SABONA: dalla scuola d’infanzia alla geopolitica – Johan Galtung

Kongsvinger è una cittadina nella Norvegia orientale, vicina alla Svezia, con un gruppetto specializzato all’opera nelle scuole d’infanzia, elementari e anche più avanzate per trasferirvi competenze sociali e di gestione dei conflitti, a bimbi da un anno d’età sino a ragazzini di dodici. Recentemente hanno presentato le loro esperienze a un pubblico molto riconoscente di bambini, insegnanti e genitori.

Ecco che entra un orsacchiotto, ‘personaggio’ chiave. Il bambino 1 lo afferra e lo picchia. Il bambino 2 urla “È mio!” L’insegnante riferisce: “Ovviamente potrei rimproverare dicendo che non è ammesso picchiare. Ma non è abbastanza. Allora ho detto: ‘Non è né suo né tuo, ma dell’asilo. Volevi abbracciarlo? OK, ma niente botte. Avresti potuto chiedere”.

La prossima volta sarà quello il mezzo scelto per l’obiettivo “orsetto in braccio a me”.

Un altro bimbo aveva lasciato degli animaletti di pelouche carini sul ripiano del bagno. Poi è suonato il campanello. Tutti sono andati via, salvo quel bimbo, fermo accanto alla porta in un pianto dirotto. L’insegnante riferisce: “Ovviamente avrei potuto dire ‘i bambini grandi non piangono’ ma non era abbastanza. Allora ho solo chiesto ‘Di’ un po’, che succede?’ Risposta: “gli animali sono da soli, nessuno gli bada!”

Piccole storie per la gran parte delle persone; ma grosse per dei bambini. Di nuovo, di continuo, gli insegnanti li addestrano. Se i bambini fanno qualcosa di negativo, inaccettabile, irritante, gli si domanda: che cosa vuoi, a che cosa miri? Dopo di che si può obiettare sull’obiettivo, modificarlo, e suggerire un mezzo migliore. Abbracciare l’orsetto è un obiettivo del tutto accettabile, ma chiedere è un mezzo migliore che picchiare. Badare agli animali in solitudine è non solo accettabile ma bellissimo, però le parole sono un mezzo migliore per comunicare che le lacrime. Ma quali parole? L’insegnante deve suggerirle, frasi complete, ripetere. Le competenze sociali sono anche capacità verbali, e non sono innate.

Lo scopo? Mettere in questione gli obiettivi: sono accettabili? Mettere in discussione i mezzi: potrebbero essercene di migliori? Dopo un po’ le nuove abilità rimangono. Il semplice rimprovero li lascerebbe senza alternative.

Elisabeth, una puericultrice, ha fatto uno studio sui conflitti infantili individuandone essenzialmente sei tipi:

* Un bimbo vuole avere un giocattolo solo per sé;

* Un bimbo prende un giocattolo ad altri;

* Un bimbo non aspetta il proprio turno, saltando la coda;

* Un bimbo vuol decidere da solo a che cosa e come tutti debbano giocare;

* Disaccordo rispetto a che cosa e come si debba giocare;

* Un bimbo viene escluso dal gioco.

Questi sono conflitti: implicano almeno due obiettivi contrastanti, oltre all’accettabilità degli stessi e l’adeguatezza dei mezzi. Soluzioni?

Mettere al collo dell’orsacchiotto una targhetta A, che sta per asilo, ben visibile al centro, cantando per lui; è nostro, noi siamo suoi. I bambini introiettano mezzi del genere, mentre gli adulti estromettono gli “estranei”, i nemici.

Usare l’orsacchiotto a rotazione, con ciascun bambino che aspetta il suo turno.

Elencare i giochi da proporre, imparare ad argomentare, concordando eventualmente di giocare con tutti, nel corso della giornata o della settimana, prendendo decisioni con serietà. Badando bene che nessuno sia escluso dal domandare, con attenzione, perché?

Stare insieme attorno al giocattolo ambìto, condividendo, ruotando. Abilità da imparare.

Attualmente, il Giappone e la Cina hanno degli orsetti nel Mare della Cina o Mare Orientale, entrambi gridano “Mio!”, mostrando armi, cannoni, non pugni. Se fossero stati alla scuola d’infanzia di Kongsvinger da piccoli, si sarebbero messi d’accordo sulla targhetta, EAC (East Asia Community, Comunità dell’Asia dell’Est) da assegnare alle isole contese, le nostre, godendone insieme; le zone, il fondo marino, tutto quanto. Avendone cura congiuntamente, perché sono solitarie, disabitate. O a rotazione cinque anni a ciascuno? Ma Kongsvinger non era ancora arrivato.

Una mamma dà alla sua bambina un cofanetto di bellezza con due specchi legati assieme; lei lo mostra in giro, ma un giorno lo rompe, separando i due specchi. L’insegnante domanda: “Ma perché?” Lei risponde fiera: “Per spartire; uno specchio per la mamma, uno per me”. Se ne può discutere, ma neppure questa modalità è arrivata a Pechino e Tokyo. Confrontare questi bimbi d’asilo con la geopolitica è un insulto ai bambini.

Il dirigente della scuola elementare, Knut: “Il bullismo è diminuito; i bambini imparano su che cosa vertono i propri conflitti, obiettivi contrastanti, e contribuiscono a trovare vie d’uscita. Ma nella nostra scuola il bullismo non è scomparso; quello non è neppure l’obiettivo. Si mira a sapere come trattare positivamente il bullismo, imparando da esso stesso, facendo sì che il bullo escogiti rapporti migliori fra mezzi e obiettivi, e che la vittima dei soprusi capisca, e aiuti. Portarmi davanti i bulli per la minaccia ultimativa dell’espulsione non serve a nulla”.

I bambini sembrano stare a loro agio come papere nell’acqua, nuotando. Agli adulti ci vuole tempo: la loro preoccupazione sembra riguardare chi ha ragione, chi debba essere punito, chi debba prevalere, chi vince, chi perde.

Alcuni bulli globali hanno inventato un nuovo gioco: il confronto nucleare. Un bambino ne ha avuto il monopolio per un po’, rifiutandosi di cederlo a quel grosso asilo che è l’ONU. Poi sono arrivati altri bambini, sempre di più. Che fare? Dare tutti gli armamenti all’ONU per la loro distruzione e celebrarne la cacciata da questa terra. O magari una rotazione, una condivisione; adesso tocca all’Iran (come per il turno dei sovietici ad avere missili nucleari dopo le altre superpotenze). Ideaccia balorda, ma utile pedagogicamente, insegnare il principio di Kant “Abbi solo le armi che accetteresti che altri abbiano”.

I bambini capiscono immediatamente Kant come semplice giustizia; ma glielo si deve dire, lo si deve rivestire di parole. Gli adulti imparano Kant ma l’insegnamento entra da un orecchio ed esce dall’altro. Devono esserci casi concreti, in ore settimanali dedite alle competenze sociali e conflittuali. Che cosa voglio io, che cosa vuole lui, i nostri obiettivi sono ragionevoli? Se sì, come possiamo soddisfarli entrambi? Provateci; se funziona bene, altrimenti riconsiderate gli obiettivi. Hanno perfino uno strumento, un tappetino per le scelte: facendo quattro passi sui riquadri ed esprimendo i loro desideri di sogno per il futuro, che cosa accade realmente, dei buoni ricordi, e i loro incubi. Quando i genitori litigano, qualche bambino direbbe: “Mamma e papà, vedo una soluzione”. Beh, resta da vedere se tali capacità si mantengono, nel corso della vita adulta.

Dei bambini ‘geopolitici’ potrebbero forse scegliere giocattoli migliori di missili, difese antimissile, speculazione? Che ne è del gioco di risoluzione dei conflitti? Che cosa vogliono ragazzotti come USA, Israele, Siria, Iran, Cina, Russia, e con quali mezzi? Fare qualche passo sul tappetino delle scelte in cerca di soluzioni accettabili, sostenibili sarebbe un gioco molto migliore; con nessuno escluso.

17 settembre 2012

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: SABONA: From Kindergarten to Geopolitics

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