40 anni fa la legge che riconobbe l’obiezione di coscienza – Franco Rizzo

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Il problema dell’obiezione di coscienza mi si presentò nel 1955, parecchio tempo prima che venisse approvata la legge 772/1972 sull’obiezione di coscienza.

Per me era un duplice problema: godendo, si fa per dire, di doppia nazionalità avrei dovuto svolgere il servizio di leva sia in Francia che in Italia. In Italia all’epoca gli obiettori di coscienza venivano condannati inizialmente a pene detentive relativamente miti (alcuni mesi) che però erano seguite da ulteriori chiamate alle armi, il cui rifiuto era sanzionato da condanne sempre crescenti. In teoria il ciclo perverso di richiami e condanne avrebbero dovuto continuare sino ai 45 anni d’età, un mezzo ergastolo insomma. La Francia, impegnata allora nelle guerre coloniali, applicava condanne che erano molto più pesanti ma non reiterate.

Io scelsi di affrontare il problema in Italia, dove mi ero stabilito. Prima di me si era già presentato il caso di obiezione di Pietro Pinna. E prima di noi, ai tempi della prima guerra mondiale c’erano già stati alcuni rari obiettori.

Molto singolare è il caso del pinerolese Remigio Cuminetti, obiettore per motivi religiosi (faceva parte degli “studenti della Bibbia”, in seguito denominati “testimoni di Geova”). Era scoppiata la prima guerra mondiale e Cuminetti venne processato e condannato dal tribunale militare di Alessandria. Ma le autorità militari decisero di mandarlo al fronte, vestendolo a forza della divisa e facendolo portare di peso in trincea. Si racconta che mentre ciò avveniva Cuminetti sbottò: “Povera Italia, se ci vogliono due soldati per portarne uno al fronte, come farà a vincere la guerra?”

Tale singolare obiettore si toglieva continuamente le stellette, che lo identificavano come militare, e alla fine i suoi superiori lasciarono perdere. Probabilmente è stato il solo “soldato” senza stellette. Durante la sua permanenza al fronte un ufficiale italiano era rimasto ferito, steso e abbandonato nella cosiddetta “terra di nessuno”. Cuminetti fu il solo che andò a soccorrerlo, a rischio della propria vita e lo portò in salvo. Per tale atto di coraggio venne insignito della medaglia d’argento, della quale peraltro non si fregiò mai. Spiegava che il suo gesto era stato compiuto per salvare un uomo e non per guadagnarsi un medaglia da appuntare sul petto.

Dalla “grande guerra” al 1972 passarono 54 anni senza che il problema degli obiettori venisse affrontato. Nel secondo dopoguerra però i casi di obiezione di coscienza aumentarono e le autorità militari adottarono una procedura per risolverli: dopo una prima o più condanne l’obiettore veniva sottoposto a visita psichiatrica militare e si proponeva l’esonero per pazzia. Non mi risulta che nessun obiettore abbia mai accettato tale soluzione di compromesso. Allora il caso veniva sottoposto al cardiologo militare che diagnosticava una qualche deficienza cardiaca che consentiva di ritenere il richiamato di “ridotta attitudine militare”, ponendolo in congedo. Ovviamente non si poteva contestare il referto medico.

Ci furono comunque negli anni sessanta condanne pesantissime. Ginestra, testimone di Geova, scontò complessivamente tre anni e tre mesi; Tosetti, altro testimone di Geova, venne condannato a oltre quattro anni di durissima reclusione militare.

La legge 772/1972, riconoscendo l’obiezione di coscienza in luogo del reato di disubbidienza, rappresentò certamente un passo avanti. Tuttavia conteneva ambiguità inaccettabili. Si tentò di porvi rimedio con la successiva legge 230/1998, ma ancora una volta con scarsi risultati. La maggioranza degli obiettori non era infatti disposta a svolgere un servizio civile che rimaneva comunque sottoposto alla giurisdizione militare. Per i testimoni di Geova la motivazione del rifiuto era la “neutralità cristiana”, non il pacifismo. Così le carceri militari continuavano a essere affollate di obiettori.

Il presidente Pertini si dimostrò molto sensibile al problema, concedendo la grazia a molti obiettori. Inoltre interessò l’allora capo di Stato Maggiore generale Viglione di studiare una soluzione. Quest’ultimo incaricò dell’incombenza il generale Dalla Chiesa che in tale circostanza ebbi modo di conoscere. Era un uomo di grande correttezza e dotato di spirito pratico. Temeva tuttavia che l’esonero degli obiettori dal servizio di leva avrebbe portato a un eccessivo aumento dei casi di obiezione. Dovetti fornirgli dei dati statistici dettagliati su quanto era avvenuto nei numerosi stati europei, che avevano già riconosciuto l’obiezione di coscienza, senza che si fosse prodotta alcuna proliferazione dei casi. Credo che tali passi risolutivi abbiano contribuito ad attenuare le conseguenze per gli obiettori. Del resto più che i politici furono talvolta i militari a sciogliere il nodo dell’obiezione. Nella stessa Francia fu un intervento diretto del generale De Gaulle, divenuto presidente della repubblica, ad aprire le porte del carcere agli obiettori.

Mi sono chiesto come mai l’Italia sia stata tra gli ultimi stati Europei a riconoscere l’obiezione di coscienza. Penso che l’atteggiamento della Chiesa Cattolica abbia la sua parte in tale ritardo. Dopo il fallimento dell’opposizione della Chiesa ai moti e alle guerre risorgimentali, le occorreva riguadagnare prestigio agli occhi dello Stato. Ciò avvenne con l’appoggio ecclesiastico nella prima guerra mondiale e nelle nostre guerre coloniali. I reduci della prima guerra mondiale ancora ricordavano le infiammate omelie del cappellano Giovanni Semeria, che prometteva il paradiso a chi si sacrificava per la Patria. Una ricca documentazione sull’opera dei cappellani militari può essere reperita nel libro “Sacerdoti in grigioverde” di Emilio Cavaterra, edito da Mursia. Conservo una tavola fuori testo dell’Almanacco della Santa Lega Eucaristica del 1917 dove si vede Gesù Cristo che prende per mano un fante armato di fucile e lo aiuta a inerpicarsi per una montagna sassosa. La sottostante didascalia recita: “Gesù guida e consolatore. Chi non porta la sua croce e mi segue non può essere mio discepolo. Aspra è la via, tutta sassi e tronchi e spine, ma voi la salite con me, da me guidati e sorretti. E in alto, dal cielo, a voi sfavilla la luce dell’immortalità.”

Ancora negli anni settanta, sotto il pontificato di Paolo VI, si leggevano su Civiltà Cattolica, per la penna di padre Messineo, o sull’Osservatore Romano, argomentazioni contro l’obiezione di coscienza. Senza tale atteggiamento della Chiesa, una prima seppure imperfetta legge sull’obiezione di coscienza avrebbe probabilmente visto la luce molto prima.

27 DICEMBRE 2012, Circolo della Stampa – corso Stati Uniti 27, Torino