“Non basta cacciare il regime senza un vero cambiamento” – Angelo Aquaro intervista Noam Chomsky

Sharp: la Primavera araba resta una conquista

NEW YORK — L’uomo che combatteva con Albert Einstein per la pace guarda alla Siria e dall’alto della sua storia guarda ovviamente più in là. «Accadde lo stesso in Russia: la rivoluzione del 1905» dice Gene Sharp, 84 anni, il padre della Primavera Araba, l’uomo che la Cnn ha definito «l’incubo peggiore dei dittatori», il professore finito in galera a 30 anni per l’obiezione alla guerra di Corea, l’autore di veri e propri manuali (“198 metodi di azione nonviolenta”) che hanno ispirato le rivolte di mezzo mondo, dalla Serbia di Slobodan Milosevic all’Egitto di Hosni Mubarak.

«Allora, nel 1905, l’esercito dello zar sparò sui soldati che avevano disertato. Un massacro. Ma poi a disertar furono gli stessi soldati che spararono sui disertori. Qui invece il grande errore dei militari in rivolta è stato di rivoltare le armi contro gli stessi compagni: dando il via a una guerra civile che il regime è stato pronto a schiacciare».

Ma perché in Siria sembra tutto così più complicato?

«La prima difficoltà è nelle differenze etniche e nella natura del regime. C’è una lunga storia di crudeltà estrema e di massacri di centinaia di migliaia di persone: e ciononostante la protesta nonviolenta è andata avanti con straordinaria disciplina. Ma eccoci al secondo punto: non si aiuta la rivoluzione prendendo le armi, il regime ne ha sempre di più».

Qui in America crescono le critiche a Obama: sta lasciando affogare la Siria nel sangue. Perché il mondo non interviene come in Libia?

«Quell’intervento è stato un errore. Credete davvero che la Nato e gli Usa abbiano salvato la popolazione? Le vittime in Libia sono state immense».

Scusi professore: ma lei crede davvero che i movimenti spontanei, da soli, possono far cadere regimi che lei stesso definisce sanguinari?

«Ma l’Arab Spring non è stato per niente un movimento spontaneo. Qui in Occidente abbiamo una falsa percezione ma lì la gente ha studiato, pianificato, s’è preparata per anni: altro che spontaneo. Ma sono battaglie che non si vincono all’istante. Richiedono tempo. Pianificazione».

Insomma un anno dopo e malgrado il caos dall’Egitto in giù lei pensa che l’Arab Spring resti un successo.

«Una conquista straordinaria: paragonabile alle battaglie dell’Europa dell’est, al successo della rivoluzione in Polonia, negli Stati baltici».

Quali rischi vede adesso?

«I soliti dei cambi di regime. Quelli che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: le élite militari che vogliono imporre il loro governo, per esempio. Per questo non basta ribaltare il regime: bisogna vigilare sostenere il cambiamento».

In un cable da Damasco trafugato da WikiLeaks si legge che la resistenza siriana studiava sui suoi testi: che contatti ha?

«Negli anni abbiamo ospitato diversi esponenti. Ma il centro Einstein non dà istruzioni e ogni paese è un caso a sé: non si può entrare nel merito di ogni singola lotta. Noi spingiamo all’azione: ma l’azione è loro».

Sulla Siria pesa l’incognita Iran. E di un intervento occidentale per impedire che si faccia l’atomica.

«In Iran spediscono chi protesta in galera anche con l’accusa di leggere i miei libri. Lì sì che temono la non violenza. Sanno di cosa è capace: è così che loro stessi hanno abbattuto lo scià. Sì, anche loro guardano alla Siria. Ma a costo di ripetermi: spetta all’opposizione calcolare anche questo e muoversi di conseguenza. Spetta a loro solo. Certo un intervento armato nel Golfo non aiuterebbe».

Ancora pochi anni i Fratelli Musulmani erano per l’America dei pericolosi sovversivi. Ora il segretario di stato Hillary Clinton siede al Cairo di fronte al presidente Morsi. C’è una lezione da trarne?

«I Fratelli Musulmani hanno rilanciato per anni sui loro siti i nostri manuali. Se avessero avuto intenzione, saliti al potere, di instaurare un regime, sarebbe stato folle mettere su Internet le istruzioni per abbatterlo. I Fratelli Musulmani sono stati continuamente travisati».

Albert Einstein scrisse l’introduzione al suo primo libro e una lettera per denunciare il suo arresto. A lui ha intitolato il suo centro. Che cosa direbbe lo scienziato pacifista guardando al mondo di oggi?

«Sto scrivendo proprio su questo il nuovo libro: il pensiero di Einstein su pace, guerra, giustizia sociale. Già allora diceva che quello di Gandhi era l’unico metodo da seguire. E sono convinto che rimarrebbe piacevolmente sorpreso a scoprire come sta cambiando il mondo anche nel suo nome».

Fonte: la Repubblica, martedì 31 Luglio 2012

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