Breivik: Una parte di realtà norvegese (III parte) – Johan Galtung

E quella realtà è ambigua.

Da un lato un alto tasso d’immigrazione musulmana, e qualche conversione all’islam. E un alto tasso di tolleranza di razze e di fedi, che si insediano, acquisiscono la cittadinanza, molti che si integrano appieno; il loro norvegese e il rispetto per le leggi e i regolamenti impeccabile (a eccezione della violenza per motivi d’onore e la circoncisione femminile).

Dall’altro lato pochissimo dialogo interreligioso mosso da rispetto e curiosità, ancor meno reciproco apprendimento. L’ipotesi è che gli immigranti abbiano molto da imparare. E poi la Norvegia partecipa a coalizioni sotto la guida USA, basate sulla NATO, che, quand’anche non si chiamino belliche, comportano che si uccidano musulmani in paesi musulmani da parte di soldati occidentali, compresi i norvegesi (quanti è segreto militare).

Il primo punto è una Norvegia rispettosa su immigrazione e tolleranza; il secondo punto è una Norvegia carente nel dialogo fra le civiltà e nella risoluzione dei conflitti. Forse la peggior combinazione possibile; che espone la Norvegia a qualcosa che non è preparata a trattare.

Immaginiamo una Norvegia isolata, niente immigrazione, né partecipazione di sorta a guerre contro paesi musulmani, avallate o meno da risoluzioni ONU. Nulla che inneschi l’astio di Breivik per il partito Laburista in Norvegia. Avrebbe potuto concentrarsi invece su qualche altro paese per la sua vocazione a difendere razza e culture. Ma quella sarebbe una Norvegia che ben pochi vorrebbero.

Immaginiamo una Norvegia positiva – con disuguaglianze e solitudine in aumento – in dialogo con i musulmani forti nello stare assieme e nel condividere. Questo potrebbe ringiovanire la “chiesa del suicidio”?  Il venerdì per le moschee, la domenica per le chiese, il sabato per dialoghi spirituali? E l’Afghanistan: mediare fra islamismo e occidentalismo violenti, esplorare che cosa vogliono gli USA, i taliban e gli altri, smorzare la polarizzazione-escalation; risolvere il conflitto, come con un Afghanistan neutrale in una comunità dell’Asia Centrale? E rendere consapevole la gente di come la polarizzazione eroda la loro razionalità.

Una Norvegia isolata è irrealistica ma non una Norvegia più positiva che potrebbe risultare a lungo termine dal 22 luglio. Le chiese vuote e le moschee piene testimoniano l’incapacità della tradizione cristiano-umanista di reagire alle sfide cercando nuove sintesi aldilà della propria civilità. Alternative: il declino e la caduta. Viviamo in un mondo che va globalizzandosi e dobbiamo imparare gli uni dagli altri.

Una Norvegia più positiva ci avrebbe salvato – noi e il mondo – da un Breivik? Una vittima della triplice polarizzazione – con le idee ricorrenti di tradimento interiore e una vocazione ad agire – né del tutto pazza né del tutto normale, la falsa dicotomia offerta dal processo giudiziario?

Difficile a dirsi. Ciò potrebbe aver stimolato la sua difesa estremista della sua Norvegia indigena, culturalmente cristiana-conservatrice, razzialmente dagli occhi azzurri e capelli biondi. Si deve anche far notare che, lungi dal combattere la polarizzazione, egli l’ha usata, stimolato dalle forze da essa scatenate in lui stesso per uccidere i “traditori”. Come una paese in guerra usa la propaganda, così i soldati si riducono a robot con droghe e giochi. E oltre a questo, ha usato la polarizzazione politicamente, sperando in forti reazioni contro l’estrema destra; tanto forti da rimbalzare in difesa della propria razza e cultura. Come la RAF-Royal Air Force sperava in Germania.

Ma avrebbe anche potuto evitare un Breivik. La sua narrativa sembra confermare che agiva da solo; si possono trascurare altre ipotesi (islamisti, il Mossad tirava le fila, ecc.). Immaginiamo una Norvegia oltre le culture dove semplicemente si vive fianco a fianco sviluppandosi in qualcosa di nuovo e affascinante. Immaginiamo una Norvegia dove s’insegna alla gente l’igiene del conflitto, che cosa gli causano conflitto e polarizzazione, come si può evitare di pensare solo in bianco e nero, e imparare a pensare e praticare soluzioni anziché violenza. Immaginiamo una Norvegia che mette ciò all’opera nel confronto Occidente contro Islam. Un Breivik, intelligente, avrebbe potuto trovarlo più attraente che uccidere, ma avrebbe potuto diventare anche più disperato.

Bisogna identificare i Breivik, per dei dialoghi profondi.

La Norvegia ha ora un problema esistenziale come ce l’aveva un tempo con Knut Hamsun (scrittore norvegese, premio Nobel per la letteratura, manifestò simpatie per il nazismo, ndt): come può venir fuori una persona del genere fra noi? Contraria alla nostra auto-immagine di “nazione di pace”? Una scappatoia semplice è dichiararlo malato di mente; espungere la forza d’urto da ogni messaggio, segregarlo, infliggergli trattamenti sanitari.

Un altro modo è concentrarsi di più sulla sofferenza delle vittime e di chi patisce il lutto e meno su un incomprensibile malfattore. Ci sono stati atti di estrema bellezza e compassione. Ma erano anche fughe da una realtà di vittime e terrorismo. Le cose peggiorano?

Breivik è politicamente al centro di un triangolo: nazionalismo-razzismo con [elementi di] cristianesimo evangelico, sionismo – suo ideale spesso citato – e islamofobia. In Norvegia, come in USA, c’è da tempo un forte nesso fra i primi due; un aiuto a rimpatriare gli ebrei. Il sionismo intransigente è effettivamente in contrasto con l’Islam. Ci sono intense forze islamofobe e nuove alleanze con cristiani fondamentalisti. Il triangolo sarà rafforzato, in parte grazie a Breivik, pur non citabile.

Non necessario. Il tribunale gli ha fornito un podio donde propagare le sue opinioni, a livello nazionale e internazionale. Ovviamente ha il diritto di dire la sua versione, il ‘che cosa’ e il ‘perché’. Ma aveva confessato e particolari orribili aggiungevano poco al peggiore misfatto della storia norvegese. Il processo a porte aperte avrebbe potuto essere contenuto a una settimana. E l’incapacità di ambo i versanti della compagine psichiatrica di riflettere su che cosa faccia alla gente la polarizzazione del conflitto politico non è argomento giudiziario.

Speravano in un tracollo, nel peccatore pentito in ginocchio come terza via d’uscita? Può anche accadere un giorno, ma non in un tribunale che mobilita e ricompensa la sua energia conflittuale. Merita la maggior punizione disponibile in Norvegia, senza accesso a un podio. Una morte sociale.

E la Norvegia deve affrontare quanto è successo.

Frattanto gli afghani in lutto soffrono, come quelli norvegesi; sia che l’uccisione goda di legittimità ONU o democratica. Senza compensazioni, come ci saranno per le numerose vittime di Breivik.

 

16 luglio 2012

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: Breivik: A Part of Norwegian Reality (Part III)

http://www.transcend.org/tms/2012/07/breivik-a-part-of-norwegian-reality-part-iii/

 

Una replica a “Breivik: Una parte di realtà norvegese (III parte) – Johan Galtung”

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