Uno dei grandi combattenti della sinistra israeliana vuole la pace. E la Knesset? – Robert Fisk

Il vecchio Uri Avnery ha 89 anni ma è ancora un combattente. In realtà il famoso scrittore è ancora uno dei grandi combattenti della sinistra israeliana, che ancora reclama la pace con i palestinesi, la pace con Hamas e uno stato palestinese entro i vecchi confine del 1967, chilometro più, chilometro meno. Egli crede ancora che Israele possa ottenere la pace domani o la settimana prossima. Se solo Netanyahu lo volesse. “La disgrazia di essere un ottimista incorreggibile” è come egli descrive la sua condizione difficile. O forse un illusionista?

E’ ancora lo stesso personaggio in cui mi sono imbattuto la prima volta trent’anni or sono, mentre giocava a scacchi con Arafat tra le rovine di Beirut. Ora con i capelli e la barba bianchi, a ruggire le sue parole – un pochettino sordo al giorno d’oggi – con la stessa rabbia e lo stesso senso dell’umorismo di sempre. Chiedo a Avnery che cosa stiano combinando Netanyahu e il suo governo. Cosa volevano ottenere con questa guerra contro Gaza? I suoi occhi scintillano e lui sputa fuori la sua risposta.

“Si presume di sapere cosa vogliono e si presume che vogliano la pace e, perciò, che la loro politica sia stupida e folle. Ma se si assume che non gliene freghi un tubo della pace ma vogliano uno stato ebraico dal Mediterraneo al fiume Giordano, allora quello che fanno è sensato, fino a un certo punto.  Il guaio è che quello che loro effettivamente vogliono sta portando in un vicolo cieco, perché abbiamo già adesso uno stato unico in tutta la Palestina storica; tre quarti di esso lo stato ebraico di Israele e un quarto la West Bank e la Striscia di Gaza occupate da Israele.”

Apartheid in Israele

Avnery si esprime con frasi perfette e la mia penna scorre sulla pagina fino a restare senza inchiostro e io devo rubarne una delle sue.

“Se annettono la West Bank come hanno annesso Gerusalemme Est,” dice, “non fa una grande differenza. Il problema è che in questo territorio, che è ora dominato da Israele, c’è circa un 49% di ebrei e un 51% di arabi, e la differenza si allargherà ogni anno perché la crescita naturale della parte araba è maggiore della crescita naturale della nostra parte. Dunque la domanda vera è: se questa politica prosegue, che genere di stato avremo? Com’è oggi, è uno stato di apartheid, un apartheid assoluto nei territori occupati e un apartheid crescente in Israele, e se ciò continuerà ci sarà un apartheid assoluto in tutto il paese, incontestabilmente.”

Il ragionamento di Avnery prosegue tetro. Se agli abitanti arabi saranno garantiti i diritti civili, ci sarà una maggioranza araba alla Knesset e la prima cosa che farà sarà di cambiare il nome di Israele e nominare lo stato ‘Palestina’, e l’intera attività degli ultimi 130 anni finirà in nulla.” La pulizia etnica di massa è impossibile nel ventunesimo secolo, egli afferma – o spera – ma la demografia è fuori discussione.

“C’è una censura interiore. Si presume che noi cancelliamo questo dalla nostra consapevolezza. Nessun partito politico parla del problema. La parola ‘pace’ non appare in nessun programma elettorale, eccettuato quello del piccolo partito Meretz, né dell’opposizione né della coalizione. La parola ‘pace’ è completamente scomparsa.

“E la sinistra israeliana? Si è più o meno ibernata, da quando la sinistra è stata fatta fuori da Ehud Barak nel 2000. E’ tornato da Camp David – come autonominato leader del ‘campo pacifista’ – e ci ha detto ‘non abbiamo alleati per la pace’. E’ stato un colpo mortale. Non è stato Netanyahu a dire questo, ma il leader del Partito Laburista. E’ stata la fine di ‘Peace Now’ [Pace adesso].”

Speranza

Poi ricompare l’ottimista, mentre le nuvole oscurano il mare al di là dell’appartamento al settimo piano di Avnery a Tel Aviv. “Quando incontrai Arafat nel 1982, le condizioni c’erano già tutte. Le condizioni minime e massime palestinesi sono le stesse: uno stato palestinese accanto a Israele, comprendente la West Bank, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est come capitale, con piccoli scambi di territori e una soluzione simbolica al problema dei profughi.  Ma è qualcosa che è sul tavolo come un fiore avvizzito. Ci guarda ogni giorno … abbiamo già rinunciato alla Striscia di Gaza – ma al fine di prendere possesso della West Bank – allo stesso modo in cui (Menachem) Begin rinunciò al Sinai al fine di prendersi tutta la Palestina.”

Avnery è convinto che Hamas accetterebbe la stessa cosa. Ha tenuto una conferenza a Gaza nel 1993 “in piedi là, di fronte a 500 sceicchi dalla barba nera, a parlar loro in ebraico; sono stato applaudito e invitato a pranzo.”

Da allora ha incontrato altri delegati di Hamas. Per loro la Palestina è un ‘waqf’ (fondazione pia,ndt), non può essere passata ad altri, ma una tregua può essere santificata da Dio. “Se offrissero una tregua di cinquant’anni, per me, personalmente, sarebbe sufficiente.” Certo, dice Avnery, il programma di Hamas vuole la distruzione di Israele. “Ma cancellare un programma è una cosa molto difficile; i russi hanno mai abbandonato il manifesto comunista? L’OLP ha abbandonato il proprio.”

E così si va avanti. I gruppi pacifisti, piccoli ma che lavorano duro – Gush Shalom, il progetto di Peace Now di monitoraggio degli insediamenti, i Combattenti per la Pace (ex soldati israeliani ed ex combattenti palestinesi) e genitori privati dei figli – si stanno preparando per le elezioni di gennaio. E’ interessante che, secondo Avnery, il rapporto Goldstone di condanna – ma molto condannato – a proposito della sanguinaria guerra di Gaza del 2008-2009  sia stato ciò che ha evitato un’invasione terrestre questa volta.

“Goldstone può essere molto soddisfatto; ha davvero salvato molte vite.” C’è più di un grappolo di liberali in Israele che spera che Uri Avnery viva per altri 89 anni.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/one-of-israels-great-leftist-warriors-wants-peace-with-hamas-and-gaza-but-does-the-knesset-by-robert-fisk

Originale: The Independent

– 28 novembre 2012, traduzione di Giuseppe Volpe

http://znetitaly.altervista.org/art/8778

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