La sinistra che noi vorremmo – Pietro Polito

Tra le reazioni suscitate dalla mia “Lettera a Gesù Bambino” e all’articolo “Se, come, che cosa votare alle elezioni del 24 febbraio 2013”, la più bella, la più profonda, la più lungimirante è quella che mi è giunta dall’amico G. De A. e dalla sua famiglia. “Mio figlio Federico – scrive G. de A. –, prima di addormentarsi, chiede sempre a Gesù Bambino di fargli avere tutti i giocattoli Lego del mondo. E penso che il desiderio di mio figlio possa servire a capire come votare alle elezioni, anche se è difficile stabilire per chi. I Lego sono mattoncini da assemblare seguendo istruzioni dettagliate per realizzare un progetto preciso. La sinistra che noi vorremmo dovrebbe assomigliare ai Lego. Tanti pezzi di questa sinistra vagano per il Paese cercando il loro incastro e noi, ma soprattutto voi, che ci lavorate più a fondo, dovremmo trovare un modo per metterli insieme attorno alla difesa dei diritti delle persone”.

Più chiaro di così!!!

F. P. mi scrive che è quasi d’accordo con me su tutto, tranne su Pannella. A proposito del vecchio radicale mi ha scritto un altro radicale storico Valter Vecellio che mi ringrazia per quanto ho scritto a proposito della lotta nonviolenta di Marco Pannella: “Leggere il Suo articolo mi ha commosso da una parte, messo ottimismo dall’altra: significa che certamente siamo isolati, ma – come diceva Leonardo Sciascia – non soli. E certamente di più di quanti credono – e crediamo noi stessi.”

La “Lettera a Gesù Bambino” non è piaciuta a M. G., che leggendola mi dice di aver capito perché è stato così difficile, in questi anni, consolidare la democrazia dell’alternanza: “La lettera, infatti, – mi fa notare – contiene molti accenni ironici e scherzosi a Berlusconi e ai suoi pards, ma neanche un accenno polemico ai leghisti (la vera tabe partitocratica della cosiddetta seconda repubblica) o ai centristi (che hanno fatto l’impossibile per sabotare gli equilibri sistemici dell’alternanza)”. Certo la mancanza di riferimenti critici al leghismo è una colpevole dimenticanza, ma non volevo ricordare a Gesù Bambino anche questa triste pagina della nostra storia recente (un passato che a leggere le cronache recenti non vuole passare e prosegue in un nuovo e sempre più deleterio connubio tra padani e berlusconiani). Però l’“anticentrismo” è una delle principali se non la principale esortazione al Bambino. L’invocazione che Monti non torni come Presidente della Repubblica e tanto meno come Presidente del Consiglio trova il suo fondamento nell’idea che il montismo è una variante tecnica, se si vuole moderna, dell’antico sogno democristiano di conciliare il diavolo e l’acqua santa.

Le maggiori perplessità sono state suscitate dalla considerazione, sia pure sul piano descrittivo, della possibilità di astenersi alle prossime elezioni.

L’astensione non spaventa M. G.: “Al momento penso che alle prossime elezioni non andrò a votare. È già capitato in passato (nel 2001, ad esempio) e non ci sarebbe nulla di strano. Quello che mi dispiace è pensare che l’Italia debba tornare a essere governata dal centro dopo un ventennio di democrazia dell’alternanza (che era comunque un risultato storico e che valeva la pena di consolidare anche a costo di molte ineleganze e stupidaggini). Credo, insomma, che dovrò tornare ad essere terzaforzista, come sono stato fino al 1993”.

Pure F. R. come me ha la tentazione di non votare e per ora non la esclude, c’è però un ma: “… i vari Montezemolo, Casini, Monti, Marchionne e Marcegaglia, i maggiori rappresentanti della nostra economia, della nostra industria, si stanno organizzando, magari non scendono in prima persona, ma si organizzano dietro Monti!!!! Questo mi fa pensare che non ci aspettano tempi buoni, quindi sto pensando che sarà utile e necessario essere molto attenti, forse e dico forse, dovremmo votare, anche se ovviamente non vinceremo, ma almeno una sterzata, una sbandata, a sinistra la vogliamo dare? Vediamo cosa succede con «Cambiare si può» … almeno il nome mi piace …”. Segue faccina desolata.

Più o meno allo stesso modo ragiona A. A.: “Circa quanto proponi, l’unica cosa che non praticherò è l’astensione dal voto. Forse sarebbe la cosa più giusta da fare, ma non ce la faccio. Credo che voterò Pd o la lista Ingroia. Al momento, non ho deciso”.

Secondo A.G. “il voto appartiene all’arsenale delle armi tattiche, e non a quello delle armi strategiche”; “non ha mai cambiato il corso della storia; “al massimo è stato una presa d’atto che nuove forze, o nuove forme socio-economiche, erano diventate preponderanti in un determinato momento storico” può essere “la misura dell’efficacia del fare politica, non il suo fine” e “un partito che fa determinare la bontà e l’efficacia della sua azione unicamente dal voto, è un partito alla mercé di quella figura che è un surrogato, il votante, di un surrogato, il cittadino”. Così inteso, prosegue A. G. il voto del 24 e 25 febbraio è un’arma da usare per contrastare Monti e “le forze che accettano supinamente i diktat di un sistema economico che non riesce, perché non può, indicare soluzioni concrete per uscire dalla crisi. Forze che sono la malattia di cui pretendono essere la medicina (felice definizione formulata a suo tempo per la psicoanalisi)”. A.G. conclude così: “Non voterò quindi Vendola, né tanto meno Bersani o Ingroia, figuriamoci poi l’uomo qualunque Grillo. Ma, se messo alle strette dalla mancanza di credibili liste della sinistra di classe, mi vedrò costretto a votare Ingroia” .

T. G. teme che “il ‘sistema’ non sia più riformabile in alcun modo” ed è convinto che “serve qualcuno che butti giù tutti”, chiarendo: “non dico che debba essere Grillo, sono scettico quanto te”. Ma osserva: “Ma astenersi dal voto serve?”.

Mi colpisce il commento di An. Ar., di un paio di generazioni più giovane di me. Ella pensa che, poiché “la politica, da qualunque parte la si voglia considerare, è ambigua, voltagabbana, corrotta, votata esclusivamente agli interessi di potere piuttosto che a quelli dello stato e delle persone, sia importante più che mai andare a votare per esprimere il forte dissenso nei confronti di una situazione che non è più possibile far passare sotto silenzio”. Quanto a che cosa votare, denuncia la sua totale diffidenza verso chiunque, vorrebbe compiere “una scelta forte, che rappresenti una netta rottura con tutto quel che ci ha preceduto”, una scelta “che rappresentasse la priorità dell’azione sulla parola; la sincera simpatia (intesa come patire insieme) e solidarietà con tutti gli altri uomini; il coraggio di prendere una posizione e portarla avanti assumendosi le proprie responsabilità; la mitezza dell’onestà intellettuale, della liberalità e della prodigalità del servizio pubblico…”. E si domanda: “Esiste qualcosa di simile?”.

E. P. ben coglie la natura del “mio” Gesù Bambino, quando scrive: “È un bambino, ma poi si dimostra sapiente e buono. Saprà lui in cosa accontentarti”. Quanto al non-voto afferma: “Chi non vota, vota sempre per chi vince, che può essere peggiore di quello che non ti ha convinto abbastanza. Non esiste il non-voto. Esiste l’arrendersi ai voti altrui. La minoranza morale-culturale-profetica può essere anche di uno solo. Una minoranza politica deve poter entrare in Parlamento”.

La discussione in corso tra due amici de “il foglio” non è stata originata dalle mie esortazioni al bambino né dal mio articolo sulle prossime elezioni, che non è un appello al non voto, ma è un contributo a chiarirsi le idee in vista di una scelta impegnativa non solo sul piano individuale.

Dal confronto tra G. A. e E. P., che riguarda anche altro, estraggo il passaggio sulla sinistra. G. A., anche se non lo fa esplicitamente, pone un problema serio: “La parte giusta poi è quella ritenuta di sinistra?”. Prosegue: “È ormai un trito luogo comune quello che «destra e sinistra sono categorie superate», però in questo mondo complicato porsi dei dubbi è legittimo”. E fa due esempi. Il primo: “L’altra sera Landini in tv sparava a zero sull’iniquità dell’IMU – Berlusconi ha già cominciato la campagna elettorale dicendo che vuole abolire l’IMU. Chi è di destra e chi di sinistra? L’IMU è di destra o di sinistra?”. Il secondo: ”Il congelamento del debito pubblico è di sinistra, naturalmente. Infatti l’oligarchia finanziaria, che non lo vuole, impone misure per ridurre il debito e affamare il popolo”.

E. P. riprende alcune definizioni della distinzione tra destra e sinistra proposte da Bobbio: una si trova nell’intervista Che cos’è la democrazia?” (Torino, Fondazione Einaudi, 28 febbraio 1985): «Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza»; l’altra nel libretto La sinistra nell’era del karaoke (I libri di Reset, Donzelli, Roma 1994, p. 51): «La differenza [fra sinistra e destra] è fra chi prova un senso di sofferenza di fronte alle disuguaglianze e chi invece non lo prova e ritiene, in sostanza, che al contrario esse producano benessere e quindi debbano essere sostenute. In questa contrapposizione vedo il nucleo fondamentale di ciò che è sinistra e di ciò che è destra». Consonante con la seconda definizione di Bobbio è quella di Vittorio Foa: “Semplificando: è di sinistra chi si muove insieme agli altri nel segno dell’inclusione; è di destra chi si concentra soltanto su se stesso e sul proprio benessere, nel segno dell’esclusione”.

Il tema merita un approfondimento e anzitutto un chiarimento.

Stare a sinistra significa stare da una parte ma non significa stare sempre dalla parte giusta. Che cosa significa? Significa, per esempio che Bobbio, se ha ragione quando dice che la parte della sinistra è quella dell’eguaglianza ma ha torto quando sembra credere che la sinistra agisce (sempre?) in base agli ideali e la destra agisce (sempre?) in base gli interessi. Vi sono, e la cronaca ne offre molti esempi, persone di sinistra prive di ideali che perseguono solo i propri interessi e persone di destra che trascurano i propri interessi perseguendo l’interesse generale.

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