La speranza non è in vendita – Recensione di Cinzia Picchioni

Luigi Ciotti, La speranza non è in vendita, Giunti, Firenze 2011, pp. 128, euro 10,00

DonCiottiPensiero

Era l’ultima edizione di Torino Spiritualità (precisamente il 29 settembre 2012). Ero al Teatro Carignano per ascoltare Luigi Ciotti. Perché don Cotti va ascoltato; nel senso che ogni tanto fa bene ascoltarlo, perché parla con passione. Discorreva con Gabriella Caramore («Uomini e profeti», sul terzo canale radiofonico della RAI) e, prima di scrivere del libro, vorrei riportare qualcuna delle parole che Luigi Ciotti ha detto, come una specie di elenco di «parole chiave».

Vocazione

Ha raccontato della sua «vocazione», nata sull’autobus, mentre tornava da scuola e vedeva – seduto su una panchina – un vecchio barbone (homeless, si direbbe oggi, cioè senza (less) casa (home). Allora decise di fermarsi a parlarci, offrendogli il suo aiuto, sempre rifiutato, sotto varie forme. Finché un bel giorno il vecchio gi diede un «compito», gli disse di «fare qualcosa» per i ragazzi. E don Ciotti lo ha preso in parola. Il resto è storia nota (e nel libro di cui parliamo c’è la vicenda di Libera ben raccontata).

Faccio ciò che dico

«Abbiamo bisogno di “parole di carne”» ha detto, e «L’unica laurea che ho è in “scienze confuse”» e ancora «Colmare la vita di vita» per contrapporci alla «anoressia esistenziale» e infine «La Chiesa è per il mondo, non per se stessa». A me piacciono gli uomini che – oltre a scrivere, studiare, pensare, parlare – fanno ciò che scrivono, studiano, pensano e dicono. Mi pare che don Ciotti sia un uomo così. E anche quando scrive, come nel libro di cui vi parlo, fa trasparire ce le sue non sono solo parole.

Armamenti e bugie

Come quando indica una «ricetta» per liberarci dalle cause della mafia e dei suoi crimini: più scuola, più cultura, più lavoro, più servizi sociali. Non «più polizia», anzi, a proposito di questo non esita a dichiarare di provare un senso di «”rabbia” quando leggo che di fronte ai tagli della spesa sociale, alla drammatica riduzione delle risorse destinate ai più deboli e fragili, si continuano a spendere miliardi di euro ogni anno in armamenti. È insopportabile l’ipocrisia di chi continua a dire che non ci sono i soldi per i servizi sociali, che non ci sono i soldi per la lotta alla povertà, che non ci sono i soldi per chi non ha lavoro. Non è vero! I soldi ci sono, ma vengono spesi per acquistare missili e aerei da combattimento, per costruire navi da guerra e carri armati […]». pp. 43-4.

Sobrietà

Meno armi e più sobrietà, chiedendoci «cosa è indispensabile alla vita umana perché abbia un senso: dal punto di vista materiale, del tempo, delle relazioni»; riflettendo che la Terra «ci è data in prestito» e che quindi sarebbe il caso di introdurre «i delitti contro l’ambiente nel nostro codice penale», avendo Legambiente stimato che i reati contro il patrimonio ambientale, storico e paesaggistico creano un giro d’affari da poco meno di 20 miliardi di euro all’anno! (p. 82)

Mafia

Naturalmente il discorso sulle mafie sta particolarmente a cuore a don Ciotti, e mi è sembrato particolare il modo di affrontare il tema dell’«onore» come affascinante per i giovani; citando i film e gli sceneggiati in cui i mafiosi sono spesso presentati come uomini «d’onore», ma «l’onore è invece parente stretto del pudore, della coscienza del dovere compiuto, della dignità […] e non si trova nelle cosche, nelle caste, nelle corti […]», ma che, come scriveva Sant’Agostino «è l’onore che deve cercare te, non tu l’onore» (p. 85).

Gioco e botulino

Anche la riflessione sul tempo mi ha risuonato come «con-sonante» (scusate il gioco di parole), soprattutto dove don Ciotti ci avverte di stare «perdendo la capacità di dare il giusto valore al tempo: ne perdiamo, pensando che la vita possa aspettare, dimenticando che “la vita è sempre adesso”. Crediamo di risolverla affidandoci alla fortuna “venduta” dai giochi d’azzardo e dalle lotterie; siamo ossessionati dal voler cancellare i segni esteriori che il tempo lascia su di noi.» (p. 117)

Speranza, Etty e don Tonino

«[…] è cominciare ad accorgersi degli altri, prendere coscienza che il mondo e la vita sono realtà plurali» (p. 122) perché «Se pensiamo a come sono state mortificate in questi anni l’educazione e la cultura capiamo perché oggi siamo così poveri e affamati di speranza […] Abbiamo bisogno di “un supplemento d’anima” che risvegli la passione per la bellezza dell’esistere […] e di quel silenzio che ci permette di scendere in una profondità interiore dove abita quel Dio che è la parte migliore di noi stessi. Un Dio che è stato sepolto sotto le macerie di un pianeta devastato e che ci chiede di aiutarlo a ritornare fra la gente, perché “aiutando lui, aiutiamo noi”,come diceva Etty Hillesum nell’apocalisse nazista che aveva travolto l’Europa. […]Ha scritto don Tonino Bello, un’esistenza passata a saldare Terra e Cielo: “Sono convinto che il senso della morte, come quello della vita, dell’amicizia, della giustizia, e quello supremo di Dio, non si trovi in fondo ai nostri ragionamenti, ma sempre in fondo al nostro impegno”» (pp. 125-6).

Quelle qui sopra sono le ultime parole del libro. Visto che siamo tornati al fatto che don Ciotti (come l’altro «don») mi sembra un uomo più «d’azione» che «di parole» e per questo mi piace, e per questo mi piace sentirlo parlare? Per chi non ha potuto farlo, il libro in questione è presso la Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis (copia autografata durante quella sera a Torino Spiritualità!)

 

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