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La crisi e gli amici della nonviolenza – Pietro Polito

ottobre 4, 2012 Versione stampabile

Ciò che Aldo Capitini, Günther Anders, Norberto Bobbio hanno scritto per la pace, vale anche per la crisi che stiamo vivendo: è un fenomeno globale troppo importante per essere lasciato nelle mani dei governanti e o degli specialisti: esperti, tecnici, economisti.

Per capirci qualcosa, non giova molto andare dietro alle dichiarazioni dei politici, men che meno leggere i programmi dei partiti, lo stesso dibattito tra gli economisti si rivela per molti versi superficiale e oscuro, non parliamo poi delle paginate che i giornali dedicano alla crisi. Un appello di economisti pubblicato nella seconda metà di luglio su “il manifesto” parla esplicitamente di “furto di informazione”.

Come insegnano Capitini, Anders, Bobbio, per la pace, anche per la crisi dobbiamo cercare di capire con la nostra testa, dare il nostro contributo attraverso il lavoro di ciascuno di noi, il nostro compito pubblico o privato, il nostro impegno di amici della nonviolenza.

In particolare, il discorso dell’alternativa deve svelare “l’operazione di mascheramento della realtà” (Alfonso Gianni), che mette in primo piano la natura finanziaria della crisi, facendo al contrario emergere con forza che essa non è solo finanziaria ma poggia su una base materiale e sociale, culturale, esistenziale, valoriale. Sulla sostanziale impunità di cui gode la finanza vedi il bell’articolo di Vincenzo Comito, La finanza irriformabile, “il manifesto”, venerdì 17 agosto 2012.

La cosiddetta sinistra alternativa evoca un pensiero alternativo che reagisca al liberismo, concetto questo, tuttavia, che non andrebbe acriticamente ripetuto, anzi sarebbe da declinare almeno storicamente nelle diverse scuole di liberalismo da Adam Smith a Piero Gobetti (all’inizio del Novecento tutta la sinistra italiana – Gramsci, Salvemini, Gobetti – è liberista e antiprotezionista).

Ma torniamo a oggi.

La nuova frontiera teorica sembra essere un ritorno a Marx (bene), ripensato e contaminato con Keynes. È sufficiente? Se la sfida della crisi richiede un cambio di paradigma, basta tornare indietro a Keynes e a Marx?

La critica socialista, nata, cresciuta, sviluppata all’interno del capitalismo e del neocapitalismo, non riesce a sollevarsi oltre quell’orizzonte, ne rimane soggiogata, anche nelle sue forme più radicali – è un’intuizione che ho trovato in Gobetti – la critica operaia finisce con alimentare e rinnovare il mito permanente di una borghesia creatrice. Il più alto elogio della creatività della borghesia si deve a Karl Marx.

Fuori dalla dinamica capitale – lavoro, che è stato il motore della storia moderna e contemporanea dell’Occidente e ha potentemente segnato e condizionato la storia nel resto del mondo, si pone la critica nonviolenta che al modello egoistico acquisitivo incentrato sul denaro come segno del successo personale e del progresso di un paese oppone un modello altruistico, un’altra idea di economia e di sviluppo per cui fare il denaro non è l’unico scopo, un modello che può scaturire solo da una “rivoluzione mentale” (Muhammed Yunus, Un mondo senza povertà, Feltrinelli, Milano 2010).

Altri entreranno nel merito della critica economica nonviolenta.

Personalmente mi soffermo sul cambio di paradigma suggerito dalla nonviolenza e sul piano politico e sul piano economico che poggia su una premessa morale (per i laici), religiosa (per i credenti). Ne ho trovato di recente una formulazione chiara in un articolo dedicato a don Zeno Saltini. L’inventore di Nomadelfia, una grande esperienza di nonviolenza applicata, riferendosi all’interesse che le sue iniziative di cattolico inquieto suscitavano tra i comunisti eterodossi, amava dire: “Si vede che ho qualcosa da dire a tutti e tutti hanno qualcosa da dire a me”.

La nonviolenza ha qualcosa da dire a tutti e tutti hanno qualcosa da dire alla nonviolenza. Uno dei libri filosofici di Capitini, uno dei più difficili, eppure uno di quelli che non si può trascurare, s’intitola La realtà di tutti, la realtà di tutti che non si ristringe al contesto di una sola classe, una sola religione, una sola morale, una sola nazione, un solo stato. (Questo libro è consigliato da Goffredo Fofi ai neofiti entusiasti di Capitini per capire se non si tratti di un fuoco di paglia).

La novità nonviolenta sta nel porsi non più dal punto di vista dell’io o del noi ma dal punto di vista del tu e di loro, e la rivoluzione non si arresta qui. La nonviolenza non si limita ad assumere nemmeno solo il punto di vista del 99%, si pone dal punto di vista di tutti.

 



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