Violenza strutturale, pace e disabilità – Johan Galtung

Da Francoforte sul Meno, Caritas

Come sono in rapporto tra loro le strutture sociali e le disabilità – mentali o fisiche, spirituali o materiali?

Risposta: all’incirca allo stesso modo in cui le strutture sociali sono in rapporto con altri gruppi emarginati, addirittura stigmatizzati: donne e non-bianchi, giovani e vecchi, lavoratori, malati fisici e mentali, disabili, e altri “devianti”. E, a livello mondiale, i colonizzati e gli imperializzati, i paesi meno sviluppati, i pariah.

Che cos’hanno in comune? Che qualcuno sia sopra di loro in una gerarchia. Sono diversi, le gerarchie li rendono disuguali, e le gerarchie sono robuste e tendono a rinascere. Quelli in cima escludono quelli più in basso come “devianti” dalla società “normale”, degli inclusi. Possono perfino sfruttarli economicamente, usare la forza militarmente, decidere sulle loro teste politicamente, imprimere loro il proprio modo di pensare culturalmente. Quattro tipi di potere, quattro modi di esercitare violenza strutturale nelle gerarchie. Non a caso, ci sono state stupefacenti rivolte contro tali gerarchie nei secoli recenti all’insegna del diritto umano a essere diversi, seppure uguali.  Dalla rivoluzione americana che si lasciò dietro clero e aristocrazia e quella francese che li decapitò, attraverso la lotta della classe lavoratrice per un sostentamento decente, a quella delle colonie per la libertà, di vari paesi per scrollarsi di dosso i gioghi imperiali capitalisti o comunisti, e dei paesi poveri per ottenere la loro quota parte, delle donne per la parità, dei più giovani per venir presi seriamente in considerazione.

E l’età: comporta uno stigma nei capelli bianchi/grigi, attenzione nel camminare.15 anni dopo l’età pensionabile dovrei essere in Ruhestand, quiescenza, su un binario morto (Abstellgleis); materialmente bene ma spiritualmente confinato a hobby come i bambini al gioco, escluso dalle sfide per il vero lavoro, per lo sviluppo individuale e sociale, per nuove sintesi. Prossima fermata: il cimitero. Sicché mi sono rifiutato di ri-tirarmi, di stancarmi continuamente per mancanza di sfide; come quella d’esplorare quanto concetti a me prossimi possano spiegare gli impedimenti (Behinderungen) per i disabili.

Si sono fatti grandi progressi nel riconoscere i disabili “devianti” al 3% e “normali” al 97%. Le strutture materiali sono cambiate moltissimo, rendendo molto più facile l’accesso per quelli in carrozzella, i bambini, gli infermi e gli anziani, creando piste per i ciechi, lingue figurative per i sordi. Tuttavia, un binario spianato può ancor sempre essere un binario morto.

Che ne è del diritto umano di venire incluso, di contribuire? Per i disabili non solo di essere accettati come diversi – non “devianti”– ma uguali nei diritti, affrontare la sfida di definire la propria situazione, e dare i propri input alla propria vita e alla società? I ciechi possono avere ricche visioni interiori e i sordi ricche sonorità interiori; quelli in carrozzella hanno altri angoli d’ approccio a tutto. I maschi “normali” bianchi di mezz’età e d’alto ceto, occidentali, hanno monopolizzato da troppo tempo le sfide, dicendo agli altri come pensare. Le sfide più importanti devono essere condivise.

Le sfide sono come il sole, fonti di salute; come l’esercizio, il cibo e l’accudimento. Si guardi la natura: fiori e alberi mettono radici, crescono, si protendono e contorcono in cerca d’acqua, di sostanze nutrienti, di aria pura, di ossigeno, di sole. Se ne vengono private, si ammalano, avvizziscono, muoiono.  Forestali e giardinieri possono rimediare, diserbando, sarchiando. E piante e alberi fanno miracoli con acqua e ossigeno; con la fotosintesi, creando nuove realtà.

Gli emarginati – commercianti senza pedigree, lavoratori sfruttati da commercianti, non-bianchi, donne, i più giovani e i più vecchi parcheggiati in ghetti, colonie, paesi del Sud – si organizzano attorno al diritto di decidere chi siano e che cosa vogliano: un posto al sole per tutti.

Una gerarchia diviene una poliarchia, verticale, ma con legami orizzontali che uniscono lavoratori, donne, non-bianchi, giovani, vecchi, disabili. I paesi periferici cominciano a commerciare fra loro: stanno crescendo; lo stesso per gli adolescenti, per i lavoratori che creano cooperative.  I disabili si troveranno sempre più tra loro, definiranno il loro posto nella società ed esigeranno il proprio diritto di plasmare quella società, non solo esserne plasmati da altri benintenzionati. Come per le nazioni che vogliono autonomia per governarsi.

C’è un prezzo da pagare: sovraccarico strutturale. Alcuni potranno semplificarlo in autosufficienza in equiarchie orizzontali; come per gli scambi Sud-Sud-Sud fra i continenti del Terzo Mondo; i più giovani che prendono il volo dai genitori, ecc. A rischio d’isolamento. E alcuni potranno perfino preferire l’autosufficienza individuale in un’anarchia postmoderna, senza più alcuna trama strutturale. A rischio di sottocarico strutturale.

E i disabili? Lo Studio sulla Schizofrenia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità degli anni 1970 mostrava che tale grave disturbo mentale era meno frequente, meno profondo e meno durevole in paesi meno sviluppati. Come altri “devianti” tali malati non erano istituzionalizzati, bensì parte della vita di villaggio per quanto potevano permetterselo; alcuni come “scemi del villaggio”. Così come nei paesi sviluppati i sociopatici possono essere promossi per sbarazzarsene, l’estremismo di questi paesi è indicatore di una forza ai limiti del divino. E senza dubbio alcuni vengono trattati con malgarbo, uccisi, scacciati; ma le loro società locali sono meno stratificate, meno gerarchiche, più inclusive.

Lo “sviluppo” dai villaggi tradizionali agli stati moderni comporta costruire gerarchie attorno all’ onnipotente logica dello Stato, all’onnipresente logica del Capitale e all’onnisciente logica della Scienza. Tutti successori di Dio, che monopolizzano le sfide. Non per nulla molti migrano nei villaggi.

Prima conclusione: Disabili d’ogni genere, unitevi! Avete da perdere solo i vostri “normali”.  Seconda: rapportatevi alle persone “normali” in termini i più uguali possibile. Terza: affrontate la sfida di costruire una società più inclusiva dove il vostro modo di essere diversi sia un arricchimento, un di più.

E la quarta: usate tutte e quattro le strutture. Una qualche gerarchia che decida che cosa è meglio, monopolizzando le scelte, può essere necessaria. Ma organizzatevi, rafforzatevi abbastanza da sfidare. Tentate qualche volta di cavarvela da soli come disabili, talvolta in termini uguali rispetto ai “normali”. E da soli. Le strutture non si escludono a vicenda. Può servire una rotazione. La risposta alla varietà umana è la diversità strutturale, la consapevolezza in merito, e la giusta scelta al giusto momento per la giusta inclusione.

 

24.12.12
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: Structural Violence, Peace–And the Handicapped
http://www.transcend.org/tms/2012/12/structural-violence-peace-and-the-handicapped/

Una replica a “Violenza strutturale, pace e disabilità – Johan Galtung”

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