Un ricordo di Sankaralingam Jagannathan – Laura Coppo

A volte quando le persone muoiono lasciando un vuoto straziante, incolmabile. Se ne vanno troppo presto e lo spazio che occupavano resta buio, vacante. Ma quando una persona vive quasi cent’anni e lascia dietro di sé la ricchezza spirituale che abbiamo ereditato da Jagannathan non vi è vuoto, vi è solo un pieno, una gran luce.

Rileggevo ieri sera la storia straordinaria della vita di quest’uomo e mi sembrava che ci fosse troppo per una sola persona, ci si possono riempire ben più esistenze con tutto quello che Jagannathan è riuscito a fare in 98 anni (nato il 6 ottobre 1914 nel villaggio di Sengappadai, Tamil Nadu, è morto il 12 febbraio 2013 a Gandhigram, nel Tamil Nadu).

Un percorso coerente e armonioso, che lui mi raccontò descrivendo le gioie e il piacere di ogni singola tappa della sua esistenza: dal primo gesto di ribellione quando ancora bambino si unì a un gruppo di nazionalisti dando fuoco alla sua elegante camicia di produzione straniera, alla scoperta di Gandhi e dei grandi maestri spirituali indiani che lo portò a lasciare il College e a iniziare la vita di ashram (lavorando prima come maestro e poi come operatore sociale negli slum di Bangalore), alla fondazione delle Gandhi Student’s Homes, sorta di ostelli nati per avvicinare gli studenti al servizio volontario a favore dei poveri. E poi l’incontro con Gandhi, la lotta per l’indipendenza, il matrimonio con Krishnammal (che abbiamo incontrato ancora una volta in piazza Castello a Torino il 16 aprile 2012 alla tenda di “Ascoltateli”, con una intensa testimonianza di solidarietà per la lotta in Val di Susa) e la straordinaria esperienza con Vinoba Bhave e il movimento Bhoodan per il dono della terra. Seguito dalla nascita della Worker’s Home di Gandhigram, l’ashram costruito con le sue stesse mani e nel quale è morto il 12 febbraio, circondato dalla sua famiglia e dai suoi collaboratori.

Da Gandhigram sono partite le innumerevoli lotte nonviolente a favore dei diritti dei contadini senzaterra condotte insieme alla moglie Krishnammal e ai collaboratori del loro movimento, il LAFTI (Land for the Tiller’ Freedom). Campagne contro l’intoccabilità, il consumo eccesivo di alcool, gli allevamenti intensivi di gamberetti. Ma soprattutto contro le situazioni in cui, in piena violazione delle legge indiana, grandi estensioni di terra coltivabile rimanevano nelle mani di ricchi proprietari terrieri o dei templi, sottraendole ai contadini che si vedevano costretti a lavorare a condizioni inumane come braccianti salariati. Grazie a queste enormi fatiche centinaia di migliaia di famiglie contadine del Tamil Nadu hanno ricevuto un pezzo di terra con cui sostentarsi e recuperare la propria dignità.

Jagannathan ha lasciato in me ricordi indelebili che vanno al di là del suo incredibile percorso di vita, delle sue azioni: è stata infatti ancor più la quotidianità di quelle cinque settimane passate insieme a farmi comprendere in pieno la sua grandezza. Intanto la sua capacità di ridere. Un uomo anziano, debilitato dall’età e dai problemi di salute e con la mente sempre rivolta alle sofferenze dei poveri e alle ingiustizie era però capace di scoppiare in una risata cristallina, di scherzare con i suoi collaboratori, di ricordare sorridendo episodi del passato anche drammatici, come i periodi di incarcerazione. Quest’uomo in grado di mettere in difficoltà il governo di Delhi con le sue proteste aveva in sé una straordinaria dolcezza, quel dono che la tradizione indiana chiama ahimsa, il non nuocere, il non indurre paura nel prossimo. Osservando le dinamiche fra Appa e i suoi collaboratori era chiaro che questi erano disposti a seguirlo ovunque in virtù della sua autorevolezza (e non autorità), del suo esempio, delle sue capacità e della sua dedizione, e non perché in quanto leader esercitava un potere su di loro, un diritto a comandare. Dove c’è nonviolenza non c’è potere, quando si parla di Jagannathan come di un leader bisogna tenerne conto: lui andava per primo e gli altri lo seguivano, mi verrebbe da dire per amore. Allo stesso tempo il rispetto e la stima di Jagannathan per coloro che lavoravano con lui era enorme.

Un altro aspetto che mi ha conquistata era la naturalezza con cui viveva le proprie scelte di vita, a dir poco radicali! Era così percepibile il fatto che lui non avesse rinunciato ai bei vestiti, a una vita comoda, a un ruolo di dirigenza all’interno di un organizzazione più strutturata e facile da gestire del LAFTI, lui era proprio così, e non poteva essere altrimenti. Gli piacevano alcuni piatti, soprattutto dolci, che Krishnammal gli preparava, così come gli piaceva il cioccolato, e lui se li godeva proprio quei cioccolatini che gli avevo portato da Torino su suggerimento del figlio Bhoomi. Allo stesso tempo era in grado di digiunare fin quasi alla morte quando lo riteneva necessario alla causa per la quale si stava battendo.

La figlia Sathya mi ha raccontato che uno dei motivi per cui non si è mai sposata è che la relazione tra i suoi genitori era talmente perfetta che non avrebbe potuto accettare niente di meno da una vita di coppia. Sposatisi contro la volontà delle rispettive famiglie (lei intoccabile, lui un gandhiano squattrinato), hanno saputo lasciarsi lo spazio per portare avanti gli aspetti della lotta che ciascuno riteneva più importante occupandosi sempre l’uno dell’altra: l’amore, il rispetto reciproco e l’intesa fra questa anziana coppia mi lasciava senza parole.

Le cose che più preoccupavano Jagannathan rispetto alla sua India quando l’ho conosciuto più di tredici anni fa erano la questione dell’unità fra hindu e musulmani, il problema ancora così bruciante dell’intoccabilità e delle caste e la necessità di arrivare alle Repubbliche di Villaggio come nucleo sociale e produttivo in cui tutti potessero vivere dignitosamente. Da allora molto è cambiato in India, ma non i problemi dei più poveri tra i poveri. Krishnammal continua il suo lavoro al loro servizio, e così i loro straordinari figli, Bhoomi e Sathya, seppure in modi diversi. L’esempio delle loro lotte nonviolente continua a illuminarci in un momento così confuso e incerto.

15 febbraio 2013

(Sulla storia di Krishnammal e Sankaralingam Jagannathan, Laura Coppo ha scritto una bella biografia, frutto del suo soggiorno in India: Terra, gamberi, contadini ed eroi. 70 anni di lotte nonviolente di una straordinaria coppia di indiani, Emi, Bologna 2002.)

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