Contro l’economia di guerra – Gianmarco Pisa

“La filosofia di questi contenuti è opposta a quella delle politiche neoliberiste e di austerity: per fare crescere la torta bisogna prima fare delle fette più eque per tutti. È ora che i mercati finanziari si facciano da parte. Il cambio di rotta consiste nell’uscire dalla crisi in un modo diverso da quello con cui ci si è entrati. Serve un modello di sviluppo diverso, in cui alcune merci, consumi, pratiche siano giustamente condannate alla decrescita [ad es. consumo di suolo, mobilità privata, produzioni tradizionali fortemente inquinanti] e altre siano invece destinate a crescere [ad es. produzioni sostenibili, investimenti in ricerca ed innovazione, produzioni centrate sui saperi sociali].
Per una economia diversa a tre pilastri: la sostenibilità sociale e ambientale; i diritti di cittadinanza, lavoro, welfare; la conoscenza come architrave di un sistema di istruzione e formazione capace di far crescere il Paese con innovazione e qualità”.
Le proposte ispirate ad una tale “filosofia” sono quelle contenute nel 14° Rapporto di “Sbilanciamoci” dedicato a “Come usare la spesa pubblica per i diritti, l’ambiente, la pace”, recentemente presentato (27 Novembre) a Roma, presso la Fondazione Basso. Non una pura e semplice “lista della spesa” né tantomeno un impraticabile “libro dei sogni”, ma, per l’esattezza, 186 pagine fitte, ricche di dati, tabelle raffronti, contenenti a loro volta 94 proposte specifiche, organizzate all’interno di tre grandi capitoli (welfare, immigrazione e “pace e diritti”, particolarmente significativo, quest’ultimo, come tema generale e collante strategico, quasi una “pre-condizione” per tutte le altre politiche), la cui sintesi può essere compendiata così: esiste una modalità alternativa di definire il profilo della finanza pubblica e della direzione economica del Paese. Se la priorità (e quindi l’indirizzo politico e strategico) viene assegnata alla fuori-uscita dalla crisi salvaguardando diritti, libertà e democrazia (formale e sostanziale), alla tutela delle fasce più esposte e meno protette della popolazione, alla centralità dei diritti civili e sociali, allora diventa possibile e fattibile ri-orientare la spesa pubblica e ripristinare spazi e funzionalità dello stato sociale.
Nel dettaglio, i tre capitoli rappresentano una vera e propria “griglia” per un altro programma economico possibile o, se si vuole, per una contro-Finanziaria dalla quale emergono sollecitazioni interessanti e incalzanti. Ad esempio, il capitolo del lavoro: stabilizzazione dei lavoratori precari, anche attraverso incentivazione alle imprese nei meccanismi di stabilizzazione, introduzione del reddito minimo di cittadinanza (eventualmente declinato nella forma del reddito minimo di inserimento), tassazione aggiuntiva sul lavoro “interinale” e cumulabilità per co.co.co e co.co.pro tra assegno sociale e pensione contributiva. Non si tratta di misure a costo zero: solo la stabilizzazione dei precari impone una spesa che si stima in 5 miliardi di euro, due dei quali sotto forma di credito di imposta per le imprese che attivino la stabilizzazione dei lavoratori para-subordinati e a tempo determinato in lavoratori dipendenti e a tempo indeterminato. Il tema diventa, allora, anche quello dei tanto decantati “margini di manovra” per le politiche di re-distribuzione o, come pure si dice, per una leva neo-keynesiana nuovamente redistributiva: tanto vale, allora, smantellare il vero e proprio “luogo comune” di questi tempi, che i soldi non ci sono e le politiche del rigore sono le uniche ricette per superare la crisi (di sistema); gli investimenti sono possibili e il ri-orientamento delle produzioni e il rilancio dell’investimento sociale rappresentano ricette alternative, queste sì vincenti.
Si prenda il caso delle politiche, vere e proprie politiche-Paese, per l’inclusione sociale dei cittadini (e futuri cittadini) immigrati. La chiusura dei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) e lo storno dei fondi previsti per l’apertura dei nuovi CIE programmati nel 2013 libererebbero da soli almeno 230 milioni di euro, che potrebbero utilmente alimentare un vero e proprio Fondo Nazionale per l’Inclusione Sociale. Più una serie di altre proposte elencate nel rapporto: un sistema nazionale di protezione contro il razzismo (25 milioni); corsi pubblici gratuiti di insegnamento della lingua italiana (30 milioni); realizzazione di abitazioni per i Rom, per abbandonare i campi e incentivare l’inserimento scolastico/lavorativo (50 milioni); formazione per i docenti (54 milioni); borse di studio per (almeno) 15mila giovani di origine straniera per l’accesso all’università (almeno 15 milioni); potenziamento dei centri di aggregazione giovanile (20 milioni); più ancora 20 milioni in spazi inter-culturali e almeno altri 20 milioni in biblioteche poli-culturali. D’altro canto, le politiche di inclusione sociale sono insieme politiche di cittadinanza e politiche di pace: guardano al futuro del Paese e disegnano il profilo di un’Italia sempre più ricca nella sua articolazione etnica, sociale e culturale; prefigurano un orizzonte di pace attraverso l’inclusione e i diritti, civili e sociali.
Ecco perché, si diceva in apertura, il tema “pace e diritti” diventa il tema generale per il ri-orientamento della finanza pubblica: basti pensare all’esigenza di ridurre le spese militari, di cancellare la produzione dei 90 cacciabombardieri JSF e di azzerare i finanziamenti previsti per la produzione dei 4 sommergibili Fremm e delle 2 fregate Orizzonte. Solo da qui, il risparmio netto ammonterebbe a 800 milioni. Quasi quanti ne libererebbe (è proprio il caso di dirlo) un’altra misure esigente e necessaria, quella del ritiro dei contingenti italiani impegnati all’estero nelle c.d. missioni “non legittime”, vale a dire non esplicitamente approvate dalle Nazioni Unite, a partire ovviamente dall’Afghanistan, passando per i Balcani e smentendo infine le dichiarazioni (le minacce) partorite dall’ultimo Consiglio Supremo della Difesa (28 Novembre) tese a nuovi contributi ad interventi militari “qualora se ne evidenziasse la necessità”. Il che si tradurrebbe, concretamente, in almeno 500 milioni aggiuntivi al Fondo Cooperazione e Sviluppo; 20 milioni per dare vita, finalmente, al primo contingente italiano di Corpi Civili di Pace; 200 milioni aggiuntivi per il Servizio Civile Nazionale, ivi compreso il salvataggio, insieme con l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, del Comitato Consultivo per la Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta, e 7 milioni per la fondazione di un istituto per la pace con compiti di analisi, prevenzione e ricerca-azione sui conflitti. Insomma, non certo un programma rivoluzionario, ma un significativo “cambio di paradigma”, quello senza dubbio si.

Gianmarco Pisa: Istituto Italiano di Ricerca per la Pace – Rete Corpi Civili di Pace (IPRI – Rete CCP)

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