La lunga catena della nonviolenza: dal Chiapas al S.U.S.A. – Nanni Salio

All’insaputa gli uni degli altri, dal Chiapas alla Valle di Susa, si è snodata una lunga catena della nonviolenza, quasi simultaneamente. Nel fatidico 21 dicembre 2012, fine del calendario maya interpretato malamente come “fine del mondo” invece che come fine di un’era di dominazione colo-nialista dell’oligarchia capitalista neoliberista, 50.000 zapatisti maya hanno marciato unendosi idealmente, senza saperlo, ad altri 50.000 che da Torino a Susa hanno unito le loro mani nella grande catena umana (il Sentiero Umano di Sostenibilità Ambientale e Artistica, S.U.S.A.) che segna l’inizio di una nuova era di speranza.

E’ l’inizio della “grande transizione” che i movimenti di ispirazione nonviolenta stanno attivando in ogni regione del mondo per affrontare la grande crisi sistemica e indicare le vie d’uscita da un sistema di potere che ha gettato nel caos, nella sofferenza e nella disperazione le fasce più povere dell’intera umanità.

In particolare, il movimento delle “città in transizione” è una delle esperienze più concrete e significative di costruzione di uno stile di vita individuale e collettivo che si richiama alla semplicità volontaria: più lento, più dolce, più profondo. E anche gli zapatisti si ispirano a questa “pedagogia della lumaca”, proposta e sperimentata da Gianfranco Zavalloni, che essi hanno saputo mettere magistralmente in scena durante la loro manifestazione.

 

Lezioni di organizzazione e dignità dagli zapatisti

Marta Molina

Il 1° gennaio è stato l’anniversario dell’apparizione in pubblico dell’EZLN, l’Ejército Zapatista de Liberaciòn Nacional, nel 1994. Dalla prima mattina del 31 dicembre 2012, migliaia di famiglie sono arrivate portando cibo, coperte e scorte nella città del “Caracol” de Oventic, situata a 40 miglia da San Cristòbal de las Casa, nello stato messicano del Chiapas. A Oventic, ove ha sede il Consiglio del Buon Governo, in migliaia hanno celebrato i 19 anni di lotta e resistenza in una festa politico-culturale che è durata fino all’alba. Due giorni prima l’EZLN aveva pubblicato un comunicato che spiegava le sue mosse successive, dopo la recente mobilitazione di massa del 21 dicembre.

Ciò che gli zapatisti hanno realizzato nel Chiapas poteva essere realizzato soltanto con la dignità, l’organizzazione e la disciplina. Nel giorno per il quale i maya avevano predetto la fine di un ciclo di calendario e l’inizio di un altro, almeno 50.000 maya zapatisti sono usciti dalle loro zone autonome per marciare in silenzio in cinque città del Chiapas: Ocosingo, Palenque, Altamirano, Las Margaritas e San Cristòbal de las Casas.

Questa azione è stata la più vasta mobilitazione nonviolenta della storia del movimento zapatista, anche più vasta della marcia del marzo scorso, quando 45.000 membri hanno manifestato il loro sostegno al Movimento per la Pace con la Giustizia e la Dignità, guidato dal poeta Javier Sicilia, che chiede la fine della guerra alla droga [più precisamente la fine della guerra militare alla droga nei modi in cui è stata sinora condotta – n.d.t.]. La marcia del 21 dicembre ha dimostrato un livello di disciplina e coordinamento che non si vedeva dalla prima rivolta zapatista del 1 gennaio 1994, quando decine di migliaia di zapatisti armati conquistarono città di tutto il Chiapas, dichiarando guerra al governo dell’allora presidente Carlos Salinas de Gortari e rifiutando la ratifica del Trattato di Libero Scambio del Nord-America [NAFTA].

La marcia dello scorso dicembre ha avuto luogo meno di un mese dopo l’insediamento del presidente Enrique Peña Nieto, la cui elezione controversa ha scatenato grandi dimostrazioni di vari movimenti sociali, che considerano il nuovo presidente come membro della corrotta oligarchia governativo-mediatica. In tale contesto l’iniziativa – la più vasta manifestazione zapatista da due decenni – ha trasmesso un messaggio chiaro: l’altro mondo che dobbiamo costruire può essere realizzato soltanto mediante organizzazione, disciplina e sforzi quotidiani coordinati.

Le decine di migliaia di maya indigeni hanno marciato in assoluto silenzio. E’ stata la resurrezione degli zapatisti? Una ricomparsa? No. Sono venuti a dire alla gente del Messico e al mondo che loro non sono mai andati via. Si sono preparati per più di diciannove anni a “uscire dall’oscurità” il 1° gennaio 2013. Da allora non hanno mai smesso di lavorare, organizzarsi e lottare. Lo abbiamo visto il 21 dicembre negli occhi dei giovani in marcia che sono nati e sono stati cresciuti durante la lotta zapatista e hanno ora 18 anni. Lo abbiamo visto nelle donne che hanno marciato con i loro bambini: il futuro della lotta, la loro ragione per continuare a lottare.

In attesa di una parola

Per tutto il giorno gli osservatori hanno atteso un comunicato in ciascuna delle città in cui gli zapatisti marciavano. Tuttavia loro hanno marciato – ordinatamente, disarmati e in assoluto silenzio – senza alcun messaggio accompagnatorio. Il subcomandante Marcos, il portavoce dell’EZLN, non era presente. Quelli che marciavano avevano il volto coperto con passamontagna e recavano la bandiera zapatista: un rettangolo nero con una stella rossa al centro e le lettere EZLN.

Mai prima un’azione zapatista aveva generato tanta attesa di un comunicato, il modo usuale del movimento per comunicare con il mondo esterno. Nella notte del 17 novembre, il giorno che segnava i 29 anni dalla fondazione dell’EZLN nel 1983, sulla pagina web degli zapatisti era comparso un annuncio: “Presto, parole dal Comitato Rivoluzionario Indigeno Clandestino.” Era scomparso nel giro di una settimana. Il messaggio è stato ripubblicato il 17 dicembre, solo per sparire la sera stessa. E’ ricomparso due giorni prima dell’iniziativa. Considerata l’altalena, gli osservatori attendevano con ansia la parola degli zapatisti. Quello che non si aspettavano era che il primo paragrafo del comunicato sarebbe arrivato sotto forma di una marcia silenziosa.

Finalmente, la sera del 21 dicembre, Marcos aveva diffuso un comunicato scritto, che aveva assunto la forma di una domanda, una protesta e un’aspettativa:

Lo avete sentito?

E’ il rumore del vostro mondo che si sgretola.

E’ il suono del nostro mondo che risorge.

Il  giorno in cui fece giorno era notte

e la notte sarà il giorno in cui farà giorno.

Democrazia!

Libertà!

Giustizia!

Dalle montagne del Messico sud-orientale.

Per il Comitato Rivoluzionario Indigeno Clandestino – Comando Generale dell’EZLN

Il Subcomandante Insurgente Marcos, Dicembre 2012

In rete il comunicato è apparso accompagnato da un brano audio della canzone “Come la cicala”. Composta da Maria Elena Walsh nel 1978, nel corso della brutale dittatura militare argentina, i suoi versi simbolizzano la lotta per la democrazia in Argentina e sono serviti da messaggio parallelo al sintetico e poetico messaggio di Marcos.

Mi hanno uccisa così tante volte. Così tante volte sono morta. E tuttavia eccomi qui, risorta. Ringrazio la sciagura e il pugno perché mi hanno uccisa così crudelmente, e tuttavia ho continuato a cantare.

A cantare al sole come una cicala, dopo un anno sottoterra, proprio come un sopravvissuto che torna a casa dalla guerra.

Mi hanno cancellata così tante volte. Così tante volte sono scomparsa. Ho partecipato alla mia sepoltura, sola e in lacrime. Ho fatto un nodo al fazzoletto ma ho dimenticato in seguito che non era stata la prima volta, e ho continuato a cantare.

Ti uccidono così tante volte. Così tante volte risorgerai. Trascorrerai così tante notti in disperazione. Nel momento della caduta e del buio, qualcuno ti salverà perché tu continui a cantare.

Indizi circa il messaggio

Che cos’hanno voluto esprimere gli zapatisti con la domanda “Lo avete sentito?” che è diventata un ossimoro impersonato dai 50.000 che hanno marciato senza pronunciare una parola? Cinque marce in silenzio assoluto, una dichiarazione sotto forma di domanda e i versi della Walsh che sperano nel sorgere di un mondo nuovo, tutte queste cose offrono indizi che ci aiutano a comprendere gli eventi che si sono verificati il 21 dicembre. Quel giorno, la silenziosa presenza degli uomini e delle donne è stata un ricordo e una sfida: noi stiamo facendo il nostro dovere, e voi? Mentre il mondo che conosciamo si sgretola, il gruppo continua a costruire un’altra realtà “in cui molti mondi possono adattarsi”, come ha scritto Marcos. Questi zapatisti maya, come dice la canzone, rinascono ogni giorno e continuano a cantare nonostante i tentativi di ucciderli o di cancellarli. Continuano a cantare “al sole, come una cicala dopo un anno sottoterra, proprio come un sopravvissuto che torna a casa dalla guerra”.

Una lezione di organizzazione e disciplina

In confronto con le mobilitazioni a tratti caotiche che hanno avuto luogo nelle strade di Città del Messico il 1° dicembre, il giorno dell’insediamento del controverso presidente Enrique Peña Nieto, le marce silenziose dell’EZLN spiccano come esempi di organizzazione e di dignità. Anche se nel Chiapas piove raramente nella stagione invernale, il 21 dicembre è iniziato e terminato sotto una pioggia incessante, e il suono delle gocce di pioggia è stato il solo rumore che ha accompagnato la marcia. Nonostante il tempo, nella sola citta di San Cristòbal de las Casas almeno 20.000 zapatisti hanno marciato quella mattina – disciplinati e ordinati – dalla città di San Juan Chamula alla piazza nel centro della città.

Verso le 7.30 camion carichi di maya zapatisti sono arrivati a San Juan Chamula. Con i volti coperti, avevano un pezzo di stoffa bianca con un numero cucito nel tessuto e portavano fazzoletti rossi al collo. Sono arrivati uomini, donne e bambini. Alcune donne indossavano abiti tradizionali indigeni, il cui disegni lungo i bordi identificavano le loro comunità natie.

“Quanti siete?” ha chiesto un osservatore a un organizzatore che aveva una ricetrasmittente.

“Non lo so, ma altri stanno arrivando”, ha risposto.

“A che ora siete partiti tutti?”, ha insistito la stampa.

“Nella nostra comunità siamo partiti alle tre del mattino”, ha detto.

Gli zapatisti hanno cominciato a incanalarsi verso il centro della città in colonne per quattro. Come la lumaca con cui si identificano, si sono mossi lentamente, aspettando i contingenti di zapatisti che continuavano ad arrivare. Dimostrando l’organizzazione dell’evento, si sono raggruppati secondo i numeri – dall’1 al 29 – cuciti sui loro passamontagna. Alcuni zapatisti si muovevano di fianco alle colonne, a controllare se qualcuno si staccava dalla fila. Hanno disegnato un percorso continuo lungo le strade fino a quando non hanno rotto le fila per creare il disegno del guscio di una lumaca, nel marciare.

A mezzogiorno un vasto gruppo di zapatisti aveva raggiunto la via Diego de Mazariegos, uno dei viali principali del centro di San Cristòbal de las Casas. Erano così tanti a marciare che gli osservatori non riuscivano a vedere l’orizzonte dietro di loro. Migliaia di donne e uomini, nonne e nonni, adolescenti, bambini e neonati hanno invaso la piazza. Si sono disposta in una forma a U, mettendosi rapidamente in posizione come un’onda di marea di punti neri o le colonne di formiche operaie il cui percorso è immutabile. Sembravano senza fine: migliaia coperti da passamontagna neri che erano venuti a dimostrare al mondo che anche il resto di noi deve fare il proprio lavoro.  In perfetto coordinamento gli zapatisti sono saliti su una piattaforma di legno che era stata installata durante l’azione e, ancora in completo silenzio, hanno alzato il loro pugno.

Anche senza parole il simbolismo era chiaro. Gli zapatisti stavano dicendo: siamo qui e stiamo lottando. Hanno continuato a battersi nonostante la fine dei cicli di calendario, che fosse un ciclo presidenziale di sei anni o un periodo di 394 anni del calendario maya.

Dopo essere scesi dalla piattaforma della piazza centrale, gli zapatisti si sono nuovamente raggruppati dietro gli uffici dell’amministrazione cittadina. Nelle vicinanze c’era la cattedrale dove, nel 1994, il Subcomandante Marco aveva incontrato Manuel Camacho Solis, un dirigente governativo inviato dal presidente Salinas de Gortari, dopo che zapatisti armati si erano impadroniti della città, avevano liberato i prigionieri in carcere e appiccato il fuoco a un pugno di distretti di polizia. In perfetto ordine, gli zapatisti hanno formato di nuovo le colonne e hanno cominciato a marciare verso la periferia della città, da dove sono partiti ore dopo, su centinaia di camion.

Nelle altre città in cui hanno marciato – Palenque, Ocosingo, Las Margaritas e Altamirano – sono arrivati e partiti allo stesso modo. Alla fine della giornata, quando Marcos ha diffuso il comunicato, erano tutti tornati nelle loro libere comunità per continuare a costruire le soluzioni alle loro 13 domande: alloggio, terra, lavoro, cibo, salute, istruzione, informazione, cultura, indipendenza, democrazia, giustizia, libertà e pace. Sono tornati nelle loro comunità, in breve, per continuare a costruire l’autonomia.

Molti, sui media convenzionali, hanno successivamente scritto che la marcia ha rappresentato la “rinascita” zapatista. In realtà l’apparizione pubblica è stata intesa a ricordare al mondo che il movimento non è mai scomparso. I bambini che hanno marciato il 21 dicembre sono nati nelle comunità zapatiste; vivono già in quel mondo diverso, mentre quello dominante si sgretola. Il silenzio dignitoso degli zapatisti ha rimbombato mentre parlavano con i loro piedi e disegnavano un percorso che mostrava agli astanti la distanza che rimane da coprire. Per il resto del mondo – colpito dalla loro dignitosa presenza e dall’allerta del “Basta!” che proclamano dal 1994 – il 21 dicembre è stato una lezione di dignità, organizzazione e disciplina.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

Fonte: http://www.zcommunications.org/lessons-in-organization-and-dignity-from-the-zapatistas-by-marta-molina

Originale: Waging Nonviolence traduzione di Giuseppe Volpe

7 gennaio 2013 http://znetitaly.altervista.org/art/9228

 

Una replica a “La lunga catena della nonviolenza: dal Chiapas al S.U.S.A. – Nanni Salio”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *