Alternative nonviolente per uscire dalla crisi sistemica globale – Carlo Bellisai

Con la partecipazione di almeno 25 persone si è svolto a Ghilarza questo seminario di grande attualità per quanti non credono alle versioni della crisi impacchettate da tivù e giornali, ma si sforzano di riflettere con la propria testa e insieme.

Durante la prima giornata Nanni Salio, del Centro Sereno Regis di Torino, ha svolto una breve premessa, incominciando con uno schema sulle possibilità di azione sociale. Si può agire all’interno di queste possibilità.

Il dato sociale ed economico fondamentale è quello della complessità del sistema di cui facciamo parte. Tale complessità porta con sé un forte grado di imprevedibilità.

La crisi sistemica è al contempo un pericolo e un’opportunità. Il pericolo è rappresentato dal collasso ecologico, dalla guerra, dal crescente divario sociale, mentre l’opportunità è quella della creazione di un’economia e una società più rispettose e meno voraci.

Schematizzando ci sono almeno 4 aspetti fondamentali in cui si può leggere la crisi sistemica globale: l’aspetto economico-finanziario, quello ecologico-energetico-climatico, l’aspetto alimentare, che per ora riguarda solo circa un quarto dell’umanità e in particolare il continente africano e, infine, ma non ultimo l’aspetto esistenziale (etico, culturale, religioso).

C’è molta disinformazione e confusione riguardo gli aspetti economici di questa crisi. Secondo le tesi neoliberiste (in genere care ai partiti di destra, si spenderebbe troppo per lo stato sociale (il wellfare) e per contrastare la crisi occorrono misure di austerità e di tagli alle spese sociali.

Secondo gli economisti neo keynesiani, più cari alla sinistra, la crisi sarebbe la conseguenza dell’assenza di regole nel sistema capitalista contemporaneo, che dev’essere tenuto a freno dallo Stato che deve a sua volta investire per rilanciare l’economia. Il punto comune, il dogma comune di entrambi è la crescita.

Una terza visione della crisi che Nanni Salio presenta è quella dell’economista Gallino, che parla di crisi delle banche che queste mascherano come una crisi del debito pubblico. Le banche utilizzano i soldi per produrre altri soldi, al di là dell’economia dei beni e delle merci: così accade quando il Capitale, le grandi multinazionali non trovano più abbastanza mercato per vendere. Allora speculano sul danaro, cioè sui titoli delle altre aziende e quelli degli Stati. I mezzi tecnologici rendono vertiginoso il ritmo delle transazioni finanziarie e diventa più facile speculare. Alla fin dei conti il sistema è diventato così complesso da diventare incontrollabile anche da chi l’ha attivato.

Il sistema finanziario ha creato un debito piramidale che coinvolge tutti, dai privati cittadini, alle piccole e grandi aziende, agli Stati (gli USA hanno il più alto debito mondiale). I lati oscuri della finanza sono: la corruzione, i legami con le mafie internazionali, il narcotraffico e lo smaltimento di rifiuti tossici, il riciclaggio del denaro sporco, i paradisi fiscali.

In questo scenario, per quanto ci insegna la Storia, siamo in bilico fra l’opportunità di trasformare la crisi in decrescita, decentramento, gestione partecipata del potere e il rischio di una guerra planetaria (terza guerra mondiale fra Stati Uniti e Cina). Si sa che le guerre si fanno per il controllo delle fonti energetiche che garantiscono poi supremazia economica, elementi essenziali in tempo di crisi. Ma dall’altra parte resta la nostra opportunità di trovare alternative e, in parte, di praticarle già ora.

Le nostre società vivono nel mito della tecnologia: ad essa viene comunemente riconosciuta una patente di infallibilità e, comunque, si sente spesso dire, “indietro non si può tornare”. D’altra parte l’enorme sviluppo dell’ high tech (informatica, biotecnologie, nanotecnologie, robotica, neuroscienze) pone l’umanità intera nel ruolo di cavia di un gigantesco esperimento che, come tutti gli esperimenti scientifici, contempla la possibilità del fallimento.

Infine un altro elemento da prendere in considerazione è rappresentato dai cosiddetti lati oscuri della finanza, rappresentati dalla corruzione, dal narcotraffico (ma anche dal traffico di rifiuti tossici), dal riciclaggio del denaro delle mafie, dai paradisi fiscali in cui depositare immensi tesori di incerta provenienza.

Ma non esistono alternative a questo tipo di economia? Benché Ivan Illich ci abbia messo in guardia anche da esse (“Per alternativa che tu sia, alla larga dall’economia” è un suo famoso detto) N. Salio ce ne fornisce una breve rappresentazione:

L’economia della decrescita, della sobrietà (da E. Goldsmith a S. Latouche)

L’economia ecologia o economia stazionaria (H. Daly)

L’economia della partecipazione (Michael Albert)

L’economia della condivisione

L’economia nonviolenta, o gandhiana

Salio si sofferma in particolare su alcuni modelli cari all’economia nonviolenta: l’economia del dono (donare piuttosto che commerciare), dei beni comuni (i beni essenziali devono essere di tutti), la semplicità volontaria (scelta del proprio stile di vita). Alcuni elementi meritano poi di essere messi in evidenza:

1. Self reliance (o Km O): viene privilegiata l’autorealizzazione, la produzione su scala locale, l’autoproduzione dell’energia, l’autogestione di educazione, sanità, abitazione; lo stesso Gandhi parlava di economia su piccola scala (o del villaggio).

2. Lavoro per il pane: occorre riprendere in mano i reali bisogni sociali, riducendo in particolare il distacco fra lavoro manuale e lavoro intellettuale. E’ infatti questa netta separazione che porta a molte forme di lavoro alienato.

3. Non possesso, non attaccamento: verso modelli di società in cui sia centrale il bene comune e residuale o comunque limitata la proprietà privata. Il concetto è che quanto è abbastanza per vivere può essere sufficiente.

4. L’amministrazione fiduciaria: implica la proprietà collettiva dei mezzi di produzione e, quindi, forme di gestione dal basso (autogestione) della produzione stessa.

5. Non sfruttamento ed eguaglianza economica: la diseguaglianza crea infelicità.

6. Satyagraha: che significa lotta nonviolenta, ma anche forza della verità e trasformazione nonviolenta dei conflitti.

 

Sul versante della crisi ecologico-energetica il relatore mette in risalto alcuni indicatori di sostenibilità (e stabilità):

1. L’impronta ecologica (quante e quali tracce del nostro passaggio che permangono in cancellate);

2. le emissioni di gas-serra (CO2), tra i principali responsabili dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici;

3. i rifiuti (in Italia 1 chilogrammo e mezzo pro capite ogni giorno) e le difficoltà di smaltimento e riciclo degli stessi;

4. la potenza energetica pro-capite: l’energia del Sole permette al pianeta Terra di vivere. Gli uomini disperdono, accumulano, sprecano energia da varie fonti (molte delle quali inquinanti e pericolose per la salute). Oggi in Europa si consumano in media 6 Kilowatt a persona, negli USA 10. La potenza ottimale da non superare potrebbe essere quella di 2 kilowatt a persona.

L’economista Hazel Anderson paragona il nostro modello economico a una torta a tre strati con glassatura: alla base c’è madre natura, lo strato sopra è quello dell’economia di sussistenza, ancora sopra c’è lo strato dell’economia pubblica e privata e, infine, la glassatura è rappresentata dalla finanza.

 

L’intervento di Francuccio Gesualdi della cooperativa Nuovo modello di sviluppo si è concentrato sui perché della crisi economico-finanziaria e sul problema del debito.

Intanto la domanda cruciale da porsi è: come mai un mondo tanto ricco produce tanta povertà? Noi che ruolo abbiamo nel sistema? Se abbiamo un ruolo come produttori e come consumatori, abbiamo la possibilità di spazi d’azione. Il nostro consumo è una porta che incarna il nostro ruolo e uno dei livelli in cui possiamo agire.

La globalizzazione ha acuito l’ingiustizia sociale e questa ha contribuito a produrre la crisi economico-finanziaria. Chiariamo: oggi meno di 200 grandi multinazionali detengono il 25% del fatturato mondiale. Il capitalista per produrre profitti ha bisogno di bassi costi di produzione; il che significa: costi energetici, costo della mano d’opera, costi derivanti dalle tassazioni statali. In base ai calcoli al ribasso su questi costi sceglie di delocalizzare le sue imprese dove più gli conviene.

L’obiettivo di ogni mercante è sempre quello della crescita: fare profitti da reinvestire allargando le proprie imprese. Ma per ottenere questo ha anche bisogno di molte persone nel mondo disposte ad acquistare i prodotti che vende, cioè i consumatori. Ma se aumentano le disuguaglianze sociali, paradossalmente sono gli stessi grandi capitali a perderci, perché diminuiranno i consumi e quindi la crescita stessa. Se diminuiscono i consumi le grandi imprese non possono più investire i propri profitti nell’espansione produttiva. Cercheranno allora di trarre guadagno dalle variazioni di valore dei beni e del denaro stesso nel tempo: questa è in parole povere la speculazione finanziaria.

Le grandi banche speculano sul debito dei singoli, delle imprese, degli Stati, attraverso l’applicazione di interessi crescenti. Il sistema finanziario è costituito da una serie infinita di scatole cinesi di cui è difficile capire la logica e le relazioni: la complessità del sistema è tale che neppure gli stessi attori protagonisti sono in grado di controllarne del tutto i meccanismi. Per Gesualdi è come se fosse stato liberato sulla piazza un mostruoso King Kong e ora nessuno è più in grado di farlo rientrare in gabbia.

Gli stessi mercati (o meglio dire mercanti) sono stretti fra due esigenze: 1- guadagnare subito. 2- evitare la morte delle loro vittime.

Si è quindi posto l’accento sul debito pubblico. Il debito pubblico di uno Stato si forma quando le sue strutture spendono di più di quanto incassino attraverso imposte e tributi. Lo scarto annuale è chiamato deficit, mentre il debito è la situazione complessiva dei deficit accumulati negli anni.

Ripianare il debito pubblico diventa così man mano che questo si ingrossa, specie a causa degli interessi bancari crescenti, sempre più difficile. A questo si aggiunge la speculazione finanziaria da parte di fondi, assicurazioni e banche che riesce ad intaccare il valore dei titoli di stato per guadagnarci sopra.

Per tentare di ripianare il debito molti governi tagliano le spese sociali, aumentano l’età pensionabile, diminuiscono stipendi e pensioni, riducono il welfare. Ma queste misure ottengono il solo effetto di frenare i consumi e portare alla stagnazione economica.

L’unico sistema per uscire da questa impasse potrebbe essere quello del congelamento del debito pubblico o, quantomeno degli interessi sul debito stesso. Ma nessuno Stato al momento intende agire in tal modo: il potere della finanza è infatti oggi assai superiore a quello politico. Solo un movimento popolare vasto e coeso potrebbe pertanto imporre al potere statale una scelta di questo tipo. Ma sembra che si sia ben lontani, al momento, anche da questa prospettiva. Gli stessi movimenti degli indignados e di Occupy Wall Street, pur non trascurabili, restano comunque minoritari.

Per quanto riguarda l’intervento di Gesualdi alcuni partecipanti hanno sul pennino le slide con tutto il percorso e, su richiesta, possono metterle a disposizione.

 

A conclusione dei lavori interviene nuovamente Salio che pone una domanda cruciale al gruppo dei partecipanti: perché non ci ribelliamo?

Risposte possibili:

perché siamo divisi

perché non abbiamo un programma e una strategia condivisi

perché stiamo ancora troppo bene e ci sembra di aver qualcosa da perdere

perché siamo anestetizzati da televisione, pubblicità, tecnologie e consumi

perché abbiamo paura.

 

Infine viene esemplificato brevemente il modello proposto da Johan Galtung per la trasformazione nonviolenta dei conflitti (metodo Transcend). In ogni conflitto esistono degli atteggiamenti (ciò che sta dentro gli attori del conflitto, talvolta inconscio o invisibile), dei comportamenti (ciò che sta fuori di noi e si manifesta esternamente) e delle contraddizioni (gli obiettivi delle parti).

La trasformazione nonviolenta del conflitto bada a trovare delle modalità di cambiamento che permettano a tutte le parti in conflitto di ottenere dei benefici, dei miglioramenti. In tal modo il conflitto diventa un’occasione di crescita per ciascuno.

Galtung propone un modello nonviolento che sostituisce agli atteggiamenti l’empatia (la capacità di mettersi dal punto di vista dell’altro, dentro le emozioni dell’altro), al posto dei comportamenti pone il dialogo e la nonviolenza (costruzione di ponti, riconciliazione), in luogo delle contraddizioni suggerisce lo strumento della creatività (necessario per far emergere soluzioni che permettano ai vari attori di realizzare i propri obiettivi senza affossare quelli degli altri).

Il seminario, pur assumendo caratteristiche prevalentemente frontali, è stato caratterizzato da ampi momenti di discussione, sia in plenaria che durante lavori in sottogruppi e in coppie. Complessivamente, dalla valutazione finale da parte dei partecipanti, sono emersi dati positivi di interesse e desiderio di ulteriori approfondimenti. Contemporaneamente è rimasta anche in molti la sensazione di difficoltà ad andare oltre il momento formativo delle giornate per costruire qualcosa di concreto in senso nonviolento e verso un’economia più giusta e sostenibile. L’incoraggiamento non può essere che quello di provare a costruire qualcosa insieme, con i passi che possiamo permetterci, superando le paure e gli scetticismi.

Sintesi del seminario condotto da Nanni Salio e Francuccio Gesualdi, Casa per la Pace, Ghilarza, 9-12 agosto 2012.

Una replica a “Alternative nonviolente per uscire dalla crisi sistemica globale – Carlo Bellisai”

  1. perche non ci ribelliamo:
    perche viviamo nel nostro piccolo orticello fatto di telefonini ultima generazione,di finta comunicazione,di tanto di tutto ,ma tutto di niente. preda delle passioni sfrenate . tutti convinti di essere liberi e ancor piu convinti di aver tutto da perdere. ci siamo fatti riempire la testa di cazzate e quelle sono il nostro credo. che dire ,le ribellioni iniziano in ciascuno di noi,dire non siamo unitie trovare un alibi per non assumersi la responsabilita del proprio cambiamento. ….ma poi cos'e' ribellarsi???gandi non e' stato capito dal suo popolo …era troppo avanti per le menti degli altriche invece erano ancora schiave! faceva paura a chi comprendeva che l'insistenza ,prima o poi ,avrebbe prodotto dei risultati,infatti e' stato ucciso. ecco la ribellione e' quella…imparare a produrre da se per se; puo semnbrare egaoistico ,ma e' il modo per tirare fuori ,cisacuno ,la propria capacita e potenzialita',altrimenti si corre il rischi di farsi trascinare…chissa se sono stata chiara. grazie

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