Rivoluzioni S.p.A. Chi c’è dietro la primavera araba – Nanni Salio

Alfredo Macchi, Rivoluzioni S.p.A. Chi c’è dietro la primavera araba, Alpine Studio, Lecco 2012, pp. 301

Difficile da sciogliere il “mistero” delle primavere arabe, presto diventate autunni e addirittura inverni. Si è passati rapidamente dall’euforia della nuova stagione di lotte nonviolente, che ricordavano il mitico 1989, all’irrompere delle guerre in Libia, Siria, Yemen, Bahrein e alla minaccia ben più ampia e pericolosa verso l’Iran.

Si susseguono anche studi, reportage, blog di “esperti” più o meno improvvisati. Il libro di Alfredo Macchi pur scritto con taglio giornalistico, ma con un ampio apparato di note e di riferimenti per chi voglia approfondire ulteriormente, ha il pregio di mantenere aperta la problematicità delle interpretazioni, senza cadere in giudizi affrettati che vengono facilmente smentiti dagli eventi.

Per chi, come noi, si occupa soprattutto degli aspetti legati alle lotte nonviolente, è centrale il capitolo 2, “La diplomazia ‘quango’ di Washington”, dove il termine “quango” (che, confesso, non conoscevo, ma c’è sempre da imparare!) sta per “quasi-autonomous NGO”.

Da tempo, c’è un dibattito acceso sulle “rivoluzioni colorate” (Serbia, Georgia, Ucraina,…) , sul ruolo che vi hanno avuto i movimenti di base, tra i quali spicca Otpor (resistenza! Movimento di opposizione anti-Milosevic sorto nel 1998), e le tecniche di azione e lotta nonviolente ispirate ai lavori di Gene Sharp, utilizzate anche nelle prime fasi delle primavere arabe soprattutto in Egitto.

L’analisi condotta da Macchi è molto documentata e i giudizi, come già detto, ponderati. Ma la questione rimane tuttora aperta. Gran parte di coloro che sono intervenuti in questo dibattito si sono limitati a leggere, o a citare, il libricino di Sharp tradotto in italiano con il titolo “Come abbattere un regime” (Chiarelettere, Milano 2011), dove l’autore rinvia ai suoi lavori più completi, che risalgono a quasi quarant’anni prima e che noi abbiamo tradotto sin dagli anni 1980 (La politica dell’azione nonviolenta, EGA, Torino, 3 voll; edizione fuori commercio, disponibile presso il Centro Sereno Regis e/o il Movimento Nonviolento di Verona), ma che ben pochi dei critici hanno letto.

L’accusa rivolta a Sharp, che lui ha respinto in più occasioni, ricevendo solidarietà da molti attivisti e dallo stesso Noam Chomsky, è di ricevere finanziamenti da organismi governativi USA, sino a un possibile coinvolgimento della CIA. Lasciando allo stesso Sharp e ad altri il compito di rispondere a queste critiche (si veda: “Gene Sharp: A Dictator’s Worst Nightmare”, http://edition.cnn.com/2012/06/23/world/gene-sharp-revolutionary/index.html), qui ci limitiamo a osservare che il dibattito sul lavoro di Sharp risale a molto prima, da parte di autori impegnati da tempo nel campo della ricerca per la pace e della nonviolenza (si vedano: Brian Martin, Gene Sharp’s Theory of Power, Journal of Peace Research, vol. 26, no. 2, 1989, pp. 213-22 ; Thomas Weber, Nonviolence Is Who? Gene Sharp and Gandhi, Peace & Change, Volume 28, Issue 2, pages 250–270, April 2003).

Il punto centrale della questione è se siano sufficienti i mezzi nonviolenti, oppure se sia necessario che sia i mezzi sia i fini siano nonviolenti. La risposta è scontata, ma non per tutti. L’approccio di Sharp è volutamente, e dichiaratamente, pragmatico: la lotta con mezzi nonviolenti come primo passo verso altri obiettivi, che gli stessi movimenti e attivisti debbono definire. Al pari della democrazia (meglio contare le teste che tagliarle) l’approccio minimale di Sharp è: “meglio la lotta nonviolenta che quella violenta”.

Se la CIA e il Dipartimento di Stato USA si siano “convertiti” alla nonviolenza pragmatica è ovviamente assai dubbio, ma al tempo stesso non dovrebbe stupire che essi usino “tutti i mezzi necessari”, compresi quelli che le lotte nonviolente possono mettere a disposizione, per raggiungere i loro obiettivi di dominazione imperiale.

Sta a noi tutti evitare di cadere nella trappola. Come si vede c’è ancora molto lavoro da fare!

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