Salvare gli innocenti. Una pedagogia per i tempi di crisi – Recensione di Nanni Salio

Goffredo Fofi, Salvare gli innocenti. Una pedagogia per i tempi di crisi, La Meridiana, Molfetta 2012

Come abbiamo già avuto modo di sottolineare in più occasioni, e come ribadiremo nel prossimo convegno del 6 ottobre a Torino (“La crisi è del sistema. Quali risposte dalla cultura della nonviolenza?), la grande crisi sistemica nella quale è incappata l’umanità intera non è solo economico/finanziaria ed ecologico/ambientale/climatica/alimentare, ma è anche, e per certi versi soprattutto, una crisi esistenziale, culturale, di valori e di produzione di senso.

In gran parte dei suoi scritti, compresi quelli raccolti in questo testo, Goffrdo Fofi insiste nel denunciare il degrado culturale che caratterizza oltre alla società italiana, ampi settori del mondo occidentale e si estende ad altre aree del mondo. Lo strapotere del neoliberismo, del consumismo, del grande divertimentificio, degli apparati mediatici e di pubblicità-inganno hanno contribuito a creare masse di persone anestetizzate, alienate, isolate, depresse, infelici.

E’ in questo contesto che operano con grande difficoltà genitori, insegnanti, educatori, movimenti di base. Le agenzie diseducative sembrano avere il sopravvento, sebbene l’attuale crisi dimostri che la macchina si è inceppata.

Ha tuttavia ragione Fofi nel sostenere che tutti noi “in misura minore o maggiore del Sistema facciamo parte, ne siamo dunque corresponsabili. E’ a partire da qui, dalla contraddizione maggiore del nostro profittare di uno stato di cose di per sé ingiusto ma che gratifica anche noi, che opera il ricatto del Sistema.” (p. 85) Queste parole riecheggiano il pensiero di Gandhi, là dove ci invita, mentre lottiamo, a “far pulizia in casa nostra”, ovvero a cominciare ad affrontare le nostre contraddizioni e al tempo stesso ci dice perentoriamente “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

Le critiche di Fofi non risparmiano nessuno, neppure i movimenti di base, incapaci di avviare forme di lotta coerentemente nonviolente che utilizzino tecniche di disobbedienza civile per sensibilizzare e coinvolgere la cittadinanza e sfidare i poteri dominanti. Egli riconosce inoltre i limiti delle esplosioni di ribellismo rabbioso che già in passato hanno “contribuito non poco ad affossare le prospettive di crescita dei movimenti” (p. 112). Come osserva acutamente Scilla Elworthy, “La rabbia è come la benzina. Se la spruzzi attorno e qualcuno accende un fiammifero, provochi un inferno. Ma se la metti dentro un motore, ci può guidare avanti.” (http://www.ted.com/talks/scilla_elworthy_fighting_with_non_violence.html).

Per temperare il senso di disagio che gli scenari negativi creano e che possono sfociare nella depressione e nella rinuncia, occorre anche conoscere e divulgare le numerose esperienze positive che si vanno facendo nei luoghi più diversi e impensati, frutto del lavoro umile, quotidiano, determinato di educatori, educatrici, attivisti, attiviste, che non hanno affatto rinunciato a svolgere la loro azione con intelligenza e continuità.

Fra le molte che potremmo ricordare, è particolarmente significativa l’opera educativa di “un bravo maestro”, che ci ha lasciato da poco, Gianfranco Zavalloni. La sua “pedagogia della lumaca”, i suoi “orti di pace”, le sue “fattorie didattiche” e il suo “Manifesto dei diritti naturali del bambini e delle bambine”, sono tutti esempi positivi di quella pedagogia di cui abbiamo bisogno per “salvare gli innocenti”.

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