Occupy 2.0: La grande svolta – Michael Nagler

L’arcolaio, solo quello, risolverà il problema della

povertà in aggravamento in India.
— Mahatma Gandhi

Chiunque pensi che il consumo possa espandersi per sempre su un pianeta limitato è un pazzo o un economista.
— E.F. Schumacher

Dopo una partenza rombante, il movimento Occupy ha sbattuto contro un muro di strapazzi e sgomberi da parte della polizia. Gli occupanti avrebbero potuto rinunciare alla nonviolenza—come una piccola fazione cercherà sempre d’indurci a fare—o proprio rinunciare e basta; ma invece siamo tornati al punto di partenza, continuando intanto a occupare spazi selezionati, questa volta con addestramento preventivo. È questa proprio la risposta giusta. Come scrive il mio ex-collega di Berkeley, Todd Gitlin in The Nation, “Affrontare una situazione contorta costituitasi in decenni comporterà decenni”, e a tale scopo la cultura dell’accampamento è “tanto necessaria quanto inadeguata”.

È ora di fare un passo indietro, inventariare la situazione in cui siamo, ed elaborare un percorso per la nostra destinazione.

Se il nostro movimento riguarda il suscitare dignità e valore dell’essere umano, non possiamo usare il metodo della violenza, che degrada.

L’adorazione della ricchezza che ha condotto le multinazionali a una posizione di dominio nel mondo oggi ha anche recato nella sua scia due vantaggi inaspettati. Primo, ha fatto nascere nella mente di molti l’idea che qualche tipo di unità mondiale fosse possibile: “la globalizzazione dall’alto” ha risvegliato il vecchio sogno di “globalizzazione dal basso”, il sogno di unità mondiale senza dominazione mondiale. Secondo, allentando molti vincoli tradizionali sull’avidità (in realtà già debolucci), ha dato all’1% abbastanza corda per strangolare davvero la classe media economica, togliendole il falso conforto di “un pollo in ogni pentola e un’auto in ogni garage”, risvegliando così, pur in nuove forme, le lotte di classe degli anni 1930. Questo ha alla fine smascherato l’intrinseca contraddizione di un’economia basata su bisogni indefinitamente crescenti — anziché su bisogni umani per soddisfare i quali il pianeta ha ampie risorse.

Queste nuove realtà sono ciò che Walter Wink chiama “doni del nemico”, una caratteristica naturale della lotta nonviolenta. Gli sgomberi talora piuttosto brutali dallo Zuccotti Park di New York, da Los Angeles, Oakland, Washington D.C., e altri luoghi, insieme all’aver picchiato e spruzzato con sostanze irritanti gli studenti in California il novembre scorso, potrebbero rimbalzare a nostro vantaggio. Potrebbero servire da sveglia per accorgersi della militarizzazione degli USA — benché non ce ne siano molti segni in questa nazione intorpidita.

Non sono mai stato fra quelli che pensavano che l’occupazione di luoghi pubblici fosse quello che dovrebbe essere un serio movimento rivoluzionario (piazza Tienanmen mi è ancora fresca in mente). Ora che siamo stati estromessi dalle strade abbiamo un’occasione — come riconosciuto da tanti occupanti — per raggrupparci, ricomporci e ripensare che cosa riguardi realmente questo movimento, come debba procedere, e quali precedenti storici possano aiutarci a renderlo fruibile.

Che cosa riguardi è niente meno che la Grande Svolta. Occupy 1.0 è stato criticato per non aver avanzato un elenco di richieste. Beh, se dobbiamo sfuggire a quello che il compianto Václav Havel recentemente chiamò (di nuovo in The Nation) “l’onnipresente dittatura del consumo” — che sta sotto tutte le insoddisfazioni che hanno lanciato Occupy — siamo chiamati a una rivoluzione nel modo stesso in cui vediamo il mondo e percepiamo chi siamo noi in esso.

Come realizzare questo grande cambiamento è altrettanto chiaro, almeno in parte. In tutte le ondate di sommosse popolari che continuano a scoppiare dove ce ne siano le condizioni, dalla lotta per la libertà in India e le rivoluzioni colorate alla “primavera araba” fino alle manifestazioni globali di Occupy, la nonviolenza è stata sempre più accettata come strada preferita verso la libertà, sicché ora è data per scontata dalla gran maggioranza del 99%. Come potrebbe essere altrimenti? In effetti il molto apprezzato studio di Erica Chenowith e Maria Stefan, Why Civil Resistance Works [Perché la resistenza civile funziona; per una introduzione vedi: http://serenoregis.org/2011/03/17/diamo-una-possibilita-alla-resistenza-pacifica-erica-chenoweth/], mostra che le transizioni alla democrazia hanno una probabilità doppia di successo, rispetto a quelle violente, se nonviolente, e sono pure tre volte più rapide (il che ha sorpreso anche me). E, come ha mostrato George Lakey, le sole rivoluzioni che ce l’hanno fatta non solo a istituire una qualche sorta di democrazia politica ma anche a far sì che l’1% non recuperi la sua presa in altra forma, sono state nonviolente, almeno nel senso di disarmate (vedi: http://serenoregis.org/2012/02/02/come-svedesi-e-norvegesi-ruppero-il-potere-dell1-george-lakey).

Ma c’è in gioco ben più che questo calcolo strategico. Gli occupanti sentono che la nonviolenza fa parte del proprio messaggio: se il nostro movimento riguarda il suscitare la dignità e il valore dell’essere umano, non possiamo usare il metodo della violenza, che degrada. Come ha detto recentemente un curdo a un’americana in visita al suo territorio in Iraq in quanto membro di una delegazione di peacekeeping, “Talvolta si è contenti nella nonviolenza perché non ci si perde l’anima. Si può perdere la speranza, essere stufi, ma non perdere l’anima”.

In Yemen, i manifestanti gridavano “Non ci possono sconfiggere perché abbiamo lasciato le armi a casa”. Va bene (per cominciare), ma almeno per Gandhi, la nonviolenza era ben più che una protesta senz’armi. Che cosa? Più specificamente, come dovrebbe essere un movimento nonviolento ben sviluppato, sofisticato, per il nostro tempo? Al Metta Center, discutiamo la questione da molti anni, e io credo che siamo approdati a qualcosa che converge sostanzialmente con quello che è stato considerato il percorso in avanti da Joanna Macy, David Korten, Barbara Marx Hubbard e altri visionari.

Cominciamo da questa frase di Václav Havel: “Gli esseri umani hanno creato, e creano quotidianamente, questo sistema auto-diretto mediante il quale si spogliano della propria identità più intima”. È proprio per riaffermare tale identità più intima — la nostra innata empatia per la sofferenza altrui, il nostro senso d’equanimità, il nostro preoccuparci per i figli — che cominciamo a creare un sistema migliore. Come disse sant’Agostino di fronte alla “Grande Svolta” dei suoi tempi “duo amores faciunt duas civitates” — all’incirca: ‘ci sono in noi due impulsi che condurrebbero a due ordini mondiali ben diversi.’

Questo ci porta al “jihad esterno” — cambiare il mondo. Gandhi fece ben presto una scoperta nel corso della sua esperienza (1894),e il potere di questa scoperta sta nuovamente venendo riconosciuto da molti attivisti. La chiamò Programma Costruttivo (PC): costruire ciò che si vuole anziché (o come preparativo per) decostruire ciò che non si vuole. Il PC riconosceva che la verità sta fra i resistenti, che la loro dipendenza da un oppressore esterno (oggi, da multinazionali e istituzioni finanziarie) era una bugia che si poteva smascherare con progetti costruttivi (come, famosissimo nel suo caso, tessersi gli abiti in casa anziché comprare quelli importati dalla Gran Bretagna). C’è qualcosa di intrinsecamente giusto nel costruire ciò che si vuole in un contesto di lotta nonviolenta, e infatti Gandhi asseriva verso la fine della sua vita: “la mia vera politica è il lavoro costruttivo”.

Ma PC non vuol dire che si trascura la resistenza dove ce n’è bisogno: si tessono i propri vestiti e si boicottano le importazioni britanniche. Più specificamente, si produce direttamente il sale e si affronta la polizia che, per questo, ti spacca la testa, rompendo però in tal modo anche il suo impero. Il parallelo per noi potrebbe essere rivolgersi verso coloro che sono ancora aggrappati al militarismo cercando di persuaderli, ma anche firmare il “Patto di Resistenza” per offrire una massiccia disobbedienza civile se questo paese attacca l’Iran. Noi, come i satya-grahi di allora, dobbiamo cercare d’intrappolare il governo in quella che George Lakey ha definito un’ “azione dilemma” in cui se l’avversario ti lascia fare quello che vuoi, vinci, e se deve usare brutalità per fermarti, tu vinci a un altro livello. La brutalità inflitta ai satyagrahi che tentavano di entrare nella salina di Dharasana nel 1930 in fondo condannò il Raj pur se riuscì a tenerne fuori i satyagrahi.

È bene tenere a mente quanto peso Gandhi mise sull’azione costruttiva. Uno studio del 1977 del Gandhi Smarak Nidhi (Fondo memoriale Gandhi) trovò 1.845 istituzioni, in 22 stati, ancora funzionanti che erano state fondate da Gandhi e il suo stretto collaboratore, Vinoba Bhave. Non che noi non abbiamo progetti costruttivi in corso; YES! Magazine ne riferisce da anni. Quel che non abbiamo è una consapevolezza che tali innumerevoli progetti siano parte di un insieme coerente.

È ribadendo la nostra identità più intima — la nostra innata empatia per la sofferenza altrui, il nostro senso d’equanimità, il nostro preoccuparci per i figli — che possiamo cominciare a creare un sistema migliore.

Recentemente io, con altri del Metta Center e attivisti di tutto il paese, abbiamo avuto il grande privilegio di ascoltare qualcuno che visse tutto quanto il Satyagraha del Sale e in effetti passò i suoi primi 23 anni di vita con Gandhi: Narayan Desai, il figlio di colui che fu segretario di Gandhi per tutta la vita, Mahadev. Quell’indimenticabile fine-settimana è stato per gran parte di noi la più grande possibilità di avere un contatto vivo con il Mahatma. E la presentazione dell’eredità di Gandhi per noi oggi prese appunto la forma che anche noi abbiamo individuato per una rivoluzione di pace dall’interno: 1) trasformazione personale, 2) programma costruttivo, e infine 3) protesta — che si trasforma gradualmente, quando necessario, in resistenza diretta.

Da questo punto di vista, Occupy dapprima ha affrontato la questione da un punto di vista sbagliato. Ma non importa. Ora ci si deve attrezzare per il lungo corso e sviluppare una strategia coesiva basata sul potere avvincente della verità.

Come sottolineato da Joanna Macy, e dal mio insegnante, Eknath Easwaran, la verità esige che sosteniamo una visione molto più elevata dell’umanità di quanto circoli attualmente nei mass media (specialmente quelli pubblicitari, con il loro materialismo disumanizzante) — in altre parole, che noi sosteniamo e impersoniamo quella che è frequentemente chiamata la “nuova storia” (benché circoli da millenni). Abbiamo bisogno di attingere a ciò che la nuova scienza e l’antica saggezza ci dicono: che siamo esseri consci profondamente interconnessi fra noi, anzi con “tutta la Natura nella sua bellezza”, come disse Einstein. Che siamo esseri che non possono mai essere soddisfatti consumando cose ma piuttosto costruendo relazioni di fiducia. E che capiscono d’istinto che la sicurezza non può mai venire dal rinchiudere i “criminali” o dall’ eliminare i “nemici;” ma solo dal costruire società prive di crimine in cui il trasgressore occasionale venga ricuperato a una vita di dignità, e l’obiettivo d’ogni conflitto sia mutare gli avversari in amici.

Ecco perché, nella strategia complessiva che ci siamo proposti, con le sue sei aree problematiche principali, il posto d’onore (centrale in alto nello schema sottostante) va alla Creazione di Nuova Storia, dove articoliamo e pubblicizziamo la visione superiore dell’umanità. Ma in un’altra area chiave, militarismo contro pace, opereremo per imparare a trasformare la nostra giustificabile rabbia in quella che Gandhi chiamava “una forza che può cambiare il mondo” — per esempio mediante un Peacekeeping Civile Disarmato, e/o agendo sulle occasioni di azione diretta quando ne siamo pronti, come nel succitato “Patto di Resistenza”.

Non ci stiamo appellando a un arresto delle occupazioni, per chiunque si senta chiamato (come lo siamo noi stessi talvolta). Ciò che è più importante, tuttavia, è che prima che passi troppo tempo il movimento consegua una capacità d’azione concertata a livello nazionale; che capiamo noi stessi, come mostra lo schema qui sotto, di essere parte di un singolo movimento per un nuovo tipo di realtà; e che possiamo insieme mostrare al resto del mondo che esso vuole quella nuova realtà tanto quanto noi.

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Legenda:

Un approccio unificato, nonviolento, alla Grande Svolta

Creazione di una Nuova Storia

Resistenza nonviolenta (satyagraha)

Pace

Programma costruttivo

Potere individuale

Democrazia e giustizia sociale

Economia vibrante e profonda

Protezione del clima

Ambiente

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale:Occupy 2.0: The Great Turning

http://mettacenter.org/blog/occupy-2-0-the-great-turning, originariamente pubblicato in Yes! Magazine il 5 aprile 2012

 

Una replica a “Occupy 2.0: La grande svolta – Michael Nagler”

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