Studi per la pace con mezzi pacifici – Johan Galtung

Gli studi per la pace sono importanti, tanto quanto quelli sulla salute.

Nasciamo inclini a rifiutare la sofferenza, sia essa dovuta a violenza o a malattia, e a cercare il benessere, lo si chiami pace, o salute. Ma non nasciamo con la conoscenza e la competenza, la teoria e la pratica.

Abbiamo trovato cause e condizioni per la salute nel contesto fisico-mentale-spirituale, come nell’attenzione focalizzata dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla salute come benessere fisico, mentale e sociale. Abbiamo respinto la nozione di malattia come castigo divino per il Male del malato ed esplorato i fattori patogeni – come i traumi (anche da violenza, da guerre), le malattie contagiose, da stress (cardio-vascolari, tumori maligni, disordini mentali), malattie croniche con cui imparare a convivere, ecc. Si è considerato necessario essere nettamente contro la malattia e a favore dello stato di salute – come aggiunta della volontà umana in quanto fattore sanogeno, foriero di sanità. Ma erano necessari studi sulla salute; conoscenza e pratica. Erano indispensabili teorie tanto quanto una buona pratica e viceversa.

Il risultato è stato impressionante: mortalità sconfitta da maggior longevità e morbilità sconfitta da vite più salubri. Ci sono state permesse vite più lunghe e sane, e agli innamorati una ben più durevole intimità. Quanto poi usiamo bene di tali doni è un’altra faccenda.

Così la salute, così la pace. Essere contro la violenza e la guerra e a favore della pace in innumerevoli risoluzioni e dimostrazioni è necessario, stabilendo la rotta. Ma le conoscenze e le competenze per superare i principali fattori belligeni, portatori di guerre, come i traumi subiti per violenza e irriconciliati e i conflitti irrisolti, sono tanto indispensabili quanto le conoscenze e competenze per costruire fattori paxogeni, latori di pace – come l’equità (la cooperazione a beneficio reciproco e uguale) e l’armonia (soffrire la sofferenza dell’Altro, godere del benessere dell’Altro). Invece s’invoca quel Male atavico, ritenuto posseduto da Satana: si vede l’Altro come minaccia alla propria sicurezza; e la pace come il contenimento o l’eliminazione del Male.

Le università intraprendono sempre più studi per la pace in quanto conoscenza, non altrettanto come competenze. E l’ambito è spesso al di fuori di discipline specifiche, per esempio come studi umanistici o giusto come studi per la Pace, equivalenti a studi sulle Donne (Women Studies) o sull’Ambiente, senza privilegiare alcuna particolare disciplina in quanto vettore del settore di ricerca. Come la “medicina” – strano nome per studi sulla salute– che è stata saggiamente estratta da uno specifico campo disciplinare per costituire una facoltà separata. Così avverrà per gli studi per la pace.

Sfortunatamente ci sono alcune contraddizioni incorporate fra la pace e le università per come si sono sviluppate. Sono sì vecchie, ma solo dall’alto Medio Evo e dalla prima era moderna in Occidente, emergendo insieme al sistema statuale (come i media). Lo stato oggi è meno rilevante, cedendo il passo sia alle comunità locali sia alle macroregioni, alle nazioni, alle civiltà e alle aziende multinazionali; la guerra fra stati retrocede rispetto alla violenza diretta che coinvolge nazioni e civiltà, e a importanti incrementi di violenza strutturale. Però le università sono ancora portatrici dei miti della nazione dominante, e quelle occidentali dei miti della civiltà occidentale, come l’universalità. Con le debite conseguenze.

[1] Le università di punta tenderanno a identificarsi con i propri stati accettando ciò che essi definiscono come pace. La libertà accademica di sondare ovunque il mondo in modo transnazionale in cerca di buone idee sui fattori di guerra e di pace, e di costruire pace in modo transnazionale cede facilmente il passo all’essere un buon funzionario pubblico, che promuove i miti nazionali e gli interessi statali. Ne consegue un fondamentale errore intellettuale occidentale: confondere la somma di democrazie statali e con stato di diritto e diritti umani con una democrazia mondiale, un Parlamento ONU, referendum globali, ecc. In alternativa: una normativa mondiale ispirata non solo dal chiodo fisso occidentale sugli atti di commissione ma anche da quello di altre civiltà sugli atti di omissione; diritti umani globali ispirati non solo dall’accento occidentale sull’individuo ma anche dai diritti collettivi delle tante culture-del-noi presenti nel mondo, e con uguale rispetto per le vite umane indipendentemente dai confini, senza sopprimerle con violenza diretta e strutturale.

[2] Le università sono suddivise in facoltà e materie, vettori chiave di cosmogonie, profondamente interiorizzate dal trascorrere segmenti di vita importanti nello studio, nell’insegnamento, nella ricerca, nel promuverle. Le università aderiscono ai propri stati e nazioni come portatrici di pace, e gli accademici sono disciplinati dalle loro materie a stare rigorosamente sul proprio terreno negli studi per la pace anziché andare oltre sondandoli tutti per un approccio transdisciplinare agli studi per la pace in generale, e agli studi sui conflitti in particolare.

[3] La teoria e la prassi di pace si sono enormemente avvantaggiate dall’essere a translivello; occupandosi non solo della vita interiore o dei rapporti interpersonali, della vita sociale o intergruppo, infra- o inter-statale, da nazione a nazione (e anzi: a stato) e mondiale con rispetto per raggruppamenti regionali e per le varie civiltà; per non parlare della vita stessa, la fauna e la flora, la natura. Gli studi per la pace sono ormai tutto quanto sopra riportato, attenti alle analogie nel risolvere i conflitti e nel costruire la pace, imparando dalla guarigione di un matrimonio spezzato per guarire relazioni statali spezzate, e viceversa; concentrandosi più sulle relazioni, la struttura e la cultura e meno sui contendenti individuali. Ovviamente sono anche consapevoli delle differenze lungo l’asse micro-meso-macro-mega.

[4] Le università sono tuttora dominate dall’approccio weberiano, essere “avalutative” nel senso di non prendere posizione allorché attivano le conoscenze accumulate come competenze. Ai medici è permesso fare il salto dalla teoria alla pratica, e ritorno, prendendo posizione a favore della salute. Ovviamente vale lo stesso per coloro che studiano la pace, con un orientamento rivolto alla soluzione, considerato “non scientifico” e “arrogante”.  Beh, la salute serve alle élite, ma alcune élite non sono servite dalla pace.

[5] Le università sono tuttora dominate dal deduttivismo-atomismo cartesiano, che ha indubbiamente aumentato sia la conoscenza sia le competenze. Ma così fanno pure le epistemologie alternative, come la combinazione taoista di olismo e dialettica[i]. Esse non si escludono reciprocamente e il sia-sia è ben più che la somma. Come pure un sia-sia lungo le altre direttrici citate più sopra. Indispensabili, giacché la verità non conosce monopoli.

NOTA:

 [i]. 50 Years: 25 Intellectual Landscapes Explored [50 anni: 25 paesaggi intellettuali esplorati], Transcend University Press, 2008.

5 novembre 2012

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: Peace Studies by Peaceful Means

http://www.transcend.org/tms/2012/11/peace-studies-by-peaceful-means/

Una replica a “Studi per la pace con mezzi pacifici – Johan Galtung”

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