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Il mio Berlinguer – Pietro Polito

luglio 5, 2012 Versione stampabile

Nella mia vita di più che cinquantenne ho avuto l’opportunità di ascoltare Enrico Berlinguer a Torino in due occasioni. La prima nel 1976 in piazza San Carlo durante la campagna elettorale che in giugno vide la più grande avanzata elettorale del Partito Comunista italiano, la seconda nel 1978 o 1979 al Palazzetto dello sport.

Ricordo come la sua figura emanasse un fascino che catturava l’attenzione, con quel filo di voce che dava sicurezza in contrasto con il corpo esile, fragile eppure di una forza insospettata; lo sguardo serio, quasi sofferente, ma non triste; un’oratoria non da comizio, una conversazione da uomo di studi più che da capo di partito.

Del discorso di Piazza San Carlo mi è rimasta impressa la parte finale dedicata ai radicali, perché non ero e non sono d’accordo con il giudizio comunista sul partito radicale. Secondo me, i radicali hanno dato e per alcuni versi continuano a dare un contributo importante al rinnovamento civile di questo Paese.

Dell’altro discorso ricordo una frase pronunciata dal Segretario generale che è poi diventata una delle più celebri definizioni che siano state date del Partito Comunista italiano: un partito conservatore e rivoluzionario.

In entrambi i discorsi Berlinguer parlò come il capo dei comunisti.

Non è questo il mio Berlinguer.

Il mio Berlinguer è il capo politico italiano che parlando al suo Partito seppe parlare al Paese intero, interpretando l’esigenza diffusa nella parte migliore degli italiani di una rinnovata moralità individuale e pubblica. Quando nel 1975 alle elezioni amministrative e nel 1976 alle elezioni politiche tra gli allora giovani che hanno esercitato per la prima volta il diritto di voto, tanti di noi che hanno scelto il partito di Berlinguer non lo hanno fatto per sostituire il sistema di potere democristiano con un altro sistema di potere comunista: hanno dato la loro fiducia al “partito dalle mani pulite” (una fiducia che per molti versi si è rivelata mal posta).

Il mio Berlinguer è il leader comunista italiano eretico rispetto al movimento comunista internazionale. A distanza di 35 anni è ancora viva in me l’emozione che provai nel leggere sul “Corriere della Sera” il riassunto del discorso tenuto da Berlinguer a Mosca, il 3 novembre 1977, in occasione della celebrazione del LX anniversario della Rivoluzione d’ottobre. Un discorso storico. Da un libretto di documenti Berlinguer. Attualità e futuro, pubblicato da “l’Unità” del 1989 con una breve presentazione di Massimo Dalema, “Il comunismo di Enrico Berlinguer”, riprendo il brano fondamentale di quel discorso: “La democrazia è oggi non soltanto il terreno sul quale l’avversario di classe è costretto a retrocedere, ma è anche il valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista”. Questo Berlinguer, nel tempio della rivoluzione mondiale che pretendeva di stare costruendo una civiltà superiore alla civiltà democratica, fa definitivamente piazza pulita di un’illusione troppo a lungo alimentata e coltivata e che troppi danni ha creato e continua a creare.

Il mio Berlinguer è quello oggi più dimenticato, il Berlinguer del “rigore”, della “guerra allo spreco” divenuta una necessità irrinunciabile da parte di tutti, in una sola parola il Berlinguer dell’austerità, da lui considerata un “imperativo” a cui oggi non si può sfuggire.

Spiace la memoria corta dei suoi eredi e la miopia politica di una sinistra che non ha il coraggio di sostenere con forza una “politica di austerità”. Spiegava Berlinguer a Roma, nel gennaio 1977: “Una politica di austerità non è una politica di tendenziale rinnovamento verso l’indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo quello di instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova”.

E ancora: “L’austerità per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci siamo abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della qualità e della umanità della vita. Una società più austera può essere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana”.

Una politica di sinistra oggi dovrebbe opporre all’austerità dei conti, imposta dalle banche centrali e dai potenti di turno, l’austerità delle persone che rispettano le leggi e che si sentono solidali con le sorti del Paese. Questa austerità ha una finalità sociale e contribuirebbe a moralizzare la vita pubblica.

 

 



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