La primavera araba e l’immagine dell’Islam – Johan Galtung

La Primavera multi-stagionale araba è la terza rivolta anti-imperialista araba in meno di un secolo: contro l’impero Ottomano, l’impero Occidentale italo-franco-inglese, e ora l’impero USA-israeliano. Gli imperi colpiscono in ritorsione. Gli Ottomani furono deboli, ma Inghilterra-Francia-Israele invasero perfino l’Egitto il 29 ottobre 1956 – all’ombra della rivolta ungherese contro l’impero Sovietico che crollò 23-25 anni dopo. E ora è il turno di USA-Israele nel cercare di mantenervi una struttura illegittima.

Questo il retroscena. In primo piano si tratta di [conflitto di] classe, che oppone i privi di potere in basso ai potenti in alto. La ricchezza scorre verso l’alto accelerata dalla corruzione; forze militari, di polizia e di polizia segreta proteggono le classi alte dalle rivolte; il processo decisionale è dittatoriale; tutto ciò che soleva essere giustificato dalla lotta contro il comunismo viene ora affastellato per la lotta all’islamismo.

Manco a dirlo, nei paesi arabi possono esserci dittature corrotte e brutali senza sostegno imperiale. Come nelle precedenti colonie – Libia-Palestina-Iraq-Libano-Siria – dove i confini furono tracciati indipendentemente dalle linee di faglia interne ed esterne, confidando che si potessero contenere con la sola forza tali conflitti “indigeni, tribali”. I loro successori ne seguirono le tracce, con dittature e forza bruta. Ma non tanto per l’Egitto e la Tunisia, che erano paesi antichi e ben stabiliti.

Ma l’imperialismo, a differenza della forza bruta, opera mediante élite locali che possono fare quel che vogliono alla propria gente fintanto che servano gli interessi imperiali. L’impero Ottomano era gestito da Istanbul; quello Occidentale si basava in parte su monarchi nel frattempo deposti. L’impero USA-israeliano si basa su più banali dittatori corruttibili e brutali.

Le rivolte hanno una superficie di lotta per la democrazia, sotto la quale si tratta di lotta contro i poteri che sostengono i dittatori, al di sotto di cui l’impero reagisce, contro la gioventù disoccupata e altri in cerca di dignità.

In Tunisia si è, forse, lasciato fare; ma non in Egitto, con una posta in gioco maggiore, come il flusso di denaro nei forzieri dell’élite militare grazie a Camp David.

In Libia, l’imperialismo Occidentale e USA hanno reagito colpendo affiancati.

In Siria, tutti e tre gli imperi stanno colpendo uniti in ritorsione.

In Bahrain, il lavoro fu lasciato all’Arabia Saudita. E così via.

Ma alla lunga gli imperi crolleranno e la gente prevarrà.

Ed eccoci alla domanda: qual è l’impatto delle rivolte arabe sul discorso in Europa riguardo all’ Islam, negli aspetti sia politico sia religioso? Come il discorso dei media sui musulmani in Europa? Finora l’impatto mediatico pare essere più in termini di geopolitica. Entro una banda relativamente stretta di riflessione la loro preoccupazione principale è stata che cosa ciò significhi per noi, vale a dire per USA, Israele, Occidente. Si sprecano poche parole per i milioni in lotta nonviolenta per la dignità con gravi azzardi, e il sostegno finanziario a Tunisia ed Egitto dopo che le rivolte avevano estromesso i dittatori è stato un’inezia in confronto a quanto speso riguardo alla Libia e altri paesi per preservare lo status quo strategico. Ogni giorno reca nuove congetture sull’Islam politico, molte delle quali focalizzate sulla Fratellanza Musulmana; ignorando che un loro dirigente fu messo a morte da Nasser. Si combatte per la democrazia e per un Islam, un’ummah, non sotto un velo di secolarismo occidentale. L’islam vuole un posto al sole.

Ma c’è un secondo registro del discorso, meno udible: non solo rivolta, ma nonviolenta. Il che solleva tre questioni: la nonviolenza è islamica?; funziona, per i senza potere contro i potenti?; e i musulmani in Europa faranno un giorno lo stesso con noi? In Francia non sono solo poveri musulmani controllabili provenienti da ex-colonie francesi; e la nonviolenza della non-cooperazione e disobbedienza civile sposta le montagne.

Si badi al discorso del coordinatore UE anti-terrorismo Gilles de Kerchove: di fronte a Mohamed Merah, francese di ascendenza algerina, che in otto giorni ha ucciso sette persone, fra cui tre bambini fra i 4 e 7 anni. È un “lupo solitario”, uno di forse 400 del genere in Europa, addestrato da Al Qa’ida.

De Kerchove ha tre approcci: criminalizzare chi ha frequentato campi d’addestramento islamisti (come si fa in Germania e Austria); registrare tutti i viaggiatori aerei da e per l’Europa; e poi misure preventive come politiche sociali, evitare la radicalizzazione di quelli catturati, e la sorveglianza dei siti web arabi. Meglio sarebbe stato una maggior pressione UE su USA-Israele per smantellare il terzo Impero, ma l’attuale diplomazia UE è probabilmente il massimo che sono disposti e in grado di fare.

Eppure c’è tanto che si potrebbe fare. C’è tutto un discorso oltre la nonviolenza negativa, quella positiva del “convertire, non coercire” di Gandhi, applicabile a chiunque quando i conflitti si fanno violenti. C’è un discorso oltre la tolleranza praticata in Europa fintanto che la fede non si rende troppo esplicita – hijab-niqab-burka o preghiera in spazio pubblico: è il dialogo, basato sul rispetto, la curiosità e il reciproco apprendimento. Come l’imparare dalla sharia che può essere una buona idea non prestare più del 30 per cento del proprio capitale. O dalla Turchia su come democrazia e ummah possono coesistere; un modello chiave di primavera araba.

L’Occidente ha molto da offrire, come la democrazia, i diritti umani, la tolleranza, ma è carente nella capacità di imparare da altri. 500 anni di colonialismo, eppure ancora quell’ignoranza moltiplicata per l’arroganza. Non è strano che ci sia proprio ora un’estate latino-americana col sorgere di proprie istituzioni, come in Cina e Russia. Fra poco la CELAC (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños) e la SCO (Shanghai Cooperation Organization) saranno note come l’OAS e la NATO. C’è sì un inverno africano, ma una primavera africana potrebbe non tardare. E c’è sempre qualche precoce primavera asiatica qua e là.

L’Europa ha diritto a limitare la sua immigrazione. Ma una volta lì, da cittadini, c’è un solo modo con i migranti: lo stato di diritto, i diritti umani e la democrazia. E la democrazia è ben più che solo elezioni: niente discriminazioni, tolleranza, trasparenza, dialogo delle civiltà, basato sul rispetto e un minimo di conoscenza, e l’impegno nel reciproco apprendimento.

L’alternativa? Un continuo declino e la caduta dell’Occidente.

11 giugno 2012

Colloquio al Centro Ricerche e Studi Avanzati di Bruxelles, Belgio

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: The Arab Spring and the Image of Islam

http://www.transcend.org/tms/2012/06/the-arab-spring-and-the-image-of-islam/

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