Non c’è giustizia senza vita – Recensione di Maria Teresa Mana (con Cinzia Picchioni)

Mario Marazziti, Non c’è giustizia senza vita, Leonardo International, Milano 2009, pp. 256, € 24,00

Albert Camus afferma che (p. 10) la pena di morte è «l’assassinio più premeditato», «un mostro così non si incontra nella vita privata». Un’esecuzione non è una semplice morte, nessuna impresa criminale può paragonarsi a questo.

L’Introduzione è una parte storica su come si è modificato nel tempo il concetto di pena di morte; (p. 12) il libro racconta l’iniziativa internazionale della comunità di Sant’Egidio. Può fornire materiale per i legislatori, ma essere di aiuto anche ai cittadini per entrare nella questione. Il materiale di cui è composto il libro sono i racconti di chi ha vissuto e vive questo mondo separato in attesa della pena. Vi sono anche frammenti di corrispondenze che compogono un mosaico come un racconto collettivo. Tre di questi racconti, più ricchi, narrano di protagonisti che sono stati giustiziati. Sono storie di amicizia e delle corrispondenze con gli amici italiani, nate all’interno della comunità di Sant’Egidio. In questi racconti si respira anche l’amicizia, il bisogno e la capacità di amore e si scopre come contare per qualcunop faccia rinascere e risorgere.

(p. 14) risulta che la pena capitale è inutile e controproducente. In questi anni è cresciuto anche un pensiero più articolato sui temi della giustizia, della colpa e della punizione. Per un ripensamento globale della nostra società occorrerebbe far maturare un nuovo pensiero e una nuova fantasia giuridica.

(p. 15) la maggioranza dei milioni di prigionieri nel mondo è composta dai soggetti più poveri, che hanno meno accesso all’istruzione, quelli coinvolti fin da ragazzini in bande e baby gang o come manodopera nelle guerre del Sud del mondo.

Si narra della mobilitazione internazionale (con l’elenco degli organismi che hanno lavorato in tal senso) che ha permesso la cancellazione della pena di morte, per arrivare a una giustizxia capace sempre di rispettare la vita e la dignità della vita umana.

Dalla vendetta al perdono

Nella Bibbia la pena di morte appare come compagnia naturale dell’umanità, ma può individuarsi un percorso evolutivo che va dalla vendetta smisurata («Settanta volte sette») alla punizione proporzionata («Occho per occhio, dente per dente»), fino all’affermarsi di un pensiero che assegna solo a Dio il potere sulla vita umana e non all’uomo (Il libro di Giobbe nel Vecchio Testamento). Nel Nuovo Testamento si va oltre, indicando la via del superamento della violenza, la via del perdono, con il rifiuto della morte come pena.

Uccidere è giusto

Le motivazioni che sono a favore della pena di morte la intendono come terapia sociale: il crimine e i criminali sono come un arto malato da recidere, o come una malattia capace di corrompere il corpo sociale e che quindi va eliminata.

Uccidere è utile

Sempre su base utilitaristica Voltaire (1694-1768) afferma che la pena di morte è inutile e di nessunu profitto per la società; per Jeremy Bentham (1767-1832, filosofo, economista e giurista inglese) la pena capitale è un danno perché riduce il numero di esseri umani, considerati fonte di ricchezza. La pena capitale (secondo gli utilitaristi) ha inoltre il potere deterrente di dissuadere i potenziali criminali dal commettere un reato perché temono di perdere la vita.

Uccidere è da abolire

Invece la nuova apertura è con Cesare Beccaria (1738-1794) che afferma che la pena certa è un deterrente efficace (non la gravità della stessa), il diritto di disporre della propria vita fa parte del patto sociale. La pena di morte non è un diritto ma è la guerra di una nazione contro un solo individuo. In Italia (anche se non ancora unita) la prima abolizione porta la firma di Leopoldo, granduca di Toscana, nel 1786. Nello stesso atto si abolisce la tortura (solo nel Granducato di Toscana). Nello stesso periodo l’influenza del pensiero di Beccaria è giunta fino alla Russia, nella persona di Caterina la Grande che ha eliminato la pena di morte nel suo regno (ma per i sommovimenti popolari entrambi – il granduca di Toscana e Caterina di Russia – l’hanno successivamente re-introdotta). Nello stato di San Marino, l’ultima esecuzione capitalre risale al 1468!

La Costituzione (1948) nasce senza la pena di morte, abolizione che riguarda anche il tempo di guerra. Dagli anni Settanta poi entra nella compagine internazionale Amnesty International e i paesi abolizionisti cominciano a crescere. Persino negli Stati Uniti c’è una pausa, subito ripresa soprattutto in Texas con la tecnica delle tre iniezioni letali (1982). In California c’è il più grande braccio della morte con oltre 600 condannati.

Nel Venezuela e in Portogallo la pena di morte viene abolita nel 1865. Negli Stati Uniti è il Michigan che l’abolisce nel 1847. L’abolizione della pena di morte nei tempi moderni coincide con il secondo dopoguerra.

Le democrazie europee ne fanno un fatto identitario: Gran Bretagna (1971); Canada (1976); Francia (1981 con Mitterrand); Australia (1985). A livello internazionale è del 1976 l’entrata in vigore della «Convenzione internazionale sui diritti civili e politici», che lascia però aperta la possibilità di re-introdurre la pena di morte in caso di guerra.

Nel 2008 sono diventati 64 (negli anni Novanta in media 3 all’anno) nel mondo i Paesi che hanno firmato e ratificato il protocollo dell’abolizione della pena di morte.

Nel 1994 una prima risoluzione per una moratoria universale fu presentata dall’Italia («Nessuno tocchi Caino») all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ma fu una sconfitta perché ha ricevuto solo 8 voti di approvazione! Ma nel 1998 si è fatto un nuovo tentativo (ritirato prima del voto) e poi altri anni di lotta, perorata anche dal pontificato di Giovanni Paolo II, dal cambiamento all’interno del Nuovo catechismo della Chiesa cattolica (la pena di morte non è mai necessaria); poi l’attività internazinale della Comunità di Sant’Egidio, la creazione della Rete mondiale contro la pena di morte, l’appello per una moratoria universale (che raccoglie 5 milioni di firme) e il lavoro di molte altre associazioni internazionali si uniscono alla causa; la nascita della Giornata mondiale contro la pena di morte, il 10 ottobre di ogni anno. Tutto questo ha creato un primo fronte morale laico e religioso multiculturale per una giustizia senza vendetta capace di rispettare la vita umana in ogni circostanza.

Nel dicembre del 2008 siamo finalmente giunti all’approvazione della seconda risoluzione delle Nazioni Unite (da 8 a 104 voti); il clima è cambiato anche negli Stati Uniti (dove oggi cresce una critica utilitaristica fondata sull’eccesso dei costi, ma anche la ricerca dell’abolizione; per esempio il New Jersey firma per l’abolizione della pena di morte proprio alla vigilia del voto che l’approverà alle Nazioni Unite.); il New Mexico è diventato il 15° Stato ad abolire la pena di morte.

Simbolicamente, nel 2009, l’accensione del Colosseo è diventata il «sigillo internazionale» che «festeggia» ogni nuovo successo sulla strada dell’abolizione della pena di morte.

È stata una sofferenza leggere questo libro, ma sono entrata in una dimensione senza ritorno, perché è necessario conoscere, per esempio la corrispondenza dei condannati (uno su sette è innocente, ma per la giustizia ha poca importanza), la loro condizione, l’essere privati di tutto, anche della speranza. Ho scoperto con disappunto che in Texas più persone arrestano più finanziamenti ricevono dallo Stato, quindi non è importante che uno sia innocente o colpevole; il sistema carcerario è una grossa industria che dà lavoro a molte persone (compresi musei che documentano come si muore sulla sedia elettrica…25mila visitatori all’anno!). La lettura del libro ha lasciato un segno, mi ha fatto riflettere sulla cosiddetta democrazia degli Stati Uniti dove, per esempio, gli afro-americani sono i più perseguitati, con pochissime possibilità di salvarsi.

 

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