Schiavitù, colonialismo, e la Chiesa – Johan Galtung

Da Liverpool – UK, 31 gennaio 2013

Incontestato centro della tratta mondiale degli schiavi, 40%, ben documentato nel Museo Internazionale della Schiavitù nel porto dove attraccavano le navi schiaviste. Il traffico era triangolare: da Liverpool (Bristol, Londra) con tessili di Manchester, metalli, perline, alcool e cannoni per i trafficanti di schiavi nel Golfo di Guinea; da lì con schiavi ai Caraibi, il Passaggio Mediano; e da lì con zucchero, caffè e cotone coltivati dagli schiavi, di ritorno all’Inghilterra. Oltre a rapire persone, per 2/3 giovani fra 15 e 25 anni, e a ucciderne le società, ne rapinavano anche le materie prime in cambio di manufatti di basso valore. Procedevano mano nella mano; fin dall’inizio con i portoghesi nel 1502 finché la tratta degli schiavi fu proibita in Inghilterra nel 1807 – peraltro continuata altrimenti, anche oggi.

Parliamo di milioni di schiavi sbarcati nell’arco fra Rio a Washington con baricentro caraibico, e di altri a sud di Rio, a nord di Washington e sulla linea di costa del Pacifico dell’America Latina. Un indicibile crimine contro l’umanità.

Un altro indicibile crimine da ricordare, la shoa, ha la propria giornata della memoria il 27 gennaio; ma quello altrui, della Germania, nemica dell’Inghilterra, risulta più facile. Niente giorno della memoria della Schiavitù, né del Colonialismo, a differenza dell’Olocausto. Né memoria di sorta per i 10 milioni di persone uccise nel Congo di re Leopoldo, ad Anversa, il porto d’imbarco dei cannoni per l’Africa in cambio della gomma; di più facile comprensione che i manufatti convertiti in schiavi riconvertiti in merci di largo consumo. Forse un giorno arriveremo a tutte e tre le giornate della memoria. E a musei per le Prime Nazioni, della schiavitù e dell’imperialismo, negli USA, accanto al museo dell’Olocausto di Washington DC. Che non sminuirebbero in alcun modo l’enormità della shoa, ma favorirebbero la prospettiva, una miglior comprensione, per imparare come evitare il genocidio. Il tutto interamente intenzionale, giustificato considerando le vittime dei sub-umani o peggio. Come la strage dei kulak di Stalin. Le carestie di massa in Cina con Mao nel periodo 1958-62, o nella Corea del Nord, che tuttavia è difficile considerare intenzionali.

Tornando alla schiavitù, ecco alcuni punti da tenere a mente, dal catalogo:

– sir Francis Drake, eroe della storia inglese, per le sue incursioni sugli spagnoli, per essersi impadronito dell’oro, per aver navigato il mondo; era fra i primi schiavisti all’inizio del regno della regina Elisabetta I, che lo fece cavaliere;

– le navi di Liverpool trasportarono circa 1.5 milione di schiavi, 45.000 nel 1799, l’anno del picco;

– Liverpool ha ancora strade con i nomi di mercanti di schiavi;

– dal 10% al 25% dei trasportati morirono durante il Passaggio Mediano in condizioni atroci;

– solo il 5% degli africani resi schiavi sopravvissuti alla traversata finirono nel Nord-America britannico, rimanendo per quasi 250 anni nel sud inglese dei successivi Stati Uniti;

– quando 131 africani furono buttati fuori bordo da una nave negriera di Liverpool, si trattò il caso come lite assicurativa, non come processo penale per assassinio;

– “Venduti, marchiati – con ferro rovente, come il bestiame – riassegnati un nuovo nome, gli africani venivano separati dalle famiglie e dagli amici e privati delle proprie identità in un deliberato procedimento teso a spezzarne la volontà e lasciarli passivi e servili, schiavizzati; venivano realmente ‘stagionati’. Per un periodo di due o tre anni venivano ‘addestrati’ a obbedire o ricevere frustate, e acclimatizzati al proprio lavoro e alle proprie condizioni – una tortura, mentale e fisica“. Giustificato dal “considerarli più prossimi agli animali che ai bianchi”;

– gli europei consideravano preminenti le conquiste della propria civiltà e usavano le proprie rigide idee di civiltà per giustificare l’asservimento e l’abuso degli africani;

– dopo l’emancipazione nel 1863, nel 1866 arrivò il Ku Klux Klan a opera dei veterani dell’esercito confederato – (kuklos = circolo, fratellanza), e più di 3.000 linciaggi di Neri dal 1882 al 1951 – vale a dire prima del riconoscimento dei Diritti Civili, diciamo nel 1962.

E questa tortura durava per tutta la vita, trapassandoli fino alla loro discendenza, per secoli. Attentamente, abilmente programmata, sulla base di analisi costi-benefici sulle risorse, sugli esseri umani dell’Africa, e sulle merci di largo consumo.

Liverpool, comunque, ha altro da offrire, come la ragguardevole cattedrale cattolica, moderna, circolare, senza navate; i preti vi officiano al centro anziché in cima. Con una torre circolare. Molto bella.

Finestre con vetrate dipinte da cui il sole occasionale accentua il messaggio cristiano. Che messaggio? Che splendore era stato il vivere di Gesù con i poveri, Gesù con donne diverse da sua madre da piccolo, Gesù che consolava e accudiva i malati, nutriva gli affamati, ripuliva il tempio per il culto di Mammona, ormai aggiuntivo alla dittatura con i cannoni e alla democrazia con le parole, e la corruptocrazia coi soldi – il dominio di Mammona.

Gesù che porgeva l’altra guancia, che non faceva resistenza al male; Gesù che dava il mantello a chiunque gliene rubasse mezzo.

Nulla del genere. Solo nascita e morte, nulla frammezzo. E poi certo la Croce, la sofferenza, il sadomasochismo del Padre che sacrifica il proprio Figlio, ridando speranza a noi umani peccatori. E il Figlio risorse il terzo giorno raggiungendo il Padre; il Cristo della Chiesa.

In fondo in fondo si percepisce un nesso. Mercanti di Liverpool, coi parenti e gli amici come ricchi piantatori “laggiù”, sono i Padri severi che sacrificano i figli, i negri di Negrolandia in Africa, a beneficio di noi tutti, alla fin fine anche degli schiavi: se o quando si rivolgano a Cristo, risorgeranno finendo lassù in Paradiso, a norma di tutti i criteri del Sermone della Montagna.

Vivere fra i poveri? Solo con frusta e fucile. Accudire i malati? Giusto quanto basti per restituirli ad altra sofferenza sulla propria croce, la tortura della schiavitù. Nutrire gli affamati? Per un’ulteriore sofferenza. Donne? Famiglie spaccate, da vendere separatamente, addirittura “nel basso corso del fiume” (Mississippi). Porgere l’altra guancia? No, anzi ritorsione più brutale. Abraham Lincoln:

“Mio sommo obiettivo è salvare l’Unione – neppure salvare o distruggere la schiavitù. Se potessi salvare l’Unione senza liberare manco uno schiavo, lo farei, e se potessi farlo liberandoli tutti, lo farei altresì” (lettera al capo-redattore del New York Tribune, 22 agosto 1862).

Da ultimo, il 1 gennaio 1863, si accinse a una cosa e all’altra. Meglio che l’unione con la schiavitù (il “compromesso” del 1850). Ancor meglio: né schiavitù, né unione.

 

4 febbraio 2013

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: Slavery, Colonialism, and the Church

http://www.transcend.org/tms/2013/02/slavery-colonialism-and-the-church/

Una replica a “Schiavitù, colonialismo, e la Chiesa – Johan Galtung”

  1. … Mi aspettavo che Galtung facesse chissà quale analisi storico-sociologica, invece fa solo un neanche tanto esaustivo elenco di dati raccolti in modo piuttosto ideologico e tendenzioso. Ovviamente NON sono per la schiavitù, ma cosa c'entra l'ultimo paragrafo sulla Chiesa? Per avere un'idea di cosa pensano i cristiani sulla schiavitù, basta leggere la lettera a Filemone…

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