Le diverse versioni sui fatti di Tremseh. «Massacro» o «attacco»? Media e Onu in confusione – Marinella Correggia

In scadenza il mandato di Kofi Annan: della guerra civile siriana tornerà a discutere il Consiglio di sicurezza. 

A pochi giorni dalla prossima discussione sulla Siria al Consiglio di Sicurezza (il 20 luglio scade il mandato dell’inviato dell’Onu Kofi Annan), gli organi dell’opposizione siriana denunciano, ripresi da tutti i media, «il più grande massacro di civili di tutta la crisi»: oltre duecento persone trucidate giovedì 12 luglio all’alba a Tremseh dalle forze governative dell’esercito e dalle milizie filogovernative shabiha.

Subito gli osservatori dell’Onu in attesa di recarsi sul luogo affermano – come l’opposizione – di aver visto segni di attacchi con elicotteri. Lo stesso fa Kofi Annan, confermando «intensi combattimenti con l’uso di artiglieria, carri armati ed elicotteri».

Presso i media mainstream e gli stessi social network questo episodio, tempistico come altri (vedi Houla e Karm Zeitoun), diventa «esercito siriano usa elicotteri e carri armati per massacrare i civili». I governi appartenenti al nutrito gruppo degli «amici della Siria» e che si autodefiniscono «comunità internazionale» si precipitano a condannare il regime e a chiedere azioni energiche. Lo stesso fa il segretario generale dell’Onu.

Il governo di Damasco dal canto suo respinge le accuse: si è trattato – sostiene – di un’operazione contro terroristi armati che avevano occupato il villaggio e ucciso diversi abitanti, e non sono stati usati né elicotteri né carri armati ma «solo» Rpg. Damasco parla di 37 combattenti e due civili uccisi nell’operazione, insieme a tre soldati.

Sarà difficile anche questa volta conoscere la verità sulle dinamiche e sulle responsabilità. Le testimonianze sono opposte a seconda di chi le raccoglie (scegliendo dunque i testimoni).

Ma stavolta da subito – ancor prima delle parziali verifiche dell’Onu – alcuni dubbi sulla natura dell’evento e sull’identità (civile o armata) degli uccisi oltre che sul loro numero si fanno avanti perfino presso la stampa mainstream. Secondo i dati raccolti dal New York Times, quella di Tremseh più che una strage di civili è stata una uccisione in massa di ribelli: uno scontro impari tra truppe siriane più numerose e ben armate e forze dell’opposizione in numero inferiore e dotate solo di armi leggere (ma come mai allora ci sarebbero stati “intensi combattimenti”?). Il quotidiano cita a suo supporto una serie di video e le liste parziali delle vittime da cui emerge che i morti sarebbero – tranne pochissime eccezioni, tra cui un bimbo di 6 anni – tutti uomini tra i 19 e i 36 anni, età normale tra i combattenti. Da Londra, lo stesso Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, da mesi «fonte» dei media, sostiene di avere un elenco di 103 vittime, il 90% dei quali giovani uomini ma senza alcuna donna. Altri esponenti dell’opposizione si discostano in fretta dalla cifra spaventosa di 200 vittime. Chi ne conferma 74, chi 20. Civili o armati? Un «attivista» chiamato Jafaar, citato dall’Afp, dice a Shams News Network (pro-insorti) che in maggioranza gli uccisi erano armati, salvo sette civili; l’«attivista» sostiene che il contrattacco dell’esercito nei confronti dei combattenti sia stato aiutato dalle milizie dei villaggi alauiti circostanti (ma non attribuisce loro massacri di civili).

Comunque, sabato 14 luglio la missione dell’Onu è poi entrata a Tremseh per indagare sugli eventi. E l’Onu stessa non parla più di «massacro» ma di «attacco» (http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=42479&Cr=Syria&Cr1=): «Sulla base di quello che gli osservatori hanno visto e di racconti di testimoni, l’attacco da parte dell’esercito era mirato a gruppi e case specifici, di disertori e attivisti». Ha poi concluso che sono stati usati artiglieria, mortai e armi leggere ma non ha più parlato di elicotteri o di carri armati. Quanto al bilancio dei morti, per l’Onu è tuttora più che incerto.

La verità appare complessa come le responsabilità, e lontana dalla versione unilaterale di tanti media e social network. Che fanno un giornalismo agli antipodi del concetto di «giornalismo di pace», introdotto negli anni 90 dallo studioso Johan Galtung per indicare «quando redattori, editori e invitati compiono scelte su cosa riferire e come riferire, che creano per la società nel suo complesso opportunità di considerare e valutare risposte nonviolente ai conflitti» (Simona Defilippi, Giornalismo di pace: cos’è e perché si contrappone alla pratica corrente, www.serenoregis.org/2009/12/giornalismo-di-pace.simona.defilippi/print). Fra i tanti principi, il giornalismo di pace è attento alle parole: ad esempio non usa il termine «massacro» (che è una strage intenzionale di inermi) quando invece gli uccisi sono persone armate.

 

il manifesto 2012.7.17 – http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120717/manip2pg/09/manip2pz/325915/

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