Pensando al Mali – Johan Galtung

La prima prognosi per l’invasione francese era una rapida vittoria dato il loro superiore armamento; e poi comincia la vera guerra: la guerriglia. La Francia affronta due forze molto potenti, il nazionalismo tuareg e l’islamismo musulmano; che sono in cooperazione e in conflitto; e che si mescolano facilmente con altre forze – ne fanno parte – per bersagliare meglio i francesi.

A nessun paese occidentale piacciono le bare in rimpatrio; si preferisce addestrare ed equipaggiare i locali per il compito, trattare con regimi semi-legittimi, stiracchiare le risoluzioni ONU: AfPak, Libia. L’ AFRICOM USA vuole 4000 soldati dispiegati in 35 paesi africani quest’anno per l’addestramento anti-terrorismo. Alcuni passano armi ad altri, alcuni sparano per aria, alcuni combattono, approfondendo le linee di faglia come quelle di razza – un tempo schiavisti-schiavi! – in Mali. L’Occidente si dispera; la pazienza a casa è limitata. È giunto il momento per il terrorismo di stato dall’aria, che distrugga le “fortezze”; magari droni predatori da Gibuti?

Al prossimo turno: terrorismo da ambo le parti, con ostaggi, “Comandi per Operazioni Speciali”, esecuzioni extragiudiziarie. Roba durevole; AfPak, Libia.

Guerra–>guerriglia–>terrorismo di stato–>terrorismo. Tutti e due in divisa; l’uno, non l’altro, né l’uno né l’altro. Abbiamo già vissuto questo molte volte, con qualche variazione. Ma la capacità d’apprendimento occidentale sembra limitata. La Francia è ora a un paio di generazioni di distanza da Dien Bien Phu, 7 maggio 1954 (cui succedettero gli USA nel 1961, per poi cedere nel 1975). Che cosa arriva per primo, il 60° anniversario o il ritiro francese dal Mali? 1.2 milioni di tuareg, nomadi cammellieri, sparsi su un paio di milioni di km2 nel Sahara centrale – prevalentemente in Niger e Mali, alcuni in Burkina Faso, Algeria e Libia – unificati dalla regina Tin Hinan nel IV o V secolo, molto prima che ci fosse qualcosa come la Francia; con una cultura fiorente. I francesi conquistarono, massacrarono, smantellarono le loro confederazioni, e li costrinsero alla sottomissione.

C’è qualche accenno all’autonomia tuareg. Però, perché non a uno stato tuareg, il loro Azawad, ricavato da quegli almeno sei artifici occidentali, basati su sette confederazioni tuareg, se così vogliono?

E in quanto agli islamisti? I tuareg, come i taliban in Afghanistan e Fata’h in Palestina, sono prevalentemente musulmani, ma hanno un’agenda limitata, nazionalista; a differenza dagli islamisti di Al Qa’ida e Hamas che esigono rispetto per l’Islam. Lo stesso in Occidente: stati e nazioni, e un Occidente a caratteri cubitali che vuole gestire il mondo in nome della democrazia e della guerra al terrorismo.

Per esempio mediante la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale – ECOWAS, un artefatto occidentale del 1975 con 15 paesi membri comprensivi del Mali e del Niger, completata con tanto di Miss ECOWAS nigerina come Ambasciatrice di Pace. La carta geografica mostra gli stati ma non le zone costiere cristiane secolarizzate con le capitali, le teste di ponte occidentali, e il territorio interno musulmano che attraversa i vari stati da ovest a est. Enormi diseguaglianze insostenibili. E, cristianesimo e islam sembrano essere anti-ciclici: l’uno sale mentre l’altro cala. Il cristianesimo finì d’essere una forza globale in Occidente con la divisione e caduta dell’impero romano; l’islam sorse nel 622 e s’espanse esplosivamente spendendo la propria energia; il cristianesimo esplose dalla Spagna verso l’Occidente cristiano in generale costringendo la gran parte del mondo alla sottomissione; e ha ora speso la propria energia eccetto che per un’ultima cosa, alcune armi atomiche; nel panico che l’Islam se ne procuri altre.

Il cristianesimo è indebolito dalla propria irrilevanza per il nostro mondo d’oggi, al di là sia del peccato di Agostino sia della redenzione mediante la croce, la fede e la Chiesa, e l’ottimismo a lungo termine di Origene per il cristianesimo ortodosso. Il secolarismo è indebolito dalla flagrante contraddizione fra lo stato di diritto, i diritti umani e la democrazia, e un’incapacità a praticare tutto ciò oltre confine.

Sarebbe meglio sedersi e dire ‘siamo fuori gioco, è la volta dell’islam’, e cercare di convertire (succede anche in Francia) – tale conclusione è tratta da menti incapaci di andare oltre il “loro contro di noi”. Ma c’è anche il dialogo, e il mutuo apprendimento. Tuareg e musulmani hanno preso molto dall’Occidente negli scorsi cent’anni; e se adesso l’Occidente cercasse di imparare qualcosa da loro? È davvero ovvio che lo stato moderno, automatizzato, industriale, finanziario-speculativo sia meglio che il nomadismo confederato da cammellieri?

Potrebbe esserci una seconda prognosi, più felice? Ovviamente:

– Con grandi conferenze pubbliche in Francia, in Inghilterra (l’invio di truppe come “missioni dissimulate”?) e negli USA – perfino in Norvegia dove il 51% è a favore di un contributo militare norvegese, solo il 33% contrario – con tutte le parti coinvolte per contribuire ad articolare e risolvere alcune problematiche. Parole, non proiettili.

– Se l’Occidente in generale e la Francia in particolare rinunciano all’idea della democrazia in “stati unitari” che sono di fatto profondamente divisi per razza, lingua, religione, storia, attaccamento geografico. Una federazione con elevata autonomia e democrazia in ogni sua parte ha sì senso. Il Mali è al 90% musulmano, il che punta verso la Turchia, l’Indonesia, non verso la Francia.

– Si aggiungano parlamenti bicamerali, una camera territoriale, una nazionale con potere di veto per le nazioni laddove vengano calpestate le loro identità.

– E poi, un approccio all’Azawad tuareg potrebbe essere come la somma di autonomie contigue. Una parte sostanziale si trova in Algeria, che ha tentato sovente di mediare, ma respinta da Parigi. La Libia di Gheddafi arebbe potuto giocare un ruolo positivo a questo proposito in quanto era a sostegno dei tuareg e aveva previsto il caos nella regione se lui fosse dovuto cadere. Sapeva forse qualcosa dei tuareg e degli islamisti?

– Timbuktu come memoriale culturale, parte dell’eredità umana, ha bisogno di protezione. Perché non aviotrasportarvi truppe con un mandato ONU per fare appunto quello, essendo specifiche sul bersaglio, non distruttive o protettive dei regimi secondo l’antica agenda coloniale occidentale, un guazzabuglio per l’Africa.

– L’Occidente usa l’islamismo, Al Qa’ida e il salafismo come alleati in Siria e Libia, e come nemici in Mali. Ciò sa di opportunismo, motivato economicamente e in altri termini. Comunque, potrebbe anche essere una base per complessi negoziati a favore di approcci pacifici.

Qui entra in gioco uno sgradevole fatto storico: più l’Occidente aspetta e più uccide, tanto più duri si fanno i fronti. I musulmani diventano islamisti mentre gli evangelici si danno ai droni e agli squadroni della morte.

Le prospettive sono oscure in quanto la civiltà occidentale in Africa sembra basata sulla potenza, non sul diritto.

11 Feb 2013
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: Thinking Mali
http://www.transcend.org/tms/2013/02/thinking-mali/

Una replica a “Pensando al Mali – Johan Galtung”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *