Dalla Westphalia alla Weltinnenpolitik – Johan Galtung

Rendiamo onore a un grande tedesco e cittadino del mondo, Carl Friedrich von Weizsäcker, nato 100 anni fa, e alla sua idea rivoluzionaria di una Politica Interna Mondiale, la Weltinnenpolitik. Come potrebbe essere? Ma prima alcune parole su Carl Friedrich von Weizsäcker scambiate fra noi in diversi incontri del WOMP, il World Order Models Project, brillantemente concepito e organizzato da Saul Mendlovitz, che manda i suoi saluti, e Richard Falk, suo rappresentante europeo insieme a Carl Friedrich von Weizsäcker e al sottoscritto. E anche in quanto von Weizsäcker è con me un membro del Max Planck Institute: ha quasi 20 anni più di me ed è come un padre, un fratello e un collega.

Abbiamo discusso di epistemologia, reciprocamente curiosi di sapere come pensavamo, e non solo che cosa pensavamo. Epistemologia occidentale aristotelico-cartesiana, con atomizzazione e teorie dedotte da assiomi in ripide strutture piramidali, spesso riportate a schemi matematici. E in contrasto l’approccio taoista, olistico e dialettico, per il quale tutto è yin e yang, vero e falso, buono e cattivo. Mondo diversi, e diversi modo di guardare al mondo. Carl Friedrich von Weizsäcker stava lavorando a uno schema piramidale con un assioma al vertice, das Ur, l’origine, la dicotomia 0,1. Un’apertura verso est, come il Dao de ching in cui il Dao è a un tempo ciò che è e ciò che non è. Il mondo ha bisogno di entrambi gli approcci, non di un monopolio locale.

Il mondo come sistema di stati, il sistema Vestfalia del 24 ottobre 1684, sta giungendo al termine. Un holon pieno di contraddizioni. Per cui la guerra era un diritto (se dichiarata) e il perseguimento degli interessi della nazione dominante in ciascuno stato era la regola. Con le colonie gli europei conquistarono terre e persone; e come imperi comandarono attraverso le elite locali. Una grande contraddizione che portò molti imperi al collasso dopo la Seconda Guerra Mondiale, come l’impero sovietico nel 1990-2; ora rimane solo l’impero degli Stati Uniti, anch’esso in declino.

Le Nazioni Unite sono oggi formate da 193 stati, forse 200 in tutto. E forse da 2.000 nazioni, realtà legate dalla stessa lingua e la stessa religione, una storia condivisa e un’appartenenza geografica. Lo stato è un pezzo di territorio; la nazione è idioma e fede, tempo e spazio. Identità.

Le guerre fra stati stanno svanendo insieme al sistema degli stati, mentre cresce la violenza delle nazioni che vogliono il loro posto al sole. Con solo 20 stati nazione e 180 stati multinazionali, questa contraddizione sta erodendo gli stati stessi. Le ovvie soluzioni, federazioni con autonomia nazionale e confederazioni e comunità che superano i confini si stanno formando con estrema rapidità e molto spargimento di sangue. Solo quattro stati sono federazioni di più nazioni con ragionevole livello di equità fra le nazioni: le madri di tutte queste sono indubbiamente la Svizzera e il Belgio, e poi c’è l’India con il suo federalismo linguistico, e la Malesia.

Ma anche le autorità locali vogliono un posto al sole, e potrebbero essercene due milioni, e così vale per le ONG: un mondo in cui regna la diversità umana riconoscerà clan e tribù, non solamente le organizzazioni occidentali di volontariato. Molte di queste si battono per i diritti di alcuni gruppi, altre per la natura e il suo diritto alla sopravvivenza.

Partendo dall’alto la regionalizzazione sta assorbendo gli stati, ad eccezione di quelli più grandi come la Russia, la Cina, l’India e forse gli Stati Uniti e l’Indonesia. Ma quest’ultima fa già parte dell’ASEAN- Association of Southeast Asian Nations, e poi ci sono la SAARC- South Asian Association for Regional Cooperation, l’AU-Unione Africana, and l’EU-Unione Europea. L’America Latina con i Caraibi ci sta arrivando con rapidità, l’OIC è stato promosso dall’Organization of the Islamic Conference a Organizzazione per la Cooperazione Islamica, e l’Asia orientale troverà presto una sua forma, con o senza il Giappone.

Sono molto forti, some lo sono le società transnazionali, soprattutto quelle finanziarie, che speculano con i soldi altrui. Non altrettanto forti sono le Nazioni Unite, azzoppate dalla decadenza dell’imperialismo anglo-americano, ma con molto da costruire se verrà abolito il diritto di veto e verrà creata un’Assemblea dei Popoli delle Nazioni Unite eletta tramite elezioni libere e giuste, e se le Nazioni Unite si sposteranno da Manhattan a un ambiente più rappresentativo come ad esempio Hong Kong.

Le contraddizioni sono importanti: identificano gli attori che muovono il mondo, il momentum per una politica interna mondiale. Il messaggio è rispettare le identità nazionali se si rispettano a vicenda, costruire a partire dal locale e dalle ONG, rispettare le regioni come blocchi a partire dai quali costruire e rafforzare le Nazioni Unite.

E, banale speculazione è renderlo illegale mentre si continua il lavoro guidato dalle Nazioni Unite per la responsabilità sociale delle aziende. E questo ci porta a domandarci: esiste un paese che possa fare da modello al mondo?

Esiste, è la Svizzera. Quattro nazioni con eguali diritti, democrazia diretta legata alle comunità locali: ve ne sono 2.300 tra 26 cantoni. Eguaglianza ragionevole. La prova è la sua longevità: più di 700 anni.

Ma la politica interna mondiale ha bisogno di creatività, non di imitazione.

Per l’economia dovremmo iniziare a pensare in termini di un salario minimo di sopravvivenza per i 7 miliardi di persone che abitano il pianeta, facilmente finanziato attraverso il denaro ora sprecato in spese militari e speculazione: in forma di sussidi per i beni di prima necessità e di denaro, che liberino gli esseri umani dalla miseria e la morte e affinché possano rivolgersi a obiettivi più spirituali.

Per gli aspetti militari dovremmo pensare al disarmo e a una polizia mondiale, a una cultura della risoluzione dei conflitti che sia come una cultura dell’igiene. La violenza è il momentum di un conflitto non risolto e di un trauma con il quale non c’è stata riconciliazione. La strada è il dialogo: empatia, creatività, nonviolenza ne sono le forze trainanti.

Per la cultura abbiamo di fronte a noi una sfida meravigliosa: selezionare coraggiosamente il meglio di tutte le culture ed essere coraggiosamente eclettici in molti modi, diversi e simbiotici.

E per la politica del decision-making: democrazia, aggiungendo il dialogo-arricchimeto-consenso al modello occidentale di dibattito-voto-maggioranza. Aggiungendo i diritti umani collettivi delle nazioni, delle autorità locali e delle ONG ai diritti umani come intesi dall’Occidente. Aggiungendo al dominio della legge occidentale un’attenzione verso gli atti di omissione che equivalgono ad azioni commesse. E unire il processo decisionale mondiale (le Nazioni Unite non sono riformabili in un contesto su Regioni Unite?) con il vecchio sistema statale, che guida la democrazia a livello locale. A livello della vita delle persone, che sanno dove la scarpa fa male, è possibile gestire i problemi ambientali in modo diretto con la localizzazione, non solo con la globalizzazione dei cicli economici.

È una grande sfida, ma è fattibile. E se per il 24 ottobre del 2048, compleanno delle Nazioni Unite, si riuscisse ad avere un sistema di Weltinnenpolitik alla Weizsäcker?

 

2 luglio 2012. Discorso tenuto alla Federazione degli Scienziati Tedeschi – Berlino, Germania

Traduzione di Laura Coppo per il Centro Studi Sereno Regis

 

Una replica a “Dalla Westphalia alla Weltinnenpolitik – Johan Galtung”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *