I poveri alla fame perché i ricchi vadano in automobile? – George Monbiot

Non biasimo Mo Farah, Pele e Haile Gebrselassie, che si sono allineati, tutti abbracci e sorrisi, all’esterno di Downing Street per una posa fotografica al vertice della fame del primo ministro. Forse non erano consapevoli del modo in cui erano usati per promuovere l’approccio industriale e paternalistico di David Cameron agli aiuti all’estero. Forse non erano neppure consapevoli del crimine contro l’umanità al quale egli presiede. Forse ne è inconsapevole lo stesso Cameron.

A questo punto dovreste aver sentito parlare della carestia che si sta sviluppando nella regione del Sahel, nell’Africa Occidentale. Raccolti scarsi e alti prezzi del cibo minacciano le vite circa 18 milioni di persone. Il prezzo globale del cibo probabilmente aumenterà ancora di più in conseguenza di bassi raccolti negli Stati Uniti, causati dalla peggior siccità da cinquant’anni a questa parte. I prezzi mondiali dei cereali, in conseguenza di questo disastro, sono aumentati del 17% nel mese scorso.

Siamo stati prudenti nell’attribuire tali eventi al cambiamento climatico: forse troppo prudenti. Un nuovo documento di James Hansen, capo dell’Istituto Goddard per gli Studi Spaziali della Nasa, dimostra che c’è stato un forte aumento della frequenza di estati estremamente calde. (Vedi: James Hansen, Il cambiamento del clima è arrivato, ed è peggiore di quanto pensassimo,

http://znetitaly.altervista.org/art/6966 ) Tra il 1951 e il 1980 tali eventi hanno colpito ogni anno tra lo 0,1 e lo 0,2% della superficie terrestre del pianeta. Ora, in media, ne colpiscono il 10%. Hansen spiega che “la probabilità che variabili naturali abbiano determinato questi estremi è minuscola, di dimensione evanescente.” Sia le siccità nel Sahel sia i crolli dei raccolti negli Stati Uniti sono probabilmente la conseguenza del cambiamento climatico.

Ma questo non è l’unico modo in cui l’utilizzo dei combustibili da parte del mondo ricco sta costringendo i poveri a morir di fame. Nel Regno Unito, nel resto dell’Unione Europea e negli Stati Uniti, i governi hanno scelto di impiegare una cura cattiva quanto il male. Nonostante le prove schiaccianti dei danni che la loro politica sta causando, nessuno di essi cambierà corso.

I biocombustibili sono il mezzo mediante il quale i governi del mondo ricco evitano scelte difficili. Piuttosto che elevare gli standard dell’economia dei combustibili nella misura consentita dalla tecnologia, piuttosto che promuovere una svolta dall’automobile ai mezzi pubblici, al muoversi a piedi e in bicicletta, piuttosto che insistere su una migliore pianificazione delle città per ridurre la necessità di viaggiare, hanno scelto di scambiare il nostro iperconsumo selvaggio di petrolio con l’iperconsumo selvaggio di combustibili derivati dai raccolti. Nessuno deve guidare di meno o produrre un’auto migliore: tutto resta lo stesso, eccettuata la fonte del carburante. Il risultato è una competizione tra i consumatori più ricchi e più poveri del mondo, una gara tra l’iperconsumo e la sopravvivenza.

Non ci sono mai stati dubbi su chi vincerà.

Martello su questa circa dal 2004 e tutto ciò su cui ho ammonito da allora si è verificato. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno entrambi fissato obiettivi e creato generosi incentivi finanziari per l’utilizzo dei biocarburanti. Il risultato è un disastro per la gente e per il pianeta.

Già il 40% della produzione statunitense di grano (mais) è utilizzata per alimentare le automobili. La percentuale salirà quest’anno in conseguenza dei minori raccolti.

Anche se il mercato del biodiesel è in larga misura confinato all’Unione Europea, si è già impossessato del 7% della produzione mondiale di olio vegetale. La Commissione Europea ammette che il suo obiettivo (10% dei carburanti per i trasporti entro il 2020) farà aumentare i prezzi mondiali dei cereali di una percentuale tra il tre e il sei per cento. La Oxfam stima che per ogni punto percentuale di aumento del prezzo del cibo, altri sedici milioni di persone finiscono per soffrire la fame.

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico afferma che entro il 2021 il 14% del mais e delle granaglie grezze mondiali, il 16% degli oli vegetali e il 34% della canna da zucchero saranno utilizzati per far star meglio le nazioni ingorde di gas. La domanda di biocarburanti sarà soddisfatta, riferisce l’organizzazione, in parte attraverso un aumento della produzione e in parte attraverso una “riduzione dei consumi umani”. I poveri faranno la fame perché i ricchi possano guidare.

La domanda di biocarburanti del mondo ricco sta già causando un arraffamento globale dei terreni. ActionAid stima che le imprese europee si siano impossessate di 5 milioni di ettari di terra agricola – un’area pari a quella della Danimarca – nei paesi sviluppati a fini di produzione di biocarburanti. I piccoli agricoltori, che coltivano cibo per sé stessi e per i mercati locali, sono stati cacciati dalle loro terre e resi indigenti. Le foreste tropicali, le savane e le praterie sono state ripulite per piantare quelli che l’industria continua a chiamare “carburanti verdi”.

Quando si tenga conto degli impatti del disboscamento dei terreni e dell’utilizzo di fertilizzanti azotati, i biocarburanti producono più gas serra dei combustibili fossili. Il Regno Unito, che afferma che metà dei biocarburanti venduti qui soddisfa i propri criteri di sostenibilità, risolve il problema escludendo le emissioni di gas serra causate dal cambiamento di utilizzo dei terreni. I suoi criteri di sostenibilità sono, pertanto, privi di valore.

Persino i biocarburanti di seconda generazione, prodotti utilizzando gli scarti dei raccolti o del legname, sono un disastro ambientale, o perché estendono le aree coltivate o perché rimuovono la paglia e le stoppie che proteggono il suolo dall’erosione e conservano nel terreno il carbonio e i nutrienti. La combinazione di biocarburanti di prima e seconda generazione – incoraggiando gli agricoltori ad arare i terreni e a lasciare il suolo nudo – e di estati calde potrebbe creare le condizioni perfette per una nuova desertificazione.

Il nostro governo sa tutto questo. Uno dei suoi stessi studi dimostra che se l’Unione Europea smettesse di produrre biocarburanti, la quantità di oli vegetali da essa esportati nei mercati mondiali crescerebbe del 20% e la quantità di grano del 33%, riducendo i prezzi mondiali.

Preparando il vertice del primo ministro sulla fame di domenica, il dipartimento dello sviluppo internazionale ha sostenuto che, con una popolazione crescente, “il sistema della produzione alimentare dovrà essere radicalmente riorganizzato, non solo per produrre una quantità maggiore di cibo ma anche per produrlo sostenibilmente ed equamente per garantire che i più poveri abbiano accesso al cibo di cui necessitano.” Ma un altro dipartimento governativo – i trasporti – vanta sul suo sito web che, grazie alle proprie politiche, gli automobilisti del nostro paese hanno ora utilizzato 4,4 miliardi di litri di biocarburanti.

Di questi, il 30% è stato prodotto riciclando olio da cucina. Il resto è costituito da 3 miliardi di litri di energia raffinata strappata dalle bocche della gente che Cameron afferma di star aiutando.

Alcuni di quelli cui il governo sta ora estendendo i suoi “interventi nutrizionali” possono essere stati fatti morir di fame dalle sue stesse politiche. In questo e in altri modi David Cameron, con il sostegno inconsapevole di vari eroi dello sport, sta offrendo elemosine, non giustizia. E quella non è una base per liberare i poveri.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/must-the-poor-go-hungry-just-so-the-rich-can-drive-by-george-monbiot

Originale: guardian.co.uk

15 agosto 2012, traduzione di Giuseppe Volpe

http://znetitaly.altervista.org/art/7082

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