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Contro la pena di morte – Maria Grazia Guaschino

ottobre 4, 2012 Versione stampabile

Dale S. Recinella, di origini italiane, dopo un’esperienza pluri-ventennale in qualità di avvocato specializzato nelle transazioni finanziarie, nel 1998 iniziò a dedicarsi ai condannati a morte, assistendoli spiritualmente come cappellano laico cattolico nelle prigioni della Florida (il secondo braccio della morte degli Stati Uniti). Dale si reca quasi quotidianamente nei due enormi complessi carcerari che ospitano i circa 400 uomini condannati alla pena capitale e, passando di cella in cella, fa visita a loro e ai circa 2000 uomini condannati all’isolamento detentivo a lungo termine. Dale e sua moglie, la Dott.ssa Susan Recinella, svolgono attività in collaborazione reciproca durante le esecuzioni, in quanto Dale assiste spiritualmente il condannato e Susan dedica assistenza psicologica e spirituale ai suoi familiari e amici. Essi prestano assistenza spirituale anche ai familiari e agli amici delle vittime dei crimini.

Dale scrive articoli per i giornali The Tallahassee Democrat e The Florida Catholic, è ospite frequente delle trasmissioni in mondo-audio di Radio Vaticana, tiene spesso conferenze in America e in Europa ed è autore dei libri “The Biblical Truth about America’s Death Penalty” (Boston: Northeastern University Press, 2004) e “Now I walk on Death Row” (tradotto in italiano con il titolo “Nel braccio della morte”, Edizioni San Paolo, 2012) nonché di numerosi articoli per giornali e riviste. Dale e Susan hanno cinque figli e vivono in Florida.

Le conferenze di Dale e Susan Recinella

Dale comincia le sue conferenze cercando di mettere il pubblico a suo agio, specie quando si tratta di giovanissimi: parla di Topolino (in Florida c’è il famoso parco Disney), delle belle spiagge, fa qualche battuta divertente. Questo però non ci deve trarre in inganno: poco dopo i discorsi si fanno seri.

Entrando in argomento, Dale di solito spiega agli ascoltatori come mai lui, di origine italiana, non parli la nostra lingua. Racconta del caso atroce degli immigrati italiani Sacco e Vanzetti ‘giustiziati’ sulla sedia elettrica alla fine degli anni Venti, e di come, per tenere i figli fuori dai guai, i suoi genitori avessero proibito a lui e ai suoi fratelli di imparare a parlare in italiano e di apparire così degli immigrati: “La pena di morte ha conseguenze negative remote e impensabili ed è ingiusta, irrimediabile, ricade solo sui poveri, sugli emarginati e spesso sugli innocenti”.

Dale descrive la vita nel braccio della morta della Florida: temperature altissime d’estate e quasi sotto zero d’inverno, dentro gabbie di due metri per tre: “Quale può essere lo standard di attenzione da parte di uno stato nei riguardi di uomini che tiene rinchiusi in gabbie in attesa di ammazzarli?”

Parla del trauma inatteso che subì quando gli fu chiesto per la prima volta di assistere un condannato nelle settimane che precedono la sua esecuzione. A questo punto precisa che né l’Amministrazione carceraria né altri, fino ad allora, avevano mai pensato di occuparsi dei familiari che arrivano da lontano a salutare il condannato per l’ultima volta. Sua moglie Susan si offrì volontaria per assistere i familiari dell’uomo che viene ucciso, prima e durante la sua esecuzione. Anche le parole di Susan sono ricche di sentimento e a volte spezzate dalla commozione. Susan parla della prima famiglia da lei assistita, raccontando come i numerosi parenti si fossero riuniti nella piccola chiesa cattolica durante l’esecuzione e di come le campane della chiesa protestante, dall’altro lato della strada, avessero drammaticamente scandito l’esatto momento della morte dell’amato figlio e fratello. Parla poi di un’anziana signora afro-americana, così povera da non poter andare a dire addio al marito prima dell’esecuzione, e che disse a Susan: “Perché hanno dovuto ucciderlo? Perché non potevano lasciarlo vivere in carcere per il resto della sua vita? A parte mia madre, lui fu l’unica persona al mondo che mi abbia mai trattato bene”.

Susan descrive anche la drammatica esperienza trascorsa con le tre giovani figlie di Arthur Rutherford, che subirono per due volte nel 2006 (la prima a gennaio, quando l’esecuzione del padre fu interrotta mentre era già legato al lettino con gli aghi in vena, la seconda e definitiva il 18 ottobre) il calvario dell’addio all’amatissimo papà. Tuttora palpitante nelle parole di Susan, la sua commossa testimonianza contagia inevitabilmente gli ascoltatori. “La pena di morte crea solo una nuova serie di vittime innocenti: i familiari dell’uomo giustiziato”, conclude.

Torna Dale, e parla del giorno di un’esecuzione: descrive la minuziosa perquisizione che tutti (lui incluso) devono subire quando si recano alla “casa della morte”, spiega che è per evitare che qualcuno introduca un mezzo per consentire il suicidio del condannato, privando così lo stato del “privilegio” di ucciderlo. “La pena di morte non riguarda la giustizia ma il potere dei burocrati di uccidere legalmente i propri cittadini”.

Dale parla poi dell’orrendo effetto che la pena di morte ha anche sulle giovani guardie che sono costrette, come parte del loro lavoro, ad uccidere un uomo: “Dio non ci ha resi capaci di uccidere un uomo alle sei di sera sul posto di lavoro, per poi andare a casa e dormire tranquillamente”.

Un ottimo ulteriore argomento di Dale riguarda i familiari delle vittime dei crimini e quelli dei condannati; a volte domanda a chi afferma di essere “comunque” favorevole alla pena di morte: “Saresti in favore alla pena di morte per tuo padre? Per tuo fratello? Per il tuo migliore amico? Perché le persone giustiziate sono sempre il padre, il fratello, il migliore amico di qualcuno”.

E’ meraviglioso conoscere una coppia come questa, sapere delle loro attività e ascoltare direttamente la loro esperienza. E’ per me un grande onore essergli amica, un privilegio l’opportunità di vivere in me – traducendo ogni volta dall’Inglese passo passo – la testimonianza che hanno voluto dare.



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