Come sta la Terra? (Marcondirondero…??)

(da un comunicato stampa del WWF, dopo la presentazione del libro «State of the World 2012», a cura di Gianfranco Bologna)

«La rivoluzione industriale ha dato vita ad un modello di crescita economica palesemente insostenibile», ha detto Michael Renner, Senior Researcher Worldwatch e codirettore di State of the World 2012, in Italia per presentare il volume «Il crescente stress imposto agli ecosistemi e una pressione insostenibile sulle risorse sono accompagnati da una maggiore incertezza economica, crescenti disuguaglianze e vulnerabilità sociale. È difficile evitare la conclusione che così come è impostata l’economia non funziona più: né per noi né per il pianeta».

Oggi la sfida è rendere più equo e più sostenibile un mondo in cui 828 milioni di persone vivono nelle baraccopoli, in cui 800 milioni di auto sono responsabili di oltre la metà del consumo globale di combustibili fossili liquidi e di un quarto delle emissioni di anidride carbonica (80% di inquinanti nocivi nei paesi in via di sviluppo), in cui la costruzione e la gestione degli edifici impiega il 25-40% di tutta l’energia prodotta, e rappresenta una quota analoga nelle emissioni globali di anidride carbonica, in cui quasi due miliardi di persone vengono nutrite dai prodotti di 500 milioni di piccole fattorie nei paesi in via di sviluppo, ma dove l’80% di chi soffre la fame vive proprio nelle aree rurali, in cui le specie si estinguono a un tasso di 1000 volte più alto rispetto al periodo pre-industriale, portando con sé qualità ambientale, materie prime e servizi ecosistemici che sono indispensabili alla nostra vita e alla nostra economia.

Se vuoi maggiori informazioni cerca in Rete: State of the World 2012.

Se vuoi fare qualcosa continua a leggere.

Le parti in neretto sono quelle che ci lasciano un po’ di margine di azione:

eliminare l’automobile. Sì, parto subito «forte», perché è meglio così – e poi, semmai, ridimensionare – che dire la solita frase «Usiamo meno l’auto», perché – si è visto, si vede continuamente – non siamo capaci. E c’è sempre un buon motivo – ognuno ne ha più d’uno – per usarla. Quindi è meglio pensare di farne proprio a meno e, se proprio dobbiamo, averla in condivisione (organizzata o spontanea). Quello sì che ci educa ad usarla di meno, perché è meno «facile» e «comodo». Chiediamoci: come fanno gli olandesi?

Rivedere il nostro rapporto con il riscaldamento. Oggi, 6 novembre, il termometro di casa mia (pieno centro della città di Torino) alle 11 segnava 20 gradi e 30! (e non ho ancora acceso il riscaldamento, perché ho la fortuna di avere una caldaia che gestisco come voglio). Perciò ho deciso di non accendere il riscaldamento nemmeno oggi; potrò forse decidere di farlo stasera, intorno alle 18, se il termometro segnerà 15 gradi (o, per essere buoni, 18 gradi). Ma in ogni caso, lo terrò acceso forse per un’ora e poi lascerò che si spenga, tanto per guardare un film posso stare sotto una coperta (che è pure molto piacevole) e dopo andrò a letto (e ormai lo sanno anche i sassi che è meglio dormire al freddo).

Come sempre, quando ragiono di «semplicità volontaria» mi figuro ogni singola casa, moltiplicata per tutte le case di un palazzo, moltiplicato per tutti i palazzi di una città, moltiplicata per tutte le città dell’Italia… e scopro che per me è solo un’ora di riscaldamento invece di otto (quando non sono di più! Perché dobbiamo tenere acceso il riscaldamento anche quando non siamo in casa?), ma se faccio le dovute moltiplicazioni forse raggiungo dei risultati che fanno davvero la differenza.

Infine c’è anche una ragione squisitamente egoistica per rivedere il nostro rapporto con il riscaldamento (e con il freddo. Ma quale freddo? Ormai non c’è più il freddo. È una realtà il riscaldamento globale, nel vero senso della parola!): se in casa fa meno caldo, quando usciremo lo sbalzo sarà minore e siccome è lo sbalzo quello che ci fa ammalare avremo meno probabilità di prendere il raffreddore. Il corpo, se gli diamo il tempo, si abitua ad ogni condizione (basta guardare i documentari per verificarlo: avete presenti quelle popolazioni che vivono a 4000 metri? Vedete per caso persone vestite in Gore-Tex o con le giacche a vento di piuma d’oca?), viceversa se lo abituiamo ad essere coperto come in montagna ma invece siamo in città si indebolirà e non saprà più mettere in atto le strategie che possiede per far fronte al freddo.

Infine, le due cose – rinunciare all’auto e rivedere il nostro rapporto con il riscaldamento – sono inter-connesse: se non usiamo l’auto e camminiamo o andiamo in bici avremo meno freddo, saremo un po’ più forti e ci ammaleremo di meno, così avremo meno bisogno di riscaldamento e di andare in auto, e potremo camminare e avremo meno freddo…

«Ma che freddo fa» cantava Nada negli anni Settanta, ecco chiediamocelo davvero: che freddo fa? Cioè che tipo di freddo fa? Che cosa mi serve davvero per difendermi da questo freddo? Devo davvero imbottirmi come un omino della Michelin per andare da casa in ufficio (e magari ci vado in auto)? Devo davvero stare in maglietta a maniche corte in casa? 

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