Politica e tecnica. Dopo l’era del “grande tecnico” – Pietro Polito

Ha ragione Enrico Peyretti quando scrive (“il foglio”, 393 giugno – luglio 2012): “La politica non è solo una tecnica, come credono e vorrebbero i semplificatori. Non è una tecnica, ma l’arte della tessitura. È un’arte: l’arte della tessitura delle speranze umane, dei bisogni e dei desideri umani”.

Eppure l’orizzonte della politica in Italia e non solo in Italia sembra ridursi a quello della tecnica.

Stando al nostro Paese, non può non colpire (negativamente) il fatto ormai acquisito che il nodo attorno al quale si svolgeranno le prossime elezioni politiche generali sia l’eredità del governo “tecnico” di Mario Monti e che ciò che differenzierà le forze politiche che si presenteranno al giudizio degli elettori sia sostanzialmente il rapporto che esse hanno in questo scorcio di legislatura e che avranno nella prossima legislatura rispetto al governo del “rospo”.

L’orizzonte della politica italiana è la tecnica (sto dando un giudizio di fatto).

In questo senso non si può non accogliere l’analisi come sempre accorta e obiettiva di Luca Ricolfi (Due test per le forze politiche, “La Stampa”, domenica 29 luglio 2012).

Il sociologo distingue quattro atteggiamenti politici rispetto al “montismo”: 1. gli antimontiani (Movimento Cinque Stelle, Lega Nord, Italia dei Valori, Sinistra e Libertà); 2. i montiani semipentiti (parte del Partito della Libertà e parte del Partito Democratico); 3. i montiani puri (Unione di Centro, i montiani del Partito Democratico, varie liste Monti); 4. gli oltre montiani (lista Giannino, lista Montezemolo, lista Marcegaglia, minoranze liberal – liberiste di Pd e Pdl). Questi raggruppamenti si distinguono tra loro in base al giudizio sul governo Monti: un disastro per gli antimontiani, un successo parziale per i semipentiti, un successo per i montiani puri, un grande successo per gli oltre montiani.

Secondo Ricolfi, se ho capito bene, i cittadini italiani verranno (giudizio di fatto) e debbono (giudizio di valore) essere chiamati, quando le urne saranno aperte, a scegliere non tra destra e sinistra, perché entrambe hanno fallito, ma più concretamente in base al tasso di antimontismo, montismo, oltremontismo presente nella proposta politica dei diversi attori che si contenderanno il consenso degli elettori.

La diagnosi è giusta: come già detto, la politica in Italia tende a risolversi nella tecnica. È la cura che è sbagliata. Sebbene questa venga fatta propria in varia misura tanto dalla destra quanto dalla sinistra, la via d’uscita non è tecnica ma politica.

Anzi, a ben guardare, la tecnica, quando si trasforma in tecnocrazia, è una forma di antipolitica che si manifesta in una tentazione (nefasta) ricorrente: “di non voler vedere che quanto più la società è complessa tanto più è intrinsecamente politica; che non esistono soluzioni tecniche ai problemi politici, che la pretesa di oggettività è sempre veicolo di potere: che chi pianifica – chiunque sia – fa politica, non tecnica” (Carlo Galli, Abbicì della cronaca politica, il Mulino, Bologna 2012, p. 17).

Una forma di “antipolitica blasfema” (Michele Prospero) che alimenta il mito della tecnica come la sola garanzia di sobrietà e di rigore.

La tecnica non può essere la chiave di lettura predominante per definire l’orizzonte della politica dal punto di vista degli amici della nonviolenza perché la via d’uscita non è solo tecnica e non è solo politica, è anche sociale, culturale, morale, religiosa.

Scrive ancora Peyretti “in politica non basta una cultura e una mentalità tecnico – pratico quantitativa, che della vita coglie appena peso e statura, come di una sagoma morta. La politica si dovrà servire dei tecnici, ma dovrà insegnargli dove si tratta di andare, perché la tecnica da sola non lo sa: è automatica e cieca, come un’auto in movimento senza conducente. Con un conducente saggio può essere utilissima”.

Ebbene, al momento attuale, gli scenari politici prefigurabili all’indomani di una contesa politico elettorale di una straordinaria importanza appaiono esclusivamente riconducibili a una idea della politica dipendente dalla tecnica.

Estremamente improbabile pare uno scenario politico in cui conducenti saggi si avvalgono della tecnica per affrontare e provare a risolvere i problemi politici.

È un bel guaio, perché la malattia è così grave che non bastano i pannicelli caldi, ci vuole una cura profonda.

 

 

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