Pillole alfabetiche. G come Germi e Gaggìe (con l’accento sulla i)

Ormai si sa, soffriamo per «troppa pulizia»; pare che persino le sempre più frequenti allergie dei bambini siano dovute al fatto che li teniamo troppo puliti, che tutto è asettico e che il loro sistema immunitario, invece di allenarsi e rinforzarsi con sempre nuovi germi da combattere, «si annoi», ecco la vera origine delle allergie.

Quando mio figlio – ora 22enne – era piccolo non sterilizzavo il biberon, la tettarella, il ciuccio e tutto quello con cui entrava a contatto con le «tanto comode» soluzioni chimiche che assicurano l’asepsi manco fossimo in una sala operatoria! Facevo bollire, nell’acqua, il biberon, la tettarella, il ciuccio, e basta. Per il resto il bambino gattonava in casa, gattonava in giardino (a quel tempo vivevamo in campagna e più di una volta ha mangiato qualche insetto…), gattonava sulla spiaggia (con me a controllare, ovvio). Ma soprattutto non è stato vaccinato (ma questo è tutt’un altro discorso che abbisognerebbe di più tempo e di più spazio).

Voglio dire che attualmente c’è un po’ di paranoia riguardo i germi, mentre forse dovremmo preoccuparci di più di «altri» veleni: esempio lampante, la frutta e la verdura: non sarebbe meglio cercare di comperarla biologica – o meglio biodinamica – così avrebbe ricevuto meno trattamenti chimici? Così non avrebbe bisogno di essere lavata con la soluzione taldeitali (sì, proprio quella orrenda, viscida, venduta ovunque – di solito vicino alle casse di supermercati e autogrill – che ti fa profumare le mani, «così morbide…», e che ti dà l’impressione che siano pulite e disinfettate (?); ma perché dobbiamo disinfettarci le mani? Non basta lavarle con l’acqua e il sapone? Personalmente, per tutte le situazioni in cui non c’è l’acqua, ho una piccola bottiglietta con spruzzino che riempio d’acqua con qualche goccia di olio essenziale (qualche volta capita che in treno l’acqua nel bagno sia finita).

Ma, a parte le soluzioni alternative, prima di tutto occorre liberarsi un po’ dall’ossessione del pulito, dell’asettico, del disinfettato, perché il corpo umano ha la capacità di difendersi (e anzi tale capacità aumenta se gli rendiamo la vita un po’ difficile e diminuisce se gliela rendiamo troppo facile). Poi se mi taglio c’è la propoli, se devo disinfettare un’afta c’è la propoli, persino se mi fa un po’ male un dente (in attesa della visita dal dentista) c’è la propoli: in soluzione alcolica se riesco a sopportare il bruciore, in soluzione oleosa se devo disinfettare un bambino. La propoli è un disinfettante universale, una piccola bottiglietta col contagocce si porta facilmente ovunque, è naturale, la natura ci dà tutto quel che ci serve. Ed eccoci arrivati alle gaggie: nome più lombardo per indicare l’acacia (sì quella del miele, ancora le api, come per la propoli…): in questi giorni mi capita di cercare, in mezzo alle bancarelle dei contadini, i pomodori verdi (è il momento buono per cercarli, perché non fa più così caldo per farli maturare, e i contadini li tolgono dalle piante per non farlli marcire); li cerco e li compro perché non resisto alla tentazione, almeno una volta all’anno, in autunno, di cucinare «pomodori verdi fritti», secondo la ricetta del famoso – e bellissimo – film. E ogni volta mi vengono in mente le frittelle di fiori di gaggìa (quelli a primavera. Una frittura e un ricordo per ogni stagione…) che la pianta ci regala abbondanti e che, racchiusi nella pastella, hanno un sapore celestiale…

I pomodori verdi fritti si possono cucinare in versione vegan, crando la pastella con farina di ceci e acqua; per i fiori di gaggìa mi riprometto di provare la prossima primavera, senza usare le uova, non vorrei che il sapore della farina di ceci interferisse con la dolcezza dei fiori, ma provare…

Ecco fatto, anzi scritto, la natura ci dà il necessario (la propoli contro i germi) e persino il superfluo (i fiori di gaggìa per le frittelle).

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