Lorenzo Milani e l’obiezione di coscienza – Pietro Polito

Ricorrono quest’anno i quarant’anni dall’approvazione da parte del Parlamento italiano della prima legge sull’obiezione di coscienza n. 772, 15 dicembre 1972. Quest’articolo su Lorenzo Milani si inserisce in un lavoro per la costituzione di un archivio dell’obiezione di coscienza presso il Centro Studi Sereno Regis, da me coordinato e realizzato con la collaborazione di Marta Schiavolin, Valeria Tanas e Marcello D’Enrico. Ad esso ne seguiranno altri sull’obiezione di coscienza e su alcune figure come, per esempio, Aldo Capitini, Bruno Segre, Pietro Pinna. Il lavoro sull’archivio è preparatorio a una mostra sulle origini dell’obiezione di coscienza, con particolare riguardo all’esperienza di Pinna, che si terrà nella prima decade di dicembre 2012 presso la sede del nostro centro studi. 

Lorenzo Milani nasce a Firenze nel 1923 da una famiglia dell’alta borghesia fiorentina. La sua origine gli permette di trascorrere un’infanzia priva di assilli economici in un ambiente ricco di stimoli.

Nel 1930 si trasferisce con la famiglia a Milano dove rimane fino al 1942. Frequenta per due anni il regio liceo-ginnasio «Chiabrera», consegue da privatista la maturità classica presso il liceo «Berchet» e, dopo alcuni anni di studio privato, si iscrive nel 1941 all’Accademia di Brera per la pittura.

Nel 1933, quando la ventata di odio contro gli ebrei alimentata dal nazismo comincia a manifestarsi anche in Italia, i genitori Alice Weiss, ebrea, e Albano, indifferente al problema religioso, si sposano in chiesa e fanno battezzare i loro due figli, Adriano e Lorenzo.

Il «battesimo fascista» non lascia alcuna traccia nel giovane Milani. La sua conversione al cristianesimo avviene il 12 giugno 1943, quando con la cresima conferma liberamente la propria appartenenza alla Chiesa cattolica. Intanto, la famiglia è tornata a Firenze nel 1942: l’8 novembre 1943 entra nel Seminario maggiore di Firenze, dove rimane fino al 13 luglio 1947, quando viene ordinato sacerdote e destinato cappellano a San Donato di Calenzano.

A San Donato fonda la prima scuola popolare per i giovani operai e contadini. La scuola è imperniata sull’insegnamento della lingua concepita come uno strumento contro l’ignoranza.

Ben presto don Milani diventa un prete «scomodo». La sua scuola è frequentata da socialisti, comunisti e cattolici. A tenere le lezioni o le consuete conferenze settimanali chiama spesso professori atei. In quegli anni di contrapposizioni frontali l’atteggiamento di don Milani che rifiuta le distinzioni manichee tra bene e male affascina i laici e suscita scandalo tra i cattolici. A ragione il suo trasferimento a Sant’Andrea di Barbiana può essere chiamato «esilio».

A Barbiana don Milani arriva il 6 dicembre 1954 con le fedeli Eda e «nonna Giulia» che lo avevano seguito nel suo «esilio». «E lui continuò a fare quanto faceva prima», si legge in una testimonianza di Giorgio, il fratello di Eda. Don Milani si prodiga in mille iniziative a favore dei barbianesi, ma l’impegno centrale resta la scuola. Organizza prima una scuola serale frequentata dai giovani che desiderano emigrare e poi una scuola frequentata da ragazzi che altrimenti sarebbero stati impiegati nel duro lavoro dei campi.

Nell’aprile 1958 pubblica Esperienze pastorali, una severa critica delle istituzioni e dei metodi consolidati del cattolicesimo di allora. Il libro, attaccato da «La Civiltà cattolica», viene ritirato dal commercio per l’intervento della Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio.

All’inizio degli anni Sessanta don Milani interviene sul problema dell’obiezione di coscienza. L’11 febbraio 1965 un gruppo di cappellani militari della Toscana in un comunicato emesso in occasione dell’anniversario della conciliazione tra Stato e Chiesa aveva attaccato gli obiettori di coscienza, sostenendo che l’obiezione è un insulto alla patria e un atto di viltà. Così nasce la famosa Risposta di Don Milani ai cappellani militari: «Auspichiamo tutto il contrario di quello che auspicate voi» è la presa di posizione di don Milani che critica la dottrina dell’«obbedienza ad ogni costo». Rinviato a giudizio insieme al direttore di «Rinascita» Luca Pavolini, che aveva pubblicato la lettera, don Milani, gravemente malato, fin dal 1960 colpito dai primi sintomi del tumore, non riesce a partecipare al processo, ma la conferma del suo atteggiamento si trova nella nota Lettera ai giudici. Il processo, iniziatosi il 30 ottobre 1965, si conclude con l’assoluzione di Pavolini e don Milani. In appello, il 28 febbraio 1968, alcuni mesi dopo la morte del «prete ribelle» (28 ottobre 1967), i due vengono condannati per il «reato di obiezione di coscienza».

Nonostante la malattia, dedica gli ultimi anni della vita al suo vero amore: la scuola. La Lettera a una professoressa, apparsa nel maggio 1967, è l’ultimo atto d’amore per gli umili: al loro riscatto aveva impegnato la sua esistenza.

La visione milaniana dell’obiezione di coscienza poggia su una concezione della democrazia intesa come nonviolenza e come partecipazione.

Nella Lettera ai cappellani militari egli rivendica il diritto dei poveri a “combattere” i ricchi con “le uniche armi” che egli approva, “nobili e incruente”, vale a dire “lo sciopero e il voto”. Inoltre afferma con forza che la democrazia “rappresenta il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, libertà e dignità umana ai poveri”.

A mio avviso, il cittadino-obiettore di Milani può rappresentare un salutare richiamo in un’era in cui ci sentiamo sostanzialmente soddisfatti da quanto si è ottenuto sul piano dei diritti civili e del benessere materiale.

“Le nostre sono vive democrazie appagate e ripiegate sul presente”.

Sembra essersi realizzato il futuro preconizzato da Tocqueville nel 1840, “l’era del materialismo onesto”: poiché del domani non c’è certezza, i cittadini, si ingozzano di conforti, di beni, di ogni cosa, allegramente, spensieratamente, oltre ogni misura. (Mi ha colpito la notizia avuta da un’amica maestra che quasi tutti i 30 bimbi di una quarta elementare della “rossa” Toscana hanno ricevuto in dono un telefonino in occasione della loro prima comunione).

Così Tocqueville in La democrazia in America descrive in modo preveggente la nostra attuale condizione: il torto delle democrazie non è di “trascinare gli uomini a inseguire godimenti proibiti” ma di “assorbirli nella ricerca di godimenti permessi”. Per questa via, “si potrebbe benissimo stabilirsi nel mondo una specie di materialismo onesto, che non corromperebbe le anime, ma che le renderebbe molli e finirebbe per fiaccare, senza chiasso, tutte le loro energie”. (Cito da Id., Scritti politici, a cura di N. Matteucci, Utet, Torino, 1991, vol. II, p. 624).

Il cittadino obiettore di Milani si oppone tanto al cittadino appagato dei nostri tempi quanto al cittadino militante e ben rappresenta una possibile terza via tra la politica novecentesca e l’odierna anti-politica. Incarna l’idea del “cittadino sovrano”, il cittadino aperto ai valori, solidale con gli altri esseri umani, consapevole che gli uomini e le donne nascono per essere liberi.

L’obbedienza non è più una virtù – l’aureo libretto di Milani – ha rappresentato una sorta di rivoluzione copernicana: bisogna – qui sta la rivoluzione – “avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”.

Non si tratta di un generico invito alla ribellione, ma di un invito a “scavare nelle coscienze”, a “costruire insieme”, a lavorare per “una società in cui la forza si misura dalla capacità di accogliere e includere i più fragili, così come la tenuta di un ponte si misura dalla solidità del pilone più piccolo” (Luigi Ciotti).

Come scrive ancora Milani, “questo patto” che unisce la sovranità alla responsabilità individuale, è la condizione per cui si potrà dire che il progresso morale dell’umanità non è oscurato dal progresso tecnico.

 

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