Cinema – Detachment – Recensione di Enrico Peyretti

Detachment – Il distacco. Un film di Tony Kaye. Con Christina Hendricks, Adrien Brody, James Caan, Lucy Liu, Bryan Cranston. Titolo originale Detachment. Drammatico, durata 97 min. – USA 2011. – Officine Ubu

Una umanità malvagia, imbarbarita, si riflette nel liceo peggiore di una oscura cittadina statunitense: i ragazzi, semi dell’albero, sono avvelenati come l’albero. Il violento turpiloquio a cascata è la colonna sonora di un tale panorama. Il male c’è: chi lo fa e chi lo subisce. E chi se la cava con l’ironia, o si rassegna nell’impotenza. Ma compare la bontà, nel malinconico professore di letteratura Barthes, precario per un mese. Come dice Camus, distaccandosi da se stesso, e dai suoi dolori accumulati, si trova al centro del mondo, cioè può comprendere nell’animo i ragazzi violenti, le ragazze rovinate: Meredith, Erica.

La bontà non è una potenza, semmai una umiltà, nel fragile e solitario professore, ma è una vicinanza, senza paura (eppure lui di paure ne ha), e così la bontà salva: accetto te, non quello che ti fanno essere. Il vecchio padre di Barthes si porta via i mali più antichi, morendo umile e perdonato. Diventa padre anche Barthes, per questi ragazzi: non riesce a salvarli tutti, ma vede l’ostilità convertirsi in stima e nascere in loro un rispetto di sé stessi.

Come disse Paul Ricoeur, poco prima di morire, quando si fa il riassunto della vita: “Il male, per quanto radicale, non è così forte e profondo come la bontà!”. In questo film drammatico e crudo non c’è moralismo, non c’è religione, ma c’è questo. Perciò è cinema di vita e di scuola.

e. p.

 

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