L’eredità dell’imperialismo infesta ancora ogni strada di Roma – Robert Fisk

E’ raro come un’iscrizione romana, di scarsa qualità come una riproduzione di poco valore, ma è autentico – “L’Unità, 17 agosto 1924? – e il titolo è carico di minaccia: “Il corpo di Giacomo Matteotti recuperato a Riano Flaminio.”

Matteotti era il capo del Partito Socialista italiano ed è stato assassinato da un uomo che ancora oggi consideriamo un pagliaccio: il buon vecchio fascista da mondo dello spettacolo Benito Mussolini, che ha  mandato in estasi perfino Winston Churchill pochi anni dopo. La morte di Matteotti è stato l’inizio cruciale del fascismo italiano, l’inizio della fine della libertà in Italia.

La mostra di vecchi opuscoli comunisti a Via Galvani è un posto buio. Questi sono gli ultimi tentativi di restare attaccati al vecchio mondo: fotografie di scioperi dei treni, scioperi degli autobus, scioperi dei taxi; e poi le foto sovresposte dello “Squadrismo”, la Camicie Nere, gli arresti, gli edifici incendiati.

Guardare questi vecchi documenti è un’esperienza agghiacciante. Noi Britannici dimentichiamo che personaggio orribile è stato “Musso” e provo uno shock, quando vado in giro in una Roma che conosco così bene da molti decenni, scoprire quanta parte della città è stata  una creazione di Mussolini. Quante volte sono stato negli pseudo-palazzi trasformati in alberghi in Via della Conciliazione senza rendermi conto che tutta la confusione così amata dai ragazzi e ragazze “della rete”  mentre puntano le loro macchine fotografiche su San Pietro, è stata l’eredità del fascismo, che Musso ha devastato  scie  di dimore medievali per costruire queste tracotanti false ville “rinascimentali”.

Ora ci piace tutto; la lunga ampia strada verso il confine con la città santa, per non parlare della grande prospettiva  di Via dei Fori Imperiali fino al Colosseo. I dittatori fanno cose di questo genere.  Costruire in grande. Costruire per intimidire, per opprimere, per spaventare le masse; guardate l’aeroporto di Tunisi-Cartagine nella versione di Ben Ali. Mussolini ha continuato a fare lo stesso in Tripolitania e in Cirenaica (la Libia attuale); che i “nativi”  delle colonie  vedano  i valori della civiltà europea.

Temo che mio padre avesse un debole per Musso, specialmente quando Benito ha  annientato  i comunisti  che egli ha odiato per 93 anni. Quando Tariq Ali (nato a Lahore 69 anni fa), ha cominciato a fare il demagogo in Gran Bretagna, Bill Fisk si infuriava: “Chi è  questo, comunque? Se qui non gli piace,  perché non rimandano questo maledetto cretino da dove è venuto?” E la settimana scorsa  proprio il Signor Tariq Ali – un mio eroe di lunga data, era lì a Roma tutto sorridente, mentre un certo Signor Roberto Fisk ripeteva le parole di suo padre a un pubblico di italiani di sinistra. E, naturalmente, entrambi abbiamo trovato difficile non essere d’accordo sul potere imperialistico dell’America e sui valori “di civiltà” che noi stiamo tentando di insegnare a coloro che vivono nel mondo arabo che sconvenientemente rifiutano di seguire la strada verso la democrazia che noi gli raccomandiamo.

La cosa davvero istruttiva, comunque, è stato girovagare sul Campidoglio fino ai Musei Capitolini, e infilarsi in un’altra mostra, questa volta dedicata alla “Età dell’Equilibrio”, nel secondo secolo, quando una serie di imperatori intelligenti hanno procurato, soltanto per breve tempo, potere, ricchezza e pace al mondo antico. Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio, sono tutti lì, rappresentati da una collezione di statue massicce. C’è Traiano con la faccia severa, e Adriano che assomiglia misteriosamente a Peter Ustinov. Adriano ritorna dalla guerra contro gli ebrei del 134 d.C., concedendo allegramente clemenza a un branco di civili  servili, lasciando dietro il deserto  in Palestina per gli Ebrei di queste terre venerande.

C’è un agghiacciante pannello che rappresenta Marco Aurelio che torna in trionfo a Roma, e la statua del suo orribile figlio Commodo tagliata completamente nella sua pietra originaria. Scommetto che i Romani hanno impiegato meno tempo a ultimare queste opere rispetto agli Egiziani,  che hanno   cancellato progressivamente  la parola Mubarak da ogni ospedale e cartello indicatore che c’è tra Alessandria e Assuan.

E’ chiaro che i capi dei mezzi di informazione di Roma sapevano il fatto loro,  anche se la pietra e  il marmo dovevano essere scolpiti per realizzare quello che alcuni secondi di Sky o di CNN  possono produrre.  Ottenete  una vittoria di grande effetto e il vostro imperatore romano appare in costume militare. Adriano che pronuncia le parole “missione compiuta”  e – per risarcire tutti quegli Iracheni ammanettati – una massiccia statua di un barbaro/terrorista della Dacia, con la faccia spaventata, con le mani legate dietro la schiena (con una corda, non con le manette di plastica). Come al solito, gli imperatori davano la cittadinanza romana a queste orde che conquistavano, L’imperatore Bush non ha mai concesso il passaporto statunitense alla gente dell’Iraq.

Antonino, che manteneva “buoni rapporti con il Senato” – Obama, per favore, prendi nota – ha migliorato le condizioni dei  suoi cittadini (sanità pubblica, suppongo), diminuito le tasse –  potrebbe essere Obama, o perfino il presidente Romney – e ha portato “sicurezza” all’impero. La maggior parte di questi personaggi erano figli adottivi degli imperatori; non c’erano dibattiti presidenziali.

C’è stato però soltanto un precedente romano che i nostri attuali padroni  imperiali non hanno seguito – e ringrazio Dio di questo.  Se nella Roma antica  eravate un imperatore/presidente, primo ministro che aveva davvero conseguito molte, molte vittorie, apparivate riprodotto nel marmo, completamente nudo.  Voi sapete a chi ho pensato soltanto per pochi terribili secondi – prima di fare un ghigno e di abbandonare il Colle del Campidoglio.

Da: Z Net – Lo  spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-legacy-of-imperialism-still-haunts-every-street-in-rome-by-robert-fisk Originale: Belfast Telegraph Traduzione di Maria Chiara Starace

23 ottobre 2012 http://znetitaly.altervista.org/art/8221

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