Globalizzazione e scienza – Marcello Cini

Ci ha lasciati un grande intellettuale e maestro dell’ambientalismo scientifico. Marcello Cini era un uomo a tutto tondo, capace di passioni sia civili sia intellettuali: lo studioso appassionato di meccanica quantistica ed epistemologia ma anche il testimone delle atrocità della guerra in Vietnam per conto del Tribunale Russel.  Fisico, studioso di storia e filosofia della scienza, lo ricordiamo con un articolo pubblicato sulla rivista “Aprile” nel 2001

Voglio cominciare con una citazione di William Tucker, responsabile del trasferimento delle tecnologie presso il DNA plant tecnology di Aukland in California, che dice: “Il fatto che una cosa abbia natura biologica e si autoriproduca non basta a renderla diversa da un pezzo di macchina costruita con dadi, bulloni e viti”. Secondo me basta partire da questa affermazione, che è una affermazione molto autorevole – non solo perché l’ha detta questo signore – ma anche perché esprime la cultura di una certa classe dominante e cioè la cultura della frontiera più avanzata della scienza per capire qual’é il futuro che i giovani devono affrontare.

Il nuovo secolo si apre sotto il segno della trasformazione in merce del mondo della vita e del mondo del pensiero, del mondo delle idee e dell’informazione. Il bit è diventato l’unità di merce oltre che di informazione perché lo compriamo ogni giorno ogni volta che entriamo in internet, e la vita e il pensiero si riducono sempre di più a bit. Questo è il nodo del futuro che questa civiltà prepara per i giovani, e questo è il nodo che deve affrontare una cultura che intenda invece salvare la differenza fra un pezzo di macchina, costruita con dadi bulloni e viti, e la ricchezza di un mondo fatto di organismi viventi, di bellezza, di idee, di tradizioni, di cultura, di varietà, di diversità.

C’è dunque una contraddizione tra la crescita del sapere, del potere dell’uomo, delle capacità di modificare oltre al mondo intorno a sé anche sé stesso, la sua natura biologica e la sua natura intellettuale, e questo meccanismo che invece regola tutto, le scelte in qualsiasi campo, sulla base di un unico parametro che è la merce e quindi il suo valore cioè il denaro. Da un lato si cominciano infatti a modificare le caratteristiche più profonde delle specie viventi e il modo come il nostro cervello funziona. Dall’altro tutto tende ad essere ridotto ad una sola dimensione, all’unica dimensione della valorizzazione del capitale, del profitto, della sua traduzione in denaro.L’enorme contraddizione in cui ci troviamo è che il mondo della vita e quello della cultura e della civiltà umana, – che si autoregolavano fino ad ora attraverso meccanismi complicati, complessi, caratterizzati da una enorme varietà di differenze, di stimoli, di nicchie, di forme di sviluppo – tendono ad essere regolati da un’unica regola, da un’unica legge. E’ dunque necessaria una profonda svolta nei meccanismi di selezione degli obiettivi e delle priorità delle nostre capacità di trasformazione del mondo.

Questo è l’enorme compito cui si troveranno di fronte i nostri figli e i nostri nipoti. Credo che la coscienza della necessità di questa svolta sia una delle prime cose che la scuola deve trasmettere, anche perché i media non aiutano a capirne la natura che viene mistificata da una visione lineare del progresso e di uno sviluppo scientifico e tecnologico destinato inevitabilmente a condurre verso un mondo sempre migliore e più ricco.

Questa sfida posta all’uomo dalla sua capacità di intervenire sui problemi della vita e della mente, si traduce, dal punto di vista della formazione della cultura e dunque degli strumenti che la scuola deve fornire per cercare di affrontare la svolta di cui ho parlato, in una forte accentuazione del peso del pensiero evoluzionista. Il salto fra il patrimonio delle scienze, della tecnologia, della conoscenza della natura accumulato dall’uomo fino alla fine del 900 e le conoscenze, i saperi che sta acquisendo varcando questa grande muraglia delle scienze della vita e della mente, consiste nel passaggio da una visione del mondo fondata sulla conoscenza delle grandi leggi della natura e della materia inanimata, (una visione macchinista del mondo), a una visione evoluzionista, fondata cioè sulla caratteristica principale del mondo della vita, che è quella del cambiamento attraverso processi evolutivi. Il mondo della materia inerte è regolato dalle grandi leggi della natura che vengono utilizzate nella vita di tutti i giorni. Tutti gli oggetti dell’ambiente artificiale in cui viviamo sono costruiti sulla base della conoscenza delle leggi che regolano le proprietà della materia inerte. Si comincia invece oggi a vivere in un mondo artificiale che comincia ad usare le “leggi” della vita e del pensiero. Queste “leggi” sono molto diverse, riflettono le modalità dell’evoluzione: non sono leggi prescrittive come la legge di Newton o quelle di Maxwell, ma sono processi che hanno regolato l’evoluzione della vita e della cultura umana.

Questi processi sono il frutto di un’alternanza di necessità e di aleatorietà, di una compresenza di vincoli e di mutamenti contingenti. I vincoli sono costituiti dadivieti o da prescrizioni che selezionano i processi evolutivi compatibili, oltre che con le grandi leggi della termodinamica (conservazione dell’energia, della materia e crescita dell’entropia) anche con l’ambiente e con la storia. All’interno dei vincoli ogni mutamento che non è vietato può accadere.

Questa visione evolutiva è importante Noi siamo infatti abituati all’idea, dominante da due secoli nella civiltà dei paesi industrializzati, che il mondo sia un insieme di macchine progettate in ogni dettaglio per fare qualche cosa, che si possa progettare tutto, che si possa quindi raggiungere un determinato obbiettivo isolandolo dal contesto. Questa visione del mondo cade. Non è più in grado di dominare un mondo che si fonda sui processi vitali, nei quali l’imprevisto è costitutivo della capacità di far nascere il nuovo. Il nuovo nasce nella vita e nel pensiero, non nel mondo delle macchine. E’ questa la grande sfida, il mutamento culturale e profondo che il pensiero evolutivo deve dare a tutto il sapere che la scuola ci deve trasmettere, a tutti i saperi che dobbiamo avere per affrontare il futuro.

Esso si basa su tre punti fondamentali:

(1) Un avvicinamento nella scuola fra la cultura scientifica e la cultura storica. Una cultura fondata sul pensiero evoluzionista fornisce la base di questo avvicinamento, perché sia i processi storici della civiltà umana che quelli evolutivi della vita e del pensiero hanno questa componente di casualità che costituisce la base per la nascita del nuovo, hanno questa alternanza di necessità e di aleatorietà che fa evolvere la realtà. Questo significa che conoscenza scientifica e conoscenza storica non sono più due forme fondamentalmente diverse di spiegazione del mondo fra loro incompatibili.

(2) Un’attenuazione del muro che separava il sapere scientifico dai valori. Oggi, infatti, questa separazione, codificata nel dogma della avalutatività della conoscenza scientifica che ancora sta alla base della deontologia professionale degli scienziati, comincia a essere rimessa in discussione. Hans Jonas ce ne spiega chiaramente il perché: “Con quello che facciamo qui, ora, e per lo più con lo sguardo rivolto a noi stessi, – leggiamo nel suo ultimo libro dedicato al tema Tecnica, medicina ed etica – influenziamo in modo massiccio la vita di milioni di uomini di altri luoghi e ancora a venire, che nella questione non hanno avuto alcuna voce in capitolo… Il punto saliente è costituito dal fatto che l’irrompere di dimensioni lontane, future, globali nelle nostre decisioni quotidiane, pratico-terrene, costituisce un novum etico, di cui la tecnica ci ha fatto carico; e la categoria etica che viene chiamata principalmente in causa da questo nuovo dato di fatto si chiama: responsabilità.”

(3)  Una socializzazione del sapere scientifico di vasta portata. La ragione principale infatti che rende la cultura scientifica così ostica alla stragrande maggioranza delle persone non sta tanto nell’astrattezza dei suoi concetti o nel rigore formale delle sue deduzioni, quanto nella sua estraneità rispetto alle cose ritenute importanti nella vita di ognuno. E’ dunque l’immagine tradizionale di una scienza che ha per scopo di ridurre la complessità della vita, e in particolare della mente e dell’animo umano, a interazioni elementari fra atomi o molecole, che respinge istintivamente la maggior parte delle persone. Tutto questo può essere superato se le due barriere tra scienza e storia e tra scienza e valori vengono messe in discussione.

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