Danilo Dolci. Il conflitto tra trasmettere e comunicare e la sua risoluzione maieutica – Antonio Fiscarelli

Danilo Dolci. Il conflitto tra trasmettere e comunicare e la sua risoluzione maieutica1

Nella storia teorica e pratica dell’educazione, la nozione di trasmissione ha sicuramente riscosso maggiore interesse rispetto a quella di comunicazione, quando questa non è stata decisamente confusa con quella. Non sottostimerei il valutare quanto abbia storicamente influito nell’affermarsi dell’una in contrasto con l’altra il fatto che per millenni le popolazioni abbiano vissuto sotto governi dittatoriali prima di cominciare l’esperienza della democrazia. La trasmissione -di conoscenze, valori, tradizioni, abitudini- a cui fanno principalmente allusione alcune correnti di pensiero e pratiche educative, i modi di organizzare il passaggio generazionale dei patrimoni sociali e culturali, conservano legami molto forti con le forme di governo che anticipano la nascita della democrazia. Un modello educativo –che Danilo Dolci non ha esitato a definire trasmissivo, nel senso peggiore del termine- si è formato durante secoli di tirannie e dispotismi, di cultura oppressiva, autoritaria e violenta. Al contrario, la nozione di comunicazione e tutto l’universo immaginario che essa implica, sono comparsi solo negli ultimi due tre secoli di progressivo sviluppo dei grandi stati democratici. Questi sono fondati su un’idea molto positiva di comunicazione, intesa come partecipazione e apertura agli scambi e alle relazioni reciproche tra individui e gruppi (ciò che faciliterebbe anche gli scambi meramente economici come li possiamo osservare oggi, fondamentali per il tipo di democrazia che gli stati moderni hanno adottato, ciascuno interpretandolo a modo proprio), mentre le dittature puntano a rompere la comunicazione di individui e gruppi verso l’esterno, a ridurla drasticamente all’interno, a strutturare una comunicazione interna inoculante e omologante. Nel praticare scambi ridotti al poco che basta per conservare il controllo e il dominio di pochi su molti, anche nelle democrazie la comunicazione resta su alcuni piani appunto vincolata ancora al modello trasmissivo (l’esempio più tipico è quello dato dai mass-media e dalla politiche didattiche nelle scuole e nelle università). Tuttora prevalente nei centri sensibili dell’educazione dei popoli, tale modello è l’esito dell’interiorizzazione dei modelli precedenti, solo parzialmente influenzati dalla moderna cultura democratica, molto limitatamente cresciuti di autentico democratico modo di essere e fare a seconda del paese.

Ci si potrebbe interrogare supponendo un’equivalenza plausibile tra le due nozioni in questione. Ciò che sembra aver fatto John Dewey nelle prime pagine di Democrazia ed educazione una delle sue opere principali e più conosciute. Le parole trasmettere e comunicare non sono così differenti; per lo meno, egli non si interroga su una possibile differenza di significato tra esse. Egli sottolinea l’importanza del passaggio dei patrimoni biologici e culturali da una generazione all’altra per la continuazione della società, e arriva a indicare un significato pregnante della parola comunicazione, ma senza preoccuparsi di distinguerla troppo dalla parola trasmissione2.

Peraltro, non bisognerebbe sottovalutare il ruolo crescente che, nell’ultimo mezzo secolo, ha avuto la nozione de «competenza comunicativa» (con tutte le sue sfumature) nella ricerca ispirata alla linguistica chomskiana e soprattutto nella glottodidattica che, mischiando tra loro scienze linguistiche e sociologiche, scienze psicologiche e antropologiche, ha elaborato metodi e approcci molto significativi in un ambito così particolare come quello dell’apprendimento delle lingue straniere. Coloro che valorizzano appunto l’approccio comunicativo deviano l’attenzione didattica sull’apprendente, considerato come centro dell’apprendimento, e rimettendo all’insegnante la missione di strutturare con lui un rapporto di comunicazione piuttosto che di trasmissione. Essi valorizzano anche lo scambio, la comparazione, l’apprendimento in gruppo, l’esperienza induttiva pratica, le funzioni socio-pragmatiche dei linguaggi e delle lingue, ecc. In questo orientamento, l’educatore in generale opera come comunicatore piuttosto che come trasmettitore, la nozione di trasmettere è sospettata di avallare pratiche educative verticali, dove un soggetto ha solo il compito di trasferire delle cose semanticamente pregnanti a un altro soggetto che ha solo quello di riceverle. E se, come in Dewey, a conti fatti, la distinzione tra trasmettere e comunicare non è così connotata al punto di compromettere la sua idea democratica di educazione, nella visione di Danilo Dolci, al contrario, le due nozioni sono completamente distinte, la loro differenza riflette e rimanda a due maniere diverse di concepire l’educazione, di interpretare e di organizzare in genere i rapporti umani, l’una (il trasmettere) essendo la significazione negativa dell’altro (il comunicare). La differenza tra cultura trasmissiva e cultura comunicativa delinea il confine che separa due vie diverse e sempre possibili per l’umanità da intraprendere. Sui mille piani delle interazioni e degli scambi sociali, possono esserci delle diffusioni unidirezionali di messaggi, circolazioni unilaterali di informazioni, trasposizioni glaciali di dati e codici, tanto quanto delle comunicazioni condivise, corrispondenze dialogate e partecipate, comunione di interessi e aspettative secondo i diversi contesti e le diverse forme possibili di reciprocità. Queste due alternative danno vita, secondo Danilo Dolci, a un conflitto attraverso la cui risoluzione si avrà una precisa direzione per la società futura. «Dal profondo conflitto tra l’insensato dominio che trasmette meccanicamente e le forze educative autentiche comunicanti in modo creativo –scriveva nel 1995- ne risulterà il destino del mondo»3.

La trasmissione, escludendo dal rapporto interpersonale la reciprocità propriamente detta, avanza un’intenzione di subordinazione e dominazione. Essa recide, in altre parole, la condizione necessaria alla strutturazione di rapporti sani4. Nel freddo spessore di una cultura eccessivamente trasmissiva, gli individui diventano automi, i rapporti umani si meccanizzano e c’è il rischio di disapprendere a comunicare. Può certo esserci un trasmettere sincero5, ma nella misura in cui gli individui si abituano a rapporti unicamente trasmissivi, l’attitudine a trasmettere diventa violenta e si fa dominio, tirannia, dittatura. «Il rapporto esclusivamente unidirezionale nel tempo tende a rendere passivo l’altro, gli altri, e a divenire violento»6. . In questa prospettiva, «saper distinguere il trasmettere dal comunicare» è un’operazione tanto fondamentale all’educazione, quanto «essenziale … alla crescita democratica del mondo»7.

Ma che cosa significano veramente trasmettere e comunicare in questo orientamento? In che senso il trasmettere può diventare dannoso per noi a tal punto da invischiare la nostra capacità di comunicativa? Senza risalire alla sua antica etimologia, si direbbe che la trasmissione reclami un rapporto ma un rapporto che non richiede a sua volta reciprocità, bensì domanda alle persone di eseguire degli ordini, di restare passive, di non muoversi, di conservarsi ciascuna nel proprio universo «pratico-inerte», come direbbe Sartre; esattamente come davanti alla televisione –che trasmette appunto delle trasmissioni. Una relazione trasmissiva è essenzialmente una relazione senza reciprocità, un rapporto esterno («un legame di esteriorità»), i cui correlati non si riconoscono come esistenti sullo stesso piano. Nei rapporti trasmissivi, degli individui sono soggetti passivi del potere di altri. È questo che differenzia prevalentemente la trasmissione dalla comunicazione. La trasmissione tende a gerarchizzare i legami, mentre la comunicazione punta alla loro strutturazione orizzontale. Nelle società autoritarie una verticalità trasmissiva s’impone alla base dei dispositivi governamentali delle relazioni. Nelle società democratiche si cerca -seppur su diversi piani in modo contraddittorio- di porre al centro il dialogo e la partecipazione. Si tratta di due differenti maniere di concepire il potere umano, nelle sue possibili espressioni. Da una parte un potere mirante a diventare dominio e violenza, dall’altra un potere che, rinunciando alla volontà di sopraffazione, aspira alla forza della nonviolenza. Nella filosofia di Danilo Dolci, il potere, come la forza, in quanto capacità intima della realtà umana, non ha una valenza necessariamente negativa. Potere e forza sono modificabili secondo le circostanze, si trasformano attraverso le pratiche sociali, che possono produrre un modo malato e uno più salubre di esercitarli. Un «uso insalubre della forza e del potere» darà appunto «violenza, dominio, dispotismo»8. Perché una società possa svilupparsi saggiamente, oltre che a saper distinguere trasmettere da comunicare, è importante saper «distinguer forza-potere da violenza-dominio»9. Il trasmettere sta al dominio e alla violenza come il comunicare sta al potere e alla forza. L’autoritarismo necessita che degli individui e degli apparati prendano degli ordini da altri o dall’Altro, che il modello gerarchico scelto si disponga su tutti i livelli, che i suoi dispositivi dispieghino le loro azioni e funzioni su tutti i piani. Normalmente, a una gerarchia dei comportamenti e delle abitudini ne corrisponde una del linguaggio e una del pensiero, ossia un linguaggio e un pensiero gerarchici. Perché tutto ciò sia possibile il modello gerarchico ha bisogno di un livello di comunicazione il più possibile trasmissivo (quello che succede anche nelle democrazie in cui il trasmettere si camuffa di “informazione”). La comunicazione gerarchica non vuole che si discuta il suo oggetto. Essa ci chiede di ascoltare e apprendere i messaggi e i loro significati in silenzio e senza interrompere assumere passivamente e senza scelta degli abiti mentali e dei comportamenti, di dare o eseguire degli ordini, attitudini caratteristiche dei «sistemi di trasmissione»10. Al contrario, il vero comunicare. Quello che accresce realmente il senso della comunità, domanda un dialogo, delle discussioni, dei dibattiti e delle azioni scelte insieme. In una educazione di questo tipo, in cui il comunicare è produzione di insieme, rinnovamento cooperativo delle strutture sociali, il potere, essendo condiviso da tutti, si differenzia dal dominio e si fa sorgente di vita democratica, producendo nuova socialità, fiducia reciproca, pensiero e azione orizzontali, iniziative partecipate. Questo orientamento ci fa osservare che «lo sviluppo estremo del concetto di democrazia concorda con quello di comunità, l’ambiente in cui matura il comunicare più intimo e complesso»11.

Il conflitto tra cultura trasmissiva e cultura comunicativa (conflitto sovente inconsapevole dentro le singole coscienze) segue le dinamiche della degenerazione della forza e del potere in violenza e dominio, e ciò rappresenta in grandi linee il nucleo canceroso della società moderna. In generale «la vita è affetta dal virus del dominio»12, che trova nelle attitudini trasmissive dei mass-media – e in particolare della TV – i suoi migliori canali di diffusione e contaminazione, e nelle grandi istituzioni (stato, religione, scuole, organizzazioni, partiti, gruppi, famiglia) tutta la sua capacità di irradiazione, di inarrestabile riproduzione e rinnovamento. Il virus del dominio, che ci ricorda la volontà di potenza di Nietzsche, non è organismo nuovo. È invece un «antico virus» che ha cambiato forma e nella sua nuova configurazione è capace di insinuarsi dappertutto, anche «laddove non arrivano le bombe»13. La sua «inoculazione» si fa attraverso il potere parassitario di una cultura trasmissiva che «avvelena» i semi della comunicazione, impedendo le persone e i gruppi di germogliare, sperimentandosi in relazioni sincere. La società «soffre pericolosamente di rapporti falsi»14. La tendenza alla «trasmissione propagandista» trasforma gradualmente i rapporti interpersonali in relazioni meccaniche, producendo un processo di automazione in luogo di un autentico crescere degli individui e dei gruppi, e così indebolendo le loro capacità creative e comunicative al punto di scoraggiarle completamente. In due parole, nella prospettiva di Danilo Dolci, «l’impotenza di comunicare … ammala, uccide»15. Non saper comunicare rende l’individuo «dipendente» dagli altri individui a dagli oggetti (dipendente dagli altri attraverso la mediazione di strumenti di ogni sorta). La dipendenza dagli stupefacenti propriamente detti non stupisce più della dipendenza dalla televisione, dall’automobile, dalla maggior parte delle nostre abitudini. Alle dipendenze prodotte dall’uso delle droghe e alle manipolazioni psichiche e fisiologiche, bisogna aggiungere la dipendenza prodotta nella manipolazione pratica degli oggetti e dal fare quotidiani. «La droga … è un succedaneo mortale di rapporti mancati», ma «anche il fare il rifare con aridità, il produrre eccitante, possono risultare delle droghe. Per non pensare. Per non ricordare»16. Come contropartita all’iper-fare incessante necessario ai cicli quotidiani della produzione, dello scambio e della consumazione, la società industriale ha inventato la TV come massimo momento di rilassamento, che ha occupato così il tempo di cui le creature avrebbero bisogno per creare e comunicare. La televisione ha elevato il nuovo tipo d’uomo che Sartori ha chiamato homo videns, questo nuovo tipo d’uomo apprende a giudicare e ad agire a partire da immagini televisive, instaura con l’universo trasmissivo della televisione un rapporto di complicità che lo rende passivo, e questo nuovo rapporto trasmissivo-immaginativo l’ha letteralmente svuotato, reso vuoto, delle funzioni vitali della comunicazione, giungendo quasi a espropriarlo da sé. «L’uso della televisione, soprattutto da parte dei bambini, rischia – se eccessivo, indiscriminato, sradicato dall’attitudine a osservare e sentire criticamente – di espropriare ciascuno di sé»17. Si dice che Internet è differente, è uno strumento «più democratico». Ma si tratta di un malinteso, di un modo parziale di considerare la questione. certo la chat ci permette di stabilire relazioni di reciprocità e comunicazioni meno trasmissive. Ma, se da una parte la chat non è tutto l’universo virtuale dell’informatica, dall’altra sia Internet, in quanto gigantesca piattaforma e recipiente di dati, sia il PC, in quanto oggetto materiale con tutte le sue funzioni, creano delle nuove dipendenze e attitudini, dei nuovi stili e delle nuove etiche di vita. All’homo videns prodotto della TV si affianca l’homo virtualis prodotto da Internet. Qualunque cosa si pensi dei progressi delle scienze della comunicazione, a partire dai primi trasmettitori di onde sonore fino a Internet, qualunque sia l’aspetto positivo implicito della «comunicazione a distanza», la realtà umana istaura con lo strumento – la cosa in sé per la quale passa e si organizza questo tipo di comunicazione –, come per ogni altro oggetto, un rapporto di dipendenza, cioè una relazione patologica. È questo il punto essenziale. Pensando di aver prodotto un nuovo modo di comunicare, impegnandosi per familiarizzare e gestire il suo potere, gli esseri umani sono diventati più incapaci del vero comunicare, e devono ora «studiare» questa incapacità di comunicare «come una malattia da guarire». 18

Non solo i rapporti tra gli esseri umani sono infettati dalla malattia del non comunicare (di cui quella del trasmettere, che insemina il virus del dominio, è causa), ma anche tutti i loro rapporti con gli altri esseri viventi, con l’ambiente, con la natura. Una volta maturata in un numero di individui e di gruppi, dopo avere contaminato delle comunità intere, la malattia del non comunicare si propaga nell’ambiente che li ospita, arrivando a contaminare parti considerabili del cosmo. Come dentro una spirale, la cui forza centrifuga ha il suo punto di fuga nell’essere umano, la patologia della trasmissione e del dominio si espande in cerchi sempre più grandi verso gli altri regni. Per questo è necessario comprendere le correlazioni tra «un certo dominio industriale-parassitario inquinante, l’inoculazione dottrinario-pubblicitaria, il disastro ecologico, uno stretto e falso comunicare – malgrado le tecniche sofisticate – il disorientamento di molti giovani, lo svanire di tante energie nella droga»19.

Al fondo di tale prospettiva c’è una visione organicista della società, dei cui sintomi patologici occorre fare una vera e propria «diagnosi» come si farebbe per un organismo malato20. Anzi, «osare la diagnosi» dovrebbe rappresentare il «primo operare». Analizzare comparativamente le diverse esperienze nei diversi territori più acutamente infettati, comparare i sintomi osservabili nei diversi domini dell’organizzazione sociale, effettuare una radiografia generale, è indispensabile precondizione di un progetto di cambiamento. La diagnosi, così orientata, «prepara al cambiamento»21. Le parti dell’organismo-mondo sono tutte strutturalmente correlate, in modo che una disfunzione in una di loro influenza il funzionamento delle altre e tutto l’organismo rischia di ammalarsi. Il «disequilibrio ecologico» e lo «sradicamento» prodotti dal «dominio parassitario»22 della città industriale sulla campagna hanno favorito la «diffusione dell’angoscia e dell’aggressione in complessi processi interdipendenti, ma di fatto incontrollabili23. Nel frattempo la città si è ingrandita, gonfiata. In tutte le sue diramazioni interne ed esterne essa conserva e perpetua i conflitti prodotti dalla separazione originaria degli esseri umani dalla natura. I cittadini stessi riproducono perpetuamente questa separazione primordiale dentro la città, al punto da non riuscire più nemmeno a immaginare la sua armonia con la natura. Il rapporto con la natura è reciso alle radici. Gli esseri umani, dentro la città, non sono più educati a questo rapporto. Per cui, apprendere in che modo la città e la campagna «possano integrarsi nella città-territorio» diventa un problema educativo fondamentale. L’educazione, qui, si fa sguardo ecologico-economico sopra un mondo socio-naturale malato di non-comunicazione. La diagnosi critico-ecologica di Danilo Dolci si allarga al mondo dell’educazione e rileva nelle scuole delle cellule molto appetitose per il virus del dominio. Qui la cultura trasmissiva trova fertile terreno. A colpo d’occhio, nella maggior parte delle scuole possiamo rilevare «una costante: i giovani non imparano né veramente a comunicare né a esercitare il loro proprio potere. essi apprendono usualmente a diventare degli esecutori»24. Senza capacità di comunicare, i giovani non sono nemmeno educati a uno scambio significativo con la natura. Per questo le nostre popolose città producono tanti astratti tecnici specializzati e sconnessi con i restanti organi del corpo sociale e riconquistare l’armonia tra il bambino e la natura è diventata (non da ora) essenziale missione pedagogica25.

Lo squilibrio ecologico è, d’altra parte, connesso con una economia altrettanto squilibrata. Un’economia che, oltre a non rispettare l’ambiente, non garantisce nemmeno il lavoro per tutti (e quando ci sarebbero pure i mezzi per vivere senza lavoro), né per il mezzo del lavoro una «responsabilità effettiva» non è veramente «economica». Fondata sullo «spreco»26 è una forma di potere parassitario il cui livello di democrazia è «inconsistente» e «vacuo», poiché le ricchezze sono distribuite da e tra pochi gruppi organizzati. Servi dei servizi offerti dai gestori del capitale, lasciando a dei gruppi ristretti la gestione delle risorse della produzione, i cittadini non si rendono più conto del proprio intimo potere, essi disapprendono a esercitare la loro capacità di organizzarsi in modo autonomo27. Il «modello virale» del «grande capitale» educa le popolazioni a diventare «produttori di agenti virali tutti uguali», con la collaborazione della cultura trasmissiva, forma sin dall’infanzia le strutture psicologiche degli individui, i quali disabituati a pensare e ad agire, hanno oramai «vergogna del vero comunicare»28. Questa falsa maniera di concepire e di fare l’economia è correlata allo squilibrio ecologico altrettanto che agli insuccessi dell’educazione. Le scuole, sempre più simili a fabbriche di astrazioni, traducono nell’educazione l’ingranaggio perverso di un economia non economica. Ecologista convinto e radicale, Danilo Dolci considera l’economia come «legge dell’ambiente» e come «studio» mirante a «ottenere il massimo del risultato con il minimo d’energia»29. Questa attitudine, in certa proporzione ispirata alla legge del rasoio di Ockham, valorizza «ogni distribuzione equilibrata dei mezzi disponibili … imparando a giocare anche»30. Il gioco, o sennò la creatività, diventa così il punto di congiunzione di un tipo di economia più equilibrata e di una educazione capace di ristrutturare i rapporti di comunicazione su tutti i piani. «In questo senso il lavoro educativo è il più economico: soprattutto se, invece di ridursi a trasmettere delle tecniche, cerca di inventare una nuova vita in cui ciascuno impara a comunicare»Danilo Dolci, Ibid.31.

Dopo aver fatto la diagnosi della società malata, come curarla? Che cosa abbiamo come rimedio al virus del dominio? Bisognerà ritornare all’inizio del cammino per fornire la prognosi. Abbiamo detto che il comunicare conserva in sé il rapporto di reciprocità e che si differenzia dal trasmettere per il fatto che delle persone, degli esseri comunicano tra loro. Naturalmente comunicare non è solo dialogare, scambiare messaggi e contenuti semantici mediante parola. «L’interagire comunicativo comprende il dialogo … ma non vi si identifica» 32. Il dialogo non è che un aspetto di una relazione più complicata, le parole e i dibattiti mirando principalmente ad azioni e attitudini comunicative e solidali, a una organizzazione pratica delle forme di coesistenza. In una società particolarmente trasmissiva, disapprendendo a comunicare, si disapprende anche a organizzarsi, poiché la capacità di organizzarsi dipende dalla capacità di comunicare. «Senza comunicare è impossibile riuscire a sviluppare l’auto-regolante co-organizzarsi di questo sistema complesso, nello stesso tempo singolare e globale, che noi chiamiamo vita. Un effettivo progresso dell’organizzazione non può astrarre dal comunicare»33. La risoluzione del conflitto fra il trasmettere e il comunicare passa per l’apprendimento a quel comunicare che non si limiterà al dialogo ma mirerà a fare l’esperienza dell’organizzazione. Apprendere a comunicare significherà principalmente apprendere a organizzarsi, apprendere a «vincere la propria inerzia intima nell’apprendere a organizzarsi»34. Ma come si dovrebbe tradurre in pratica questo apprendere a organizzarsi?

Danilo Dolci ha dato delle indicazioni molto precise su questa questione. A dire il vero, egli ha passato la sua vita a fare esperienza di organizzazione in Sicilia e altrove, e ciò che egli propone in teoria è la traduzione di ciò che ha fatto nella pratica. Organizzarsi è prima di tutto rifare le relazioni. Nel lungo difficile percorso volto al cambiamento, non c’è un vero nemico da combattere ma delle relazioni da ristrutturare, ricreare, rinnovare. Se una lotta deve esserci, a ogni modo, essa non può cominciare che col ricostruire i rapporti. «Non un nuovo Golia bisogna denunciare, né dei nemici stranieri; in tutti i domini, ripensare e rifondare il modo e la qualità dei nostri rapporti, di ogni tipo di rapporto»35. Questa ristrutturazione passa per il metodo dell’interrogazione reciproca e partecipata, che vede l’individuo seduto in cerchio con gli altri e che attende il suo turno di parola per esprimere il suo punto di vista su una questione di necessità scelta insieme. L’inchiesta di gruppo è alla base dello sviluppo della partecipazione, è una sorta di maieutica di gruppo che orienta i punti di vista differenti verso una direzione comune (verso una comune verità?) Si svolge come dentro un processo scientifico. Il gruppo osserva e analizza un oggetto o un fenomeno intellettuale o materiale, si pone delle questioni e fa degli esperimenti al fine di verificare le intuizioni iniziali. Si formano così dei laboratori maieutici di gruppo, in cui le visioni e le interpretazioni singolari si incrociano e si confrontano. Gli individui verificando reciprocamente i propri punti di vista apprendono a verificare se stessi. Il turno di parola segue una dinamica necessariamente circolare in modo che ciascuno possa esprimersi. Una volta posta una questione di interesse comune, ciascuno formula la sua prima risposta nella testa e, nell’attesa del suo turno, ha occasione di ascoltare gli altri. Ciò che di primo acchito può sembrargli come una costrizione, al contrario, gli fornisce una possibilità di ritornare sulla sua prima intuizione (si potrebbe parlare di ascolto attivo circolare). Egli tenterà di verificarla confrontandola con le intuizioni altrui e potrà cambiare parere riflettendo sui pareri altrui. Potrebbe anche, stupito dalla diversità di pareri così generosamente offerta dall’occasione, vivere uno stato confusionale e restare senza parole. Durante il processo della maieutica reciproca, le differenti personalità si scoprono soggetti di una interazione attiva e costruttrice, capace di aprirle a un nuovo modo di concepirsi e viversi. La persona stravagante, eccentrica, avrà occasione di relativizzare il suo ego, mentre il tipo timido potrà rivitalizzare il suo. L’esperienza maieutica di gruppo trasforma gli individui a tal punto che ciascuno «non è più se stesso ed è più se stesso di prima»36. Si tratta di un processo di valorizzazione della persona che punta a reintegrarla dentro la sua originaria natura comunicativa sociale, nella sua originaria struttura di reciprocità. Danilo Dolci pensa che il raggrupparsi, in generale, la possibilità di analizzare e di conoscere in modo cooperativo, di verificarsi reciprocamente mediante dei processi di comparazione cooperativa, sia essenzialmente alla base della possibilità di cambiamento. E’ attraverso il raggruppamento cosciente e la ristrutturazione creativa delle relazioni, che gli individui si curano dal virus del dominio. Mediante il confronto e il dialogo partecipato essi si emancipano dalla cultura permissiva e del potere unidirezionale, nella pratica del riconoscimento collettivo dei problemi e dell’azione comune per risolverli essi guariscono dalla malattie del non-comunicare. Sembra che Danilo Dolci suggerisca la maieutica reciproca come antibiotico da inoculare dappertutto. Egli immagina la possibilità di «sviluppare l’iniziativa del gruppo maieutico dal buio di una classe verso le famiglie, verso la scuola intera e il territorio, verso i diversi settori –scientifici anche- fino all’ambiente globale»37. O sennò, egli pensa che sia possibile «moltiplicare ovunque la sperimentazione di metodologie relazionali che favoriscano lo sviluppo dell’individualità personale e collettiva» e di «connettere fecondamente le ‘teste di ponte’ di un fronte valido» 38. Nella bozza di manifesto, tra le azioni necessarie da intraprendere, egli indica: la promozione di iniziative con i giovani che permettano loro di esprimersi «sulla base dei loro bisogni concreti», l’organizzazione di «seminari e corsi» per formare degli esperti di «strutture maieutiche», di «crescita di gruppo», capaci di fare germinare delle «strutture di strutture creaturali» e delle «strutture civiche comunicanti39. Inoltre egli indica l’importanza di identificare delle zone in cui «delle strutture maieutiche comunicative» sono già sperimentate, la diffusione del metodo comparativo, l’invenzione di nuove «strategie per estendere i confronti», la cooperazione nella valutazione dei nostri bisogni e delle nostre problematiche. Nell’immaginario di Danilo Dolci, bisogna anche «cooperare a distinguere nei diversi contesti il potere del dominio, il fecondante dal contaminante», produrre delle occasioni per analizzare e verificare insieme degli «eventi emblematici», provando a costruire delle esperienze che «educhino ciascuno a organizzarsi, a valutare, a scegliere, a controllare e all’operante sperare»40. Come negli ambienti scientifici è possibile riunirsi in modo maieutico su un progetto comune, così con ogni popolazione che vive ai margini della società sarà possibile cominciare «dei processi di autoanalisi attenta a scoprire e a valorizzare la propria natura» e a «confrontare i suoi valori … con i valori autentici degli altri» 41. Ovunque è possibile far partire dei processi maieutici con le persone comuni e gli esperti, dei movimenti maieutici attraverso i quali gli individui e le comunità, «valorizzando al contempo il territorio indigeno e le metodologie più avanzate» apprendano essi stessi a «come valorizzarsi»42.

Se gli effetti di una cultura trasmissiva non sono delle recisioni sociali irreversibili, se il virus del dominio non si è ancora trasmesso dappertutto, un lavoro mirante a ricostruire le relazioni, a rinnovare la capacità di comunicare e di organizzarsi, sarà sufficiente a impedire la sua ulteriore propagazione. Questa esperienza rinforzerebbe gli anticorpi sociali per le sfide presenti e future. Attraverso la maieutica di gruppo le persone fortificano il loro sistema immunitario e la loro essenziale reciprocità contro le malattie virali dei poteri parassitari. Raggruppandoci e proteggendoci reciprocamente in cerchi maieutici, proteggiamo al contempo la «farfalla» che «germe in ciascuno di noi»43 fino a quando non spicca il volo.

Antonio Fiscarelli, dottorando Sciences de l’éducation, Université Lyon 2

 

 NOTE

1 Traduzione del testo francese “Danilo Dolci. Le conflit entre transmettre et communiquer et sa résolution maïeutique” dello stesso autore, presentato alla “Biennale internationale de l’éducation, de la formation et des pratiques professionnelles”, Parigi, 2012. La versione originale è consultabile negli archivi dell’evento al seguente link: http://hal.archives-ouvertes.fr/docs/00/76/61/27/PDF/a-fiscarelli-com-n-101-atelier-1_1352970826394.pdf

2 Possiamo dedurlo dal passo seguente:«Non solo la società continua ad esistere attraverso la trasmissione, attraverso la comunicazione, ma si potrebbe dire con ragione che essa esiste nella trasmissione, nella comunicazione. Il legame che unisce le parole “comune”, “comunicare”, “comunità” e “comunicazione” non è solamente verbale. Gli uomini vivono in una comunità in virtù delle cose che hanno in comune. la comunicazione è il mezzo per il quale pervengono a possedere queste cose in comune. Per formare una comunità o una società, essi devono avere in comune obbiettivi, credenze, aspirazioni, conoscenza –una comprensione comune- un orientamento di spirito affine come dicono i sociologi. Non si possono trasmettere queste nozioni come si passerebbero dei mattoni o ogni altro oggetto materiale». John Dewey, Democrazia ed educazione, Firenze, Sansoni, 2004, p 12.

3 Danilo Dolci, Comunicare, legge della vita, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita Editore, 1995, p. 32.

4 «I rapporti trasmissivi ammalano. Sono violenti». Danilo Dolci, La comunicazione di massa non esiste, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita Editore, 1995, p. 12

5 « Come abbiamo già detto, il trasmettere può essere sincero o falso», Danilo Dolci, op. cit., p. 17

6 Danilo Dolci, Comunicare, legge della vita, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita Editore, 1995, p. 38

7 Danilo Dolci, op. cit., p. 32

8 Dailo Dolci, op. cit., p. 14

9 Danilo dolci, ibid.

10 Danilo Dolci, op. cit., p. 30

11 Danilo Dolci, op. cit., p. 58

12 Danilo Dolci, op. cit., p. 38

13 Danilo Dolci, ibid.

14 Danilo Dolci, op. cit., p. 38

15 Danilo Dolci, op. cit., p. 42

16 Danilo Dolci, op. cit., p. 60

17 Danilo Dolci, op. cit., p. 46

18 Danilo Dolci, op. cit., p. 42.

19 Danilo Dolci, op. cit., p. 44.

20 «Non bisogna aver paura della diagnosi» è il titolo di un capitolo diComunicare, legge della vita.

21 Danilo Dolci, op. cit., p. 48.

22 Danilo Dolci, op. cit., p. 52.

23 Danilo Dolci, op. cit., p. 53.

24 Danilo Dolci, op. cit., p. 52.

25 Tali analisi sono alla base dell’esperimento educativo di Mirto descritto nel libro Chissà se i pesci piangono, Torino, Einaudi, 1973. La scuola sperimentale di Mirto nacque per soddisfare il bisogno di ricostruire un rapporto equilibrato con la natura, rispettando al contempo il punto di vista del bambino anche per la scelta delle dimensioni strutturali della scuola. Edificata nella natura selvaggia della Sicilia occidentale, ai piedi delle colline che si profilano sulla valle dello Jato, sfiorata dai venti del Mediterraneo, essa esprime la necessità di rifare il rapporto con la terra, di ricostruire la soci

26 Spreco è il titolo di uno dei libri-inchiesta di Danilo Dolci. Scritto nel 196°, è un’analisi dello spreco delle risorse nella Sicilia occidentale.

27 «Accumulare le ricchezze nelle mani di alcuni impedisce l’esercizio distribuito del potere» e «deresponsabilizza».

28 Danilo Dolci, Ibid.

29 Danilo Dolci, La legge come germe musicale, Manduria-Bari. Roma. Pietro Lacaita Editore, 1995, p.273

30 Danilo Dolci, Ibid.

31 Danilo Dolci, Ibid.

32 Danilo Dolci, Comunicare, legge della vita, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita Editore, 1995, p. 22

33 Danilo Dolci, op. cit., p. 60.

34 Danilo Dolci, op. cit., p. 40.

35 Danilo Dolci, Comunicare, legge della vita, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita Editore, 1995, p. 38

36 Danilo Dolci, Poema umano, Berne, éd. Paul Haupt, 1974, p. 52

37 Danilo Dolci, Comunicare, legge della vita, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita Editore, 1995, p. 62

38 Danilo Dolci, ibid.

39 Danilo Dolci, op. cit., p. 70

40 Danilo Dolci, op. cit., p. 72

41 Danilo Dolci, ibid.

42 Danilo Dolci, ibid.

43 Danilo Dolci, ibid.

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