Sinistra senza radici – Pietro Polito

I cinque sfidanti, “i magnifici cinque” che aspirano alla guida del Paese, riuniti secondo le regole dello show televisivo da Sky tg24 la sera del 12 novembre, ci hanno comunicato ciascuno il proprio modello ideale e politico: Bruno Tabacci: Alcide De Gasperi e Giovanni Marcora; Matteo Renzi: Mandela e Lina Ben Mhenni la famosa blogger tunisina; Laura Puppato: Nilde Iotti e Tina Anselmi; Pier Luigi Bersani: Giovanni XXIII; Nicola Vendola: Carlo Maria Martini.

La scelta di Renzi è in linea con il suo giovanilismo, quella di Tabacci con la lunga milizia democristiana, quella di Laura Puppato con il suo essere donna, quelle di Bersani e di Vendola, i due candidati più di sinistra, risultano a me sorprendenti.

Dello stesso avviso è Barbara Spinelli, Un pantheon senza bussola, “La Repubblica”, mercoledì 14 novembre 2012.

Le scelte degli aspiranti leader di “una sinistra progressista”, a suo avviso, rivelano una perdita di centro rispetto alla propria storia e una mancanza di prospettiva rispetto al futuro. Due ecclesiastici, un eroe della lotta anti-apartheid, un blogger, osserva Spinelli, “nella più sorprendente delle maniere” eclissano “gli uomini che della sinistra sono i veri padri fondatori, i veri aghi della bussola”.

Stupisce che mentre, poniamo, in Germania sia la sinistra sia i verdi si richiamano con orgoglio a Willy Brandt o a Kurt Schumacher, oppure in Francia i socialisti si sentono figli di Mitterand, rimanendo attaccati all’eredità di Léon Blum, Jean Jaurés e Jules Ferry, in Italia invece il segretario del partito democratico si dimentica o ritiene di non dover ricordare la figura di Enrico Berlinguer per, scrive ancora Spinelli, “imbarazzo e vergogna di sé”.

In una lettera al giornale La mia bussola, Nicola Vendola scrive che quella sollevata da Spinelli è una questione per me fondamentale”: la questione delle radici. Aggiunge di avere imparato da Pier Paolo Pasolini “la critica corrosiva e anticipatrice della società consumistica”, da Altiero Spinelli “l’idea fondativa di un’Europa come terreno di democrazia dei popoli”, da Alex Langer “la ricerca di una conversione di un intero modello di sviluppo sociale”, da Enrico Berlinguer “l’idea di sobrietà e moralità dell’agire politico”, dal magistero del cardinal Martini “qualcosa che può rendere più saldo il mio orientamento nel procedere dinanzi ai chiaroscuri del tempo presente”. Martini, prosegue Vendola, è un uomo della Chiesa, un maestro di spiritualità, che gli ha trasmesso “qualcosa di profondamente politico, perché riguarda il senso della vita e della morte, del diritto della persona dinanzi ad esse e del ruolo e dei confini delle istituzioni, della stessa pervasività della tecnica verso l’inalienabile diritto del singolo di decidere del proprio destino umano”. Il segretario di Sinistra e libertà dichiara di sentirsi “in pieno” parte (usa il verbo “appartenere”) della “grande famiglia politica europea” della sinistra. Ai nomi di “Calamandrei, Ernesto Rossi, Federico Caffè, Vittorio Foa, suggeriti da Spinelli, aggiunge quelli di Franco Basaglia, Lucio Lombardo Radice, Riccardo Lombardi, Pietro Ingrao, Ernesto Balducci. Questi nomi, e altri, non costituiscono “un mosaico indistinto”, ma “sono vite e storie, insegnamenti di un cammino contrastato e faticoso verso l’ansia di una emancipazione che parla al tempo presente”.

E tuttavia, qui non è in questione la bussola personale di Vendola, al quale va ascritto il merito di avere riportato a “sinistra” la parola “libertà”, ma la bussola della sinistra. Non può non colpire che ben quattro dei magnifici cinque indicano come “proprio monumento ideale” (Barbara Spinelli) una figura del mondo cattolico: uno statista democristiano, due ministri democristiani, un papa, un cardinale. Nessuno dei cinque colloca tra le proprie figure di riferimento maestri del pensiero laico. Lo stesso Vendola, che nella risposta a Barbara Spinelli si richiama alla tradizione della sinistra europea, trova la radice ultima del suo impegno in un padre della Chiesa, affermando di opporsi a “quel presente che oggi sentiamo così eternamente inconcluso e sospeso, ma che contiene in sé, come ci ammoniva Sant’Agostino, i tre tempi dell’umano. La politica a cui tendo – conclude –è per me quella che ha in sé nel presente la radice del passato e la speranza di cambiamento del futuro”.

In realtà le scelte dei “magnifici cinque” non riflettono solo l’itinerario personale di ciascuno, sul quale in sé individualmente preso non avrei personalmente nulla da osservare perché la storia di ogni persona è significativa nella sua unicità. Se il discorso, però, riguarda in generale la storia della sinistra italiana, occorre osservare che la nostra sinistra, in particolare quella di area comunista, ha avuto ed ha una storica sudditanza psicologica nei confronti della cultura cattolica. A partire dal voto favorevole sull’articolo 7 della Costituzione – “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi”, voluto da Palmiro Togliatti, fino al compromesso storico di Berlinguer, per giungere infine al mini-compromesso storico che sta a fondamento del partito democratico.

A mio avviso sta qui una delle ragioni chespiegano la storica diffidenza della sinistra verso la cultura laica e del Partito d’azione. Una sordità che ha impedito alla sinistra e impedisce oggi ai suoi eredi democratici di riconoscersi nella tradizione migliore del nostro socialismo. Giacomo Matteotti è forse il simbolo più alto di questa tradizione, che è proseguita con Carlo Rosselli, Rodolfo Morandi, Lelio Basso, Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti, Norberto Bobbio.

Di Bobbio si leggano le note sulla crisi della sinistra, composte tra il 1989 e il 1993 e da lui comprese in Verso la Seconda Repubblica, La Stampa, Torino, 1997. In un articolo intitolato La sinistra smarrita, primamente uscito sul giornale di Torino il 7 febbraio 1993, Bobbio scriveva che “mentre la destra ha rinvigorito la propria identità, la sinistra l’ha in parte smarrita”.

Come sta la sinistra dieci anni dopo? Non esito a rispondere: “Peggio”.

Dopo il crollo del comunismo, che è stato una sconfitta della sinistra, perdura il suo smarrimento sia rispetto a problemi che non hanno tradizionalmente fatto parte della sua storia: la diffusione delle armi nucleari, il progressivo inquinamento dell’ambiente, l’aumento vertiginoso della popolazione, la rivoluzione delle donne; sia rispetto a una nuova rilevanza della questione nazionale e della questione religiosa. Inoltre oggi si fa fatica a rimettere in primo piano la questione sociale assumendo l’eguaglianza come la propria stella polare.

Non so cosa scriverebbe oggi Bobbio.

Certo chi nonostante tutto continua a considerarsi di sinistra, chi nonostante tutto pensa che una sinistra ci voglia, è disorientato davanti a una sinistra senza identità, senza centro, senza memoria, senza radici, priva di una bussola per guardare al futuro.

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