma del mangiare ed essere mangiati […]Se il nostro obiettivo spirituale è ridurre il danno nel mondo occorre porsi delle domande importanti: Di che cosa ho realmente bisogno? Qual è la mia giusta parte? In che modo le mie scelte influiscono sulla disponibilità di cibo per gli altri? […]Qual è il quantitativo di acqua di cui ho veramente bisogno? Qual è il costo dei miei rifiuti? Quali esseri sul pianeta soffrono a causa del mio fabbisogno d’acqua e dei rifiuti che produco? (pp. 24-5).

Mitakuye Oyasin («detto» Lakota che significa «Tutto è collegato»)

«La pericolosità del DDT fu scoperta quando gli scienziati osservarono che le uova dei pellicani si rompevano prima che i pulcini si fossero formati. Il disinfettante era stato scaricato in alto mare da un’impresa industriale e i pesci giorno dopo giorno lo avevano assimilato. I pellicani, che si nutrivano di pesce, manifestarono gradualmente l’incapacità di produrre gusci abbastanza robusti per resistere fino alla nascita dei pulcini, a causa di un blocco nel processo di formazione del calcio. I pellicani continuavano a deporre le uova, ma il numero di esemplari andava diminuendo e la specie arrivò a essere a rischio di estinzione» (p. 38).

Questo non per dire «poveri pellicani» (fra l’altro chi di noi ha mai visto un pellicano nei nostri cieli?), ma per dire che «tutto è davvero collegato, in modi che non immaginiamo neppure, e il danno si manifesta a distanza di anni, in maniere che rischiano di farci perdere la consapevolezza della connessione: la ditta che ha scaricato le sostanze – in alto mare, credendo di essere abbastanza lontana – ha creduto di essersi liberata del problema e invece eccolo lì, nel pesce (quello magari lo mangiamo) e non basta: il pesce è cibo per i pellicani, che non muoiono mangiandolo, ma producono uova col guscio debole, rischiando di estinguersi come specie!!! Attenzione a quello che facciamo, davvero attenzione! E a proposito di «fare»…

Come dev’essere un’azione?

Appropriata (ossia adeguata alla situazione, non estranea alle norme culturali, accettabile e collegata alla sofferenza con cui si confronta; concreta deve cioè effettivamente ridurre quella sofferenza e aprire ad altre soluzioni; realizzabile cioè qualcuno deve poterla realizzare. Buono come piano no? Per trovare l’azione migliore possiamo anche porci le seguenti domande: Cosa posso fare in concreto? Come posso ottenere l’effetto desiderato, date le mie conoscenze di cose e persone? Come posso far sì che il mio lavoro produca un risultato? (p. 81).

Anche qui la Rete di Indra

La prima persona che mi ha parlato della Rete di Indra è stato – bisogna dirlo? – Nanni Salio, e l’ho trovata una metafora perfetta per il concetto dell’interdipendenza. È perciò con grande gioia che ho trovato il concetto espresso molto bene nelle pagine del libro che presentiamo, arricchito anzi da un riferimento alle celebri parole di John Muir: «Quando cerchiamo di cogliere una cosa da sola, ci accorgiamo che è indissolubilmente legata a tutto il resto dell’universo». Cercate nella … rete la Rete di Indra, ne rimarrete innamorati come l’autrice del libro (e come la sottoscritta), ed è un concetto fondamentale per ogni cammino, ecologista e/o spirituale che sia.

Un’altra scoperta che ho fatto grazie a questo libro (che vi consiglio di comprare, per una volta) è che Rachel Carson ha incontrato – come me – il tumore al seno, proprio mentre stava scrivendo il famoso Primavera silenziosa (1962)! «Sorella» non solo nelle idee…

Anche qui l’impronta

www.ecologicalfootprint.org è il sito consigliato dall’autrice per «mappare» la nostra impronta, nell’ottica di ridurre il danno; non basta infatti sostituire le lampadine, coibentare le nostre case, acquistare apparecchi ad alta efficienza, serve «fare riferimento a un quadro d’insieme più ampio e cercare di sviluppare una consapevolezza dell’energia che tenga in considerazione contesti diversi» (p. 144).

Anche qui la riflessione sul desiderio

Vorrei averlo scritto io questo libro, perché è proprio perfetto. Dopo aver trattato i principi «verdi», dopo aver aiutato il lettore a percorrere la via verde, alla fine il libro giunge all’origine di tutto: il desiderio. Un intero capitolo (l’ottavo) è dedicato alla riflessione sul desiderio: citando State of the World e canoni buddhisti si arriva alla frase koan «Il desiderio è alla radice dell’insoddisfazione» (p. 154), si legge del principe Siddharta, si scoprono due parole tibetane, shenpa e shenlock. La prima è «quella sensazione appiccicosa» che ci rende insicuri e ci spinge a cercare «le cose che ci fanno sentire bene: il cibo, il sesso, l’acquisto di beni, magari un buon cappuccino» (p. 157). Per difenderci da shenpa occorre shenlock, cioè trattenersi dall’agire sulla spinta emotiva per il tempo sufficiente «per vedere ciò che si nasconde dietro, per esempio, al comprare il sesto paio di stivali di cui non abbiamo bisogno» (p. 158). E poi naturalmente l’autrice indica degli «esercizi» per prolungare shenlock, quattro metodi tratti dal corso che ha tenuto all’Università del Vermont (si intitolava Disimparare il consumismo, ci credereste?). Il corso si basa su semplici domande: che cos’ho? Che cosa ho mangiato? (e anche Come mangio? Con pratiche zen del tipo oriyoki, uno «stile» di consumare il proprio pasto. Non perdetevene la descrizione a p. 167) Che cosa compro? (con esperimenti di «digiuno tecnologico», sui passi dei frati trappisti).

 Anche qui Gandhi e il Sarvodaya

Altra cosa che ho scoperto leggendo questo fondamentale libro (neanche 200 pagine in fondo…), è che esiste il Sarvodaya Shramadana, un movimento fondato nel 1958, che coinvolge oltre 15mila villaggi con meditazioni collettive per cambiare la «psicosfera» (per esempio dello Sri Lanka nel 2002) e rafforzare il desiderio di tutti di mettere fine alla guerra (www.sarvodaya.org). Ho trovato la notizia nel capitolo Agire per la pace, in cui si narra il perché delle guerre, e mi è sembrato di capire che quasi tutte le guerre «sono per le risorse» e che siccome le richieste di beni aumenta continuamente, le risorse sono sempre più preziose ma diminuiscono e così «si fa la guerra per averle». Dunque: consumo=guerra, meno consumo=pace. Facile no? Ho capito allora perché sono così interessata ai nostri comportamenti individuali, più che a parlare di come «eliminare i conflitti». Sono sempre più convinta, con le parole di Alessandro Bergonzoni, che «prima evoluzione, poi rivoluzione». In tutto il libro ci sono continuamente rimandi alla pratica personale, a una qualche forma di meditazione, di silenzio, di preghiera, di contemplazione, insieme all’azione, nel cercare di costruire la pace, «La pace con gli altri, la pace con la Terra, la pace nei nostri cuori – ciascuno di questi contesti po’ motivarci a costruire la pace sulla via dell’agire verde» (p. 183).

Facciamo ritorno al titolo: Consapevolmente verdi, che non è casuale, e che ha attirato la mia attenzione proprio perché da anni frequento il mondo ambientalista e «verde», scoprendo abbastanza «verde» ma non abbastanza «consapevolezza», e mi ripeto che «Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo» è la frase chiave del pensiero gandhiano, ma che per «essere» il cambiamento occorre un grande, costante, giornaliero, «lavoro» interiore, altrimenti si è destinati al fallimento. Se ognuno cambia, tutto cambia, e non succede mai il contrario. Mi sembra che questo libro contenga tutta questa riflessione, ma fornisca anche pratiche da provare immediatamente per incamminarci verso il cambiamento interiore indispensabile per quello esteriore.

Riassunto

Ridurre il danno, intraprendere la via del non uccidere: questo è il punto di partenza, una pratica di vita sostenuta da tutte le grandi tradizioni filosofiche e religiose del mondo. (p. 30)

 

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