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Nave svedese di aiuti per Gaza raccoglie passeggeri in Italia – Stefan Jonsson

ottobre 18, 2012 Versione stampabile

All’esterno della stazione ferroviaria di La Spezia, nella regione italiana della Liguria, c’è un vecchio albero di platano. I rami non sono abbastanza forti da sorreggere il loro stesso peso ma sono sorretti da travi d’acciaio fissati alle fondamenta di cemento. Dall’albero della vita vicino alla stazione mi avvio per strade tortuose verso una cittadina che sembra sia imbiancata di fresco e pervasa di senso civico. Lenzuola e indumenti ondeggiano da fili per il bucato tesi attraverso i cortili e i vicoli.

Le strade conducono al porto dove l’acqua scintilla al sole di ottobre. Ci sono gruppi di persone che godono una piacevole passeggiata domenicale sul molo centrale mentre si dirigono alla goletta Estelle. E’ ancorata a La Spezia per qualche giorno lungo il suo tragitto da Umea a Gaza.

Tre banchetti sono stati preparati presso la passerella. Uno vende prodotti di commercio equo e solidale, artistici e artigianali,  provenienti dal Marocco. Un altro vende sandali prodotti nella West Bank. Un terzo offre informazioni su un progetto congiunto nell’ambito del quale La Spezia sta contribuendo a costruire una scuola a Jenin.

Volontari dimostrano il loro sostegno, raccolgono fondi e lavorano a formare opinioni concentrandosi sulle difficoltà dei poveri e degli oppressi. Questa è da decenni una caratteristica della vita quotidiana europea.

Una delle caratteristiche più convincenti, aggiungerei. A volte l’impegno delle persone per una causa è motivato da sentimenti di colpa: a proposito dell’Olocausto, del colonialismo o del razzismo o del fatto che l’Europa e il mondo occidentali approfittano in misura irragionevole delle disuguaglianze globali. Nei giorni in cui la Estelle è ancorata al molo, organizzazioni di volontari esibiscono a La Spezia una prova di forza al motto di “La Spezia resta umana” [in italiano nel testo – n.d.t.].

“E’ importante aiutare i palestinesi a commerciare”, dice il venditore di sandali. La giovane che dà informazioni sulla scuola di Jenin suggerisce che gli scambi sono una prosecuzione logica della storia di La Spezia: dalla resistenza antifascista a Mussolini alla lotta per la giustizia globale.

Nel corso di un dibattito la sera stessa, Patrizia Saccone, responsabile del programma cittadino di sostegno e scambi internazionali, dice che la “collaborazione” [in italiano nel testo – n.d.t.] è qualcosa di facile da capire: la società è migliorata da quelli che si aiutano reciprocamente.

La ricerca in economia sta attualmente riscoprendo questa verità, che in realtà è evidente ma è stata dimenticata a lungo. Dal punto di vista dell’economia l’altruismo ha più senso dell’individualismo.

Questo significa che la responsabilità etica verso gli “altri” sta trovando una base solida nella scienza economica. Non che l’etica abbia bisogno di un simile fondamento. Ma, naturalmente, è utile che all’industria e alle istituzioni politiche siano prodotte prove scientifiche del fatto che, nel lungo termine, è più proficuo collaborare con gli altri che massimizzare i propri profitti. Sin troppo a lungo gli stati-nazione e le imprese sono rimasti privi di una bussola etica. Molte grandi imprese, come la Lundin Oil, hanno assunto decisioni d’investimento che hanno condannato la gente a morire o a vivere in miseria, mentre i politici dicevano spesso che la crescita economica richiede sacrifici o vittime. Questo è il messaggio attuale della UE ai popoli di Grecia, Italia, Spagna e Portogallo.

Alla fine degli anni ’90 i sociologi hanno cominciato a parlare di “stati capovolti”. Anche se gli stati ufficialmente erano democrazie, il potere e l’autorità dello stato avevano gradualmente cessato di rappresentare gli interessi del popolo ed erano stati usati invece per piegare i loro stessi cittadini alle esigenze del potere economico.

Secondo gli studiosi di scienze sociali, questa è una delle spiegazioni della perdita di fiducia nei partiti e nelle istituzioni politiche tradizionali e dei tentativi di inventare nuovi metodi politici di operare. Una delle conseguenze di ciò sono i partiti politici di destra degli scontenti, il crescente movimento globale della solidarietà è un altro e le campagne politiche virtuali su Internet un terzo.  Dappertutto vediamo cittadini – la società civile – che si scuotono.

I movimenti solidali odierni sono caratterizzati dall’assenza di confini. Anche se l’obiettivo è nazionale – ad esempio destituire un dittatore e creare la democrazia, come nella Primavera Araba – esso presuppone un’estesa mobilitazione globale. Un’altra loro peculiarità caratteristica è che utilizzano i meccanismi politici esistenti non per promuovere decisioni politiche, ma nel senso che avere alle spalle questo o quel politico dà loro un profilo mediatico ricercato. Una terza caratteristica è l’assenza di potere nei movimenti. Non hanno istituzioni o infrastrutture, basandosi invece sulla raccolta di fondi e sono facilmente schiacciati se lo stato o il capitale adottano la linea dura.

Che ciò accada così di rado e che accada soltanto quando la situazione diventa urgente o rivoluzionaria è dovuto a sua volta a una quarta caratteristica dei nuovi movimenti: essi si mobilitano su un singolo principio o idea universale che è difficile mettere in discussione. Gli stati-nazione e i politici in teoria si schierano con essi, ma nella pratica li ignorano. La politica climatica è l’esempio migliore. Un’idea semplice – la sopravvivenza del pianeta e dell’umanità – richiede norme e regolamenti che i politici sono incapaci di realizzare perché sono legati a interessi più a breve termine.

Il che, ovviamente, fa crescere ancor di più lo scontento popolare. E quanto un numero sufficiente di scontenti si organizza e prende la politica nelle proprie mani, emergono movimenti popolari che lottano per rinnovare la democrazia dal basso e su scala globale. Siamo ora, nel 2012, nel mezzo di tale processo, all’inizio di un decennio che secondo molte previsioni sarà contrassegnato da rivolte e nuove iniziative politiche popolari.

A La Spezia mi unisco alla Nave Svedese per Gaza, uno di questi movimenti che afferma un paio di principi semplici – tutti gli uomini hanno pari valore e il diritto al commercio e alla libertà di movimento – e mette a nudo i discorsi ambigui dei politici e degli stati-nazione. Quello che l’organizzazione vuole attuare è, dopotutto, quello che quasi tutti i politici e gli stati-nazione hanno già deciso: il blocco israeliano costituisce una violazione della legge internazionale e dei diritti umani e provoca sofferenze inutili a un milione e mezzo di persone. Tutte le parti coinvolte trarrebbero vantaggio dalla rimozione del blocco.

Ma la questione non verte solo sui principi: riguarda anche le politiche di potere e la strategia militare. Un movimento di volontari può sconfiggere una delle più forti potenze militari del mondo? La cosa più difficile con cui devono confrontarsi i passeggeri della Estelle non è l’idea o l’obiettivo; è la sensazione corrosiva d’impotenza. Israele probabilmente bloccherà la nave e manterrà il blocco, e il mondo continuerà a guardare da un’altra parte, facendo finta che non stia succedendo niente, mentre la Palestina deperisce? Alla Nave per Gaza sono stati attribuiti molti nomi: da salvatori del mondo e turisti della politica a terroristi e marionette dell’Iran. Ciarpame e cretinate. L’organizzazione dovrebbe piuttosto essere considerata un esempio della globalizzazione dell’azione politica. Ma i segni di qualche nuovo schema vanno trovati nel movimento della società civile e nei movimenti politici attraverso i confini nazionali.

Tutto indica che i diritti umani e la giustizia saranno al centro dell’attenzione della politica globale che sta nascendo. Non è probabile che sarà mossa da ideologie o da interessi nazionali o regionali, bensì, più probabilmente, da tentativi diversi di incorporare una realtà di ideali etici universali. Poiché gli ideali sono semplici ed evidenti, è facile raccogliere fondi per essi. Il risultato è il “movimento dei movimenti” che certi politologi hanno identifica come il soggetto democratico del mondo globalizzato: il potere popolare su scala planetaria.

Un’iniziativa etica a difesa dei diritti umani ha significato indipendentemente dalla sua probabilità di successo. Se la Estelle non riuscirà a infrangere il blocco israeliano, la nave reggerà comunque uno specchio in faccia ai padroni dell’ordine mondiale e mostrerà che violano i diritti e i principi che essi stessi hanno sottoscritto. E l’anno prossimo ci sarà un’altra nave.

Il primo giovedì di ottobre arriviamo alla città di Napoli, all’ombra del sonnecchiante vulcano Vesuvio. Nel frattempo si stanno intensificando gli sforzi israeliani per bloccare la Estelle. La Nave per Gaza è l’incubo dei governi e degli stati nazione: migliaia di cittadini d’Europa e del Medio Oriente che prendono i problemi nelle proprie mani, creando un’unità e ricordando le loro mancanze a quelli al potere.  L’etica ha con il potere lo stesso rapporto che ha l’acqua che gocciola su una pietra. La pietra si consuma e si disintegra; l’acqua defluisce e rifluisce, come la vita stessa. Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/swedish-aid-ship-to-gaza-picks-up-passengers-in-italy-by-stefan-jonsson Originale: Warisacrime.org traduzione di Giuseppe Volpe

14 ottobre 2012 http://znetitaly.altervista.org/art/8113



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