Lettera a Tolstoj – Pier Cesare Bori

Nella serata dedicata a “Tolstoj, profeta di nonviolenza”, a Roma, il 15 dicembre 2010, nel corso“La pace è in cammino: attualità di maestri, esperienze e metodi”, organizzato dal Cipax in collaborazione con altre associazioni, Pier Cesare Bori scrisse questa lettera a Lev Tolstoj.

Caro Lev Nikolaevic,

gli amici, nel titolo dell’incontro che abbiamo fatto per ricordarti, hanno voluto chiamarti profeta,  “profeta di nonviolenza”. Non credo che ti piaccia essere chiamato profeta, ma un poco lo sei stato. Hai visto molte cose.  Quando fu ucciso  Alessandro II, nel 1881, hai implorato il figlio di concedere la grazia ai terroristi attentatori. Le tue parole ancora commuovono chi ha cuore: “Maestà, imperatore, io che sono una nullità, uomo per nulla degno, fragile, malvagio…   Una parola solamente di perdono e di carità cristiana… può sopprimere quel male che consuma la Russia…” . La lettera forse non fu nemmeno aperta,  la sequenza di attentati e di condanne continuò, nel 1887 anche  Aleksandr  Uljanov fu impiccato per un attentato a Alessandro III, e questo fatto segnò per sempre il fratello,  Vladimir Ilic Uljanov, detto Lenin.

Hai visto con spavento il montare degli imperialismi e dei nazionalismi. Hai visto la fame e l’ignoranza delle moltitudini. Gridasti inascoltato – alla vigilia di quella guerra che si può dire durò sino al 1945 –  che il carro delle nazioni europee stava per ribaltare. Hai visto l’ossificazione la corruzione e l’asservimento delle religioni – perfino del buddhismo  – e la denunciasti. Hai visto la miseria della droga, della lotta fra i sessi e fra le generazioni, hai visto, hai parlato con forza … Non avesti il premio Nobel e la sua chiesa ti escluse.

Siccome la forza, anche profetica,  è pur sempre forza, molti oggi trovano più vicine e persuasive e gentili le tue parole come scrittore dei grandi romanzi e racconti. Sono belli,  ma molti dimenticano che hai dedicato molti libri a riflettere direttamente sul mondo, su Dio, sulla vita e sulla morte e non sanno che questi libri sono indispensabili per capirti anche come scrittore; per capire perché hai messo una certa scritta biblica all’inizio di Anna Karenina [1] o perché dici che Ivan Ilic vede alla fine una certa luce o perché la violenza sia per te il contrario del Regno di Dio.

Alcuni pensano che  nonviolenza sia una tecnica per risolvere i conflitti senza armi. Ma per te era una scelta metafisica: era nientedimeno che il passaggio dalla menzogna alla verità, dalla morte alla vita e quindi anche dalla guerra alla pace. Tu hai detto:  è  possibile arrivare già ora a una esistenza vera totale senza fine, se si risveglia in noi la consapevolezza che «la vita si manifesta sì nel tempo e nello spazio, ma questo è soltanto il suo manifestarsi» (Della vita, 1886).  Hai spiegato che a questa consapevolezza si giunge non con le parole, ma  attraverso una porta stretta: un atto di sottomissione al principio che la vita si trova solo perdendola. Il non rispondere all’offesa era per te  il principale di  questi gesti, cui se ne accompagnano tanti altri, gesti cui le grandi tradizioni spirituali ci invitano, insieme con una promessa di quella vera felicità che Gesù di Nazaret chiamava “beatitudine”.

In questo senso tu sei stato piuttosto che un profeta,  un maestro che “tramanda, non fabbrica” (Confucio, che tu amavi): volevi trasmettere il nucleo delle diverse esperienze spirituali dell’umanità, volevi invitare ciascuno a riconoscere questo nucleo nella propria tradizione (come hai fatto con Gandhi). In mille modi diversi questo nucleo può essere formulato. A te piaceva quello della lettera di Giovanni: come si fa a dire di amare Dio che non si vede, se non si ama il fratello, che si vede?

Negli ultimi dieci anni ti dedicasti a preparare libri di lettura che raccoglievano la tradizione sapienziale dei popoli. Tu stesso usavi il tuo Ciclo di lettura  e te lo facevi leggere da tua figlia negli ultimi giorni di malattia nella stazione di Astapovo. Leggeste il 5, forse il 6, e il 7 novembre  il tuo corpo morì. La pagina del 7 finiva, e finisce così: “Noi poniamo inutilmente la domanda, che cosa avviene dopo la morte? perché parlando del futuro, parliamo del tempo, ma morendo, usciamo dal tempo”.

Ed è questa la ragione per cui sappiamo, Lev Nikolaevic, che riceverai la lettera che ti abbiamo scritto, con tanto affetto.

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[1] «A me la vendetta, io farò ragione». Sono parole che Tolstoj trae dalla lettera di Paolo ai Romani 12,19: «Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio; poiché sta scritto: “A me la vendetta; io darò la retribuzione”». Paolo cita qui dalla Bibbia ebraica, secondo alcune versioni, l’esortazione a lasciare a Dio il fare giustizia: Deuteronomio 32, 35 e seguenti; Proverbi 20,22; 24, 17-18 [ndr]

Grazie a Enrico Peyretti per la segnalazione (ndr)

 

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