La Chiesa in campo – Pietro Polito

Io so, Pasolini e il Vaticano con Monti
Fatemelo dire con Pasolini …
Ecco a 150 anni da Porta Pia,
io so ma non ho le prove,
c’è un piano per riportare
dentro le mura papaline
il controllo di tutta la mia povera Italia.

Giovan Sergio Benedetti, Lettera a “Pubblico”, domenica 30 dicembre 2012

 

Dice un personaggio di Bella addormentata di Marco Bellocchio: “In Italia non si governa senza il Vaticano”. Aggiungo io: “Non si vincono nemmeno le elezioni”. Mentre Monti sale, ascende, la Chiesa scende in campo.

Negli ultimi tempi obtorto collo la Chiesa aveva fatto buon viso a cattivo gioco, tollerando le intemperanze verbali e comportamentali del Sultano, che certo contraddicevano i principi ma non la sostanza di una politica, posso dirlo?, clericale. Non vedo come altrimenti possa definirsi la posizione del governo Berlusconi sulla famiglia, sulla fecondazione eterologa e sul dramma di Eluana Englaro.

Per ragioni di decenza, la Chiesa si è guardata bene dallo sbandierare ai quattro venti l’appoggio al Sultano, salvo abbandonarlo senza troppi complimenti quando il Sultano decaduto è stato spodestato. Ora che il Sultano è tornato semplicemente il Cavaliere, in Vaticano si svolta: la dichiarazione di voto per il professore è esplicita, ma l’abbandono del Sultano è definitivo? Questi recalcitra e ammonisce: “Si ricordino cosa abbiamo fatto per la Chiesa negli anni del mio governo”. Ma al Cavaliere non si perdona “un alto tasso di inazione (e di inconcludenza) al cospetto di tentativi della coalizione di centrosinistra di agire, ma in senso sbagliato (zapaterista appunto)”. Così Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”. Chiaro, no?

La svolta è stata annunciata da “L’Osservatore Romano”. Che cosa ha scritto il giornale vaticano, che è l’organo di una Segreteria di Stato straniera?

In un articolo uscito il 27 dicembre 2012, firmato: Marco Bellizi, intitolato, La salita in politica del senatore Monti, sottotitolo: Il 24 e il 25 febbraio le elezioni in Italia, si rileva che la decisione di Mario Monti di porsi al servizio del Paese è innovativa (?) nel dibattito politico e orienta l’avvio della campagna elettorale, si invitano le forze politiche a interrogarsi sull’impatto che può avere la salita in politica del Professore, si stigmatizza che “l’espressione salire in politica, usata da Monti, è stata accolta con ironia, in qualche caso con disprezzo”, tuttavia si fa notare la sintonia con il messaggio di Giorgio Napolitano, “non a caso un’altra figura istituzionale che gode di ampia popolarità”: al Presidente si riconosce “il merito di aver individuato proprio nel senatore a vita l’uomo adatto a traghettare l’Italia fuori dai marosi della tempesta finanziaria”. Ed ecco la benedizione: la salita è “in sintesi l’espressione di un appello a recuperare il senso più alto e più nobile della politica che è pur sempre, anche etimologicamente, cura del bene comune”.

Inoltre vengono riportati i giudizi dei capi della “strana maggioranza” che ha sorretto per oltre un anno il Professore: Pierluigi Bersani, che nell’Agenda Monti trova “cose condivisibili, altre un po’ meno e altre sulle quali si può discutere”; Angelino Alfano, secondo il quale “l’Agenda contiene solo tre certezze: Imu, patrimoniale, più Iva”; Pier Ferdinando Casini, che (ciecamente) condivide il programma di Monti: “No agli inganni di Berlusconi ma anche a Vendola con le sue ricette ideologiche”.

Il commento di Casini è il più pertinente perché svela, spiace dirlo, l’intento ideologico della discesa in campo della Chiesa. Perché la Chiesa si schiera con Monti? Un collateralismo così evidente, così smaccato, sfrontato, senza pudore alcuno, sa di antico, sa di Democrazia cristiana ed obbedisce a una istintiva, atavica, paura, la paura che in Italia governi una coalizione che anche solo lontanamente possa essere considerata di sinistra. Come se questo Paese fosse rimasto fermo al 1948 … …

Tutto questo non è sopportabile, perché “la gerarchia non ha il mandato di sponsorizzare in campagna elettorale questo o quello, con l’obiettivo non dichiarato di intrecciare poi rapporti di scambio nel corso della legislatura”. Parlano così i cattolici di base di “Noi Chiesa”, non un gruppo laicista di radicali libertari.

Chiudo con le ultimissime di fine anno: fonte “Corriere della Sera”.

La Chiesa sembra divisa su a chi assegnare lo scettro di campione dei valori non negoziabili. C’è chi nutre dubbi sull’affidabilità del Professore che interpellato circa i cosiddetti temi sensibili al riguardo ha affermato (meno male) che è molto importante rispettare la libertà di coscienza. Altri sostengono che il Papa non si vuole esprimere nel senso di appoggiare un determinato partito o candidato. Ma in un documento del Consiglio episcopale della Diocesi di Milano si legge: “I cattolici faranno riferimento ai principi irrinunciabili del Magistero della Chiesa sulla famiglia, aperta alla vita, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, sul rispetto per la vita dal suo concepimento al termine naturale, sulla libertà religiosa, sul diritto alla libertà di educazione dei genitori per i propri figli … … …”

Postilla: il piccolo tecnico e il “centrino nascente”

Dopo questa postilla non mi occuperò più del Grande Tecnico che si è rivelato un piccolo tecnico.

Ebbene, è proprio così: il Grande Tecnico e il piccolo tecnico sono la stessa persona. Quel Mario Monti, che fu nominato Senatore a vita da un Presidente della Repubblica (disattento? sprovveduto? consapevole di quel che faceva?) per poi essere chiamato a salvare la Patria, è lo stesso Mario Monti che ora si candida a capo del “centrino nascente” … … …

La metamorfosi si è compiuta: il “candidato riluttante” sale in campo da “candidato militante” (Massimo Giannini). Nel giro di pochi giorni ha smesso i panni dell’uomo di stato: “Era salito in politica domenica ma già da martedì stava scendendo per mettersi alla testa di una parte” (Eugenio Scalfari).

Il dado è tratto, Mario Monti guiderà una coalizione moderata centrista che si richiama alla sua «agenda» e alla sua esperienza di governo, composta da Udc, Fli, Api, Montezemolo, i cattolici vicini alle ACLI, più alcune anime deluse del Pdl, “un soggetto nuovo” (nuovo?) che si presenterà alle prossime elezioni politiche con una lista unica al Senato e una coalizione di liste alla Camera.

Il simposio di “uomini nuovi” lì convenuti per dare avvio a “un’operazione di rinnovamento nel profondo della politica italiana che deve avere una vocazione maggioritaria” (Mario Monti) si è tenuto, vicino a Santa Dorotea, al Convento delle Suore di Sion, un istituto religioso, se si guarda alla geografia fisica e politica di Roma, non lontano dai sacri palazzi (si è detto che i cospiratori hanno stretto tra loro il “patto dei sionisti).

Monti capo dei centristi non sale in politica, non ascende, discende in campo alla stregua del suo predecessore e (presunto) antagonista, il Sultano destituito dagli stessi mandanti.

Il “soggetto nuovo” del professore, battezzato dal Vaticano, non mi pare una forza europeista e moderata, lo ripeto ha un sapore antico, sembra piuttosto orientata a rinnovare i fasti di ciò che fu la Balena Bianca. Ma le ambizioni dei “montisti” si scontreranno con la realtà. Mi auguro che i timori di Eugenio Scalfari che invita il professore a non rifare la DC (“abbiamo già dato”) si rivelino infondati e che la nuova coalizione (questo l’auspicio) si riveli un “centrino nascente” (la battuta è di Angelino Alfano ma è buona).

Ancora due considerazioni.

La prima: i voti non si pesano, si contano, una testa un voto. La candidatura alla Presidenza del consiglio del piccolo tecnico dovrebbe essere legittimata dal voto popolare come avviene in ogni democrazia rappresentativa. Nella culla della democrazia i membri ereditari della camera dei Lord britannica quando vogliono avere un ruolo politico lasciano il seggio e affrontano da semplici commoner la competizione elettorale.

La seconda: “Chi si candida a riformare il paese non può accettare di prendere la parola in una fabbrica da cui è escluso il principale sindacato italiano” (Guido Crainz, L’Italia moderata, “la Repubblica”, lunedì 31 dicembre 2012).

 

3 Risposte a “La Chiesa in campo – Pietro Polito”

  1. Caro Polito, c'è poco sforzo di elaborazione. Fare un articolo per ripetere i mantra che si leggono sui giornali con una tesi premeditata che sia la Chiesa tutta ( e non un paio di cardinali che si sono incaricati in proprio di tentare di dettare la linea senza tener conto degli umori di chi deciderà la contesa elettorale) a sostenere Monti e la sua Agenda non è un gran contributo. Superficiale poi sostenere che i cattolici aclisti (come me) seguano il loro ex presidente fatto dimissionare con centinaia di interventi critici (molti sono nel PD). I laici prima di parlare di Chiesa dovrebbero fare qualche sforzo in più per capire cosa bolle in quel crogiolo, dove le teste pensanti sono molte di più di quelle che ci si immagina. E il Papa tace, checchè i giornali cerchino di tirarlo dove pare a loro. Ecco un compito che affido alla riflessione di Polito. Cari saluti Alfredo M.

    • Discussioni con alcuni cattolici
      di Pietro Polito

      Il mio articolo La chiesa in campo ha suscitato reazioni simpatizzanti e antipatizzanti da parte di alcuni cattolici.
      Di segno antipatizzante il commento di Alfredo Mori che mi critica severamente per il “poco sforzo di elaborazione”, per avere sostenuto “una tesi premeditata che sia la Chiesa tutta (e non un paio di cardinali) a sostenere Monti e la sua Agenda”, per aver riferito in modo superficiale la posizione “che i cattolici aclisti (come me) seguano il loro ex presidente fatto dimissionare con centinaia di interventi critici (molti sono nel PD)”. Infine Mori invita i laici a fare qualche sforzo in più prima di parlare di Chiesa e mi affida il compito (che, posso dirlo?, non mi appassiona) di cercare di “capire cosa bolle in quel crogiolo, dove le teste pensanti sono molte di più di quelle che ci si immagina”.
      Di segno simpatizzante, ma non in tutto consonanti, i commenti di Enrico Peyretti e del direttore de “il foglio. Mensile di alcuni cristiani torinesi”, Antonello Ronca. Questi mi scrive di avere girato il pezzo alla redazione “quasi per proporlo come editoriale!”, ma mi invita – come fa pure Mori sia pure in modo polemico e con un tono che non mi appartiene – a distinguere tra Chiesa e cardinali.
      Peyretti vede nel mio pezzo quel che è, o almeno quello che mi ero proposto di fare, "un’analisi delle dinamiche politico-elettorali nella società italo-vaticana". Anch’egli mi avverte: “Certo, la gerarchia non è tutta la chiesa. Il Vaticano non è la chiesa. Bisogna vedere: si parla dell'una o dell'altra? Dal punto di vista politico o ecclesiale?”.
      La mia prima reazione (che ho trattenuto nel computer) al commento di Mori è stata questa: “Alfredo Mori ha ragione: non ho i titoli. Non faccio parte del suo mondo e non voglio farne parte, non frequento e non m’interessa frequentare associazioni cattoliche né di centro né di sinistra né di destra, ma nel costruire i miei articoli m’informo e leggo anche la stampa cattolica e «le parole di Pietro» che vengono pubblicate sul giornale dei vescovi “Avvenire”. Non è sufficiente per «parlare della Chiesa» dal punto di vista di un laico? (non scrivo a nome dei «laici»)”.
      A mente più fredda, tralascio, non perché ovviamente li accolga o li condivido, i toni e gli spunti polemici di Mori (superficialità, premeditazione, scarso sforzo nell’affrontare una materia così vasta e complessa) e mi soffermo sul punto della questione: la distinzione tra gerarchia e Chiesa.
      Come ho scritto al direttore de “il foglio”, forse il titolo che ho dato all’articolo La Chiesa in campo è un po’ fuorviante e può alimentare, ingenerare la confusione tra Chiesa e gerarchia. Mi ero posto il problema domandandomi se la posizione espressa a favore di Monti rispecchiasse l'orientamento dell'Osservatore, del Vaticano, della Curia, della gerarchia, della Chiesa. Mi sono chiesto ancora: il titolo e il tono possono risultare poco rispettosi? Alla fine ho deciso di lasciare quel titolo perché più efficace e perché mi è sembrato chiaro che volessi alludere al mondo ecclesiale in senso generico e non certo alla Chiesa intesa come la comunità dei fedeli, verso nessuno dei quali mai mi sognerei di scrivere che il suo pensiero è superficiale e premeditato, né mai scriverei che un cristiano per poter parlare del pensiero laico deve superare una specie di esame di maturità.
      Sulla distinzione tra Chiesa e gerarchia, e sul ruolo dell’una e dell’altra, è illuminante uno scambio successivo avuto con Peyretti, che nel suo sforzo infaticabile e prezioso d’informazione e contro informazione mi ha segnalato altri interventi (della gerarchia, della Curia, di singoli cardinali, del Vaticano, della Chiesa) che sembrano rimettere in discussione la benedizione a Monti.
      Gli ho risposto così: “Ho pensato di lasciare la materia a chi è più competente di me. Vorrei aggiungere che per quel che mi riguarda non è che io sono scontento se la Chiesa dà indicazione di voto per Monti e contento se invece desse indicazione di voto non so per il Partito democratico (cosa che mi pare improbabile). Penso che il mestiere della Chiesa è (dovrebbe essere) un altro”.
      Sottoscrivo, da laico, quanto egli scrive da cattolico: “Se la chiesa (il papa, tutti, io) annunciasse il dono e il compito che vengono dal vangelo, farebbe la sua missione, lasciando ad ogni coscienza e ragione personale, nel dialogo sociale, l'accettazione, l'applicazione e la scelta pratica. Quando la gerarchia simpatizzava per Berlu, non la disapprovavo perché volessi io la sua simpatia, ma perché sostituiva la mia responsabilità e per di più sosteneva un disgraziato. Inoltre, così la gerarchia riduce la chiesa ad una delle forze in lizza per il potere sulla società”.

      • Dopo questa collana di commenti su commenti, si aggiunge un intervento di papa Ratzinger, che si legge oggi 8 gennaio: guardare «soprattutto» allo spread «del benessere sociale»; non si può restare indifferenti di fronte «alle crescenti differenze fra pochi, sempre più ricchi e molti, irrimediabilmente poveri». Nel messaggio di augurio al Corpo diplomatico accreditato il Pap critica le logiche dominanti.
        Nell'evidenziare il nesso tra pace, giustizia e verità, la sua critica è netta. «Non va assolutizzato il profitto a scapito del lavoro». «Ci si è avventurati senza freni – osserva con preoccupazione – sulla strada dell’economia finanziaria, piuttosto che di quella reale». «Occorre recuperare – scandisce – il senso del lavoro e di un profitto ad esso proporzionato». Per uscire da questo meccanismo occorre cambiare passo e soprattutto «resistere alle tentazioni degli interessi particolari e a breve termine» e perseguire così «il bene comune». C'è dunque una dialettica anche nel Vaticano e non solo nella chiesa intera. Queste dichiarazioni non sono "politiche" come intervento elettoriale nella ricerca di posizioni di potere, ma sono giuste, umane, evangeliche. Se poi sono anche un po' di sinistra, il merito è della sinistra. Credo che l'osservatore, credente o non credente, possa compiacersi di una discussione interna alla chiesa, anche nelle sedi autorevoli, e semmai valutare come meglio crede l'una o l'altra delle posizioni che si eprimono. L'articolo dell'Osservatore Romano, le parole del vescovo Toso (comm. Giustizia e Pace), queste parole del papa, non sono affatto identiche. Bene così. Ognuno giudichi. Enrico Peyretti

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