Gandhi in Occidente – Nanni Salio

Su Gandhi, come su molte delle grandi personalità che hanno attraversato la storia umana, si è detto di tutto. Da molti è stato osannato come il Mahatma, la «grande anima», mentre altri, nel suo stesso paese, lo hanno accusato di essere responsabile della partizione dell’India e di non aver denunciato con sufficiente forza la condizione dei paria, ossia dei senza casta1.

Da alcuni è stato visto come un eccentrico reazionario tradizionalista e conservatore che suscitava «una sorta di disgusto estetico»2 (Orwell), o come un “fachiro mezzo nudo” (Churchill). Ma a conclusione del suo saggio, Orwell afferma: «Se si guarda solo all’uomo politico, e lo si paragona agli altri politici della nostra epoca, che odore di pulito è riuscito a lasciare dietro di sé». (Che cosa dovremmo dire ai tempi nostri?). Albert Einstein, lo ammirò tanto da affermare che «le generazioni future faticheranno probabilmente a credere che un uomo simile si sia mai realmente aggirato in carne ed ossa su questa terra». E Aldous Huxley anticipò un giudizio che oggi appare quanto mai attuale «Prima o poi si verificherà che questo sognatore aveva i piedi ben piantati a terra, e che l’idealista è il più concreto degli uomini»3.

Questo apparente paradosso è confermato dalla letteratura su di lui: sterminata quella di natura più divulgativa; relativamente limitata quella costituita dagli studi dell’ambito prettamente accademico, soprattutto in Occidente4. Tra gli autori di lingua italiana è doveroso ricordare i lavori fondamentali di Giuliano Pontara, Teoria e pratica della nonviolenza (1996)5; L’antibarbarie (2006)6. E inoltre: Fulvio Cesare Manara, Unaforzachevita (2006)7; Antonio Vigilante, IlDiodiGandhi. Religione etica epolitica(2009)8. Infine, il libro conciso e utile di Enrico Peyretti, Esperimenticonlaverità (2005)9.

Gandhi fu ed è tuttora un ponte tra Oriente e Occidente. La sua vita si svolse in tre aree principali che lo misero in contatto con la cultura occidentale: Londra, Sudafrica, e infine la sua India.

Come osserva Vinay Lal, il rapporto di Gandhi con l’Occidente fu ambivalente: da un lato egli fu «un implacabile critico della moderna civilizzazione industriale»; dall’altro vi è una diffusa opinione da parte degli studiosi sul fatto che «Lev Tolstoj, Henry David Thoreau e John Ruskin esercitarono […] un’influenza profonda» su di lui, sebbene Einstein fosse dell’opinione che «Gandhi sarebbe stato Gandhi senza Thoreau e Tolstoj»10.

A proposito di interazione tra Oriente e Occidente si può dire che Gandhi sia stato tra i primi indiani la cui interpretazione del cristianesimo occidentale abbia avuto una vasta importanza pubblica. Egli diede una diversa lettura del «Discorso della Montagna» di Gesù, che lo portò a porsi il problema di «liberare l’Occidente dalle sue peggiori tendenze», quasi come una parabola della sua convinzione che una vittoria richieda di liberare sia il colonizzatore sia il colonizzato11.

Com’è avvenuto per altre grandi personalità, Gandhi fu una sorta di «attrattore». A mano a mano che si diffuse la conoscenza relativa alle lotte nonviolente di cui fu promotore, prima in Sudafrica e poi in India, cominciarono sia i primi studi sulla sua opera, sia l’arrivo da ogni parte del mondo di persone che intendevano conoscerlo direttamente. La sua corrispondenza personale, che conta migliaia di lettere, in un’epoca in cui non esisteva Internet, è impressionante e contribuì ulteriormente a rendere fruttuosa questa interazione.

Tra i primi libri sull’opera di Gandhi spicca quello di Richard Gregg. Avvocato specializzato in cause del lavoro, viaggiò in India negli anni Venti e si recò all’Ashram Sbarmati di Gandhi. Ritornò in India come osservatore della marcia del sale. Nel 1934 pubblicò ThePowerofNonviolence, in cui introdusse una potente immagine del metodo gandhiano che, con riferimento ad una nota tecnica delle arti marziali giapponesi detta “pratica fluida” che consiste nel far avanzare l’avversario sino al limite estremo colpendolo infine in modo fulmineo e formalmente “morbido”, chiamò «ju-jitsu morale»: concetto ripreso in seguito da Gene Sharp come «ju-jitsu politico»12.

Un altro suo importante contributo, che si richiama anch’esso all’esperienza gandhiana, è quello sulla semplicità volontaria: The value of voluntary semplicity, pubblicato in Pennsylvania nel 1936 nelle edizioni di un centro religioso quacchero di cui era membro.

Il lavoro di Gregg contribuì a far conoscere le tecniche dell’azione nonviolenta a un pubblico più vasto negli Stati Uniti e fece nascere nella popolazione afroamericana l’idea che potesse sorgere un «Gandhi nero» che li liberasse dalla violenza dell’apartheid e a chiedersi se fosse possibile lanciare un’azione di massa in stile gandhiano negli Stati Uniti per sfidare il razzismo13.

Di particolare importanza l’esperienza di alcuni religiosi americani. John Haynes Holmes, pastore della Community Church a New York. Sin dal 1915 si era dichiarato obiettore di coscienza alla prima guerra mondiale. Ma fu l’incontro con Gandhi, dapprima attraverso alcuni suoi scritti e poi direttamente, che lo portò ad assumere con maggiore coerenza e profondità l’impegno a favore di una spiritualità nonviolenta. Come egli stesso disse: «Quando penso a Gandhi; penso a Gesù». Memorabili alcuni dei suoi sermoni, dal 1921 agli anni Trenta che contribuirono efficacemente a far conoscere Gandhi negli ambienti cristiani degli Stati Uniti14.

Notevole anche l’opera svolta da Ralph Templin e Jay Holmes Smith, entrambi missionari metodisti in India da cui furono cacciati dal governo inglese perché accusati di lavorare a sostegno di Gandhi. Rientrati a New York fondarono l’«Harlem Ashram», che si richiamava alla semplicità e povertà volontaria gandhiana. Si deve a loro e ad altri indiani cristiani la teoria del kristagraha. Così come il satyagraha è “l’azione che si basa sulla forza della verità” (per ciò non costrittiva, nonviolenta), il kristagraha è l’azione che si basa sulla figura e sulla forza di Cristo15.

Il testamento di Gandhi

Il 19 settembre 2004 verrà ricordato come il giorno in cui la Telecom manda in onda su tutte le principali reti televisive nazionali uno spot, commissionato al noto regista Spike Lee, che ha come protagonista Gandhi, che pronuncia un suo famoso discorso, pochi mesi prima di essere ucciso, a Delhi, il 2 aprile 1947, di fronte a circa ventimila persone, durante la conferenza sulle relazioni interasiatiche. In un passo del suo discorso, egli osserva:

Si dice che la saggezza sia giunta all’Occidente dall’Oriente. E chi erano tutti questi saggi? Il primo fu Zoroastro, apparteneva all’Oriente. A seguire venne Buddha, anche lui apparteneva all’Oriente e precisamente all’India. E chi venne dopo Buddha? Gesù. Di nuovo anche lui veniva dall’Asia.
E poi cosa è successo? La cristianità arrivando in Occidente si è deformata. Mi dispiace dover dire questo, ma è la mia interpretazione dei fatti.

E continua riferendosi ancora esplicitamente all’Occidente:

Ma quello che voglio che capiate, se potete, è che il messaggio dell’Oriente, il messaggio dell’Asia, non può essere imparato attraverso gli occhiali dell’Occidente, attraverso gli occhiali occidentali. Non può essere appreso imitando i fili argentati dell’Occidente, la polvere da sparo dell’Occidente, la bomba atomica dell’Occidente.
Se volete di nuovo dare un messaggio all’Occidente, deve essere un messaggio di “amore”, deve essere un messaggio di “verità”. Ci deve essere una conquista (applausi). Per favore, per favore, per favore [non applaudite], questo interferirà con il mio discorso, e interferirà anche con la vostra capacità di comprenderlo. Voglio catturare i vostri cuori, non voglio ricevere i vostri applausi. Fate battere i vostri cuori all’unisono con quello che dico e, credo, avrò compiuto il mio lavoro. Perciò voglio che ve ne andiate di qui con il pensiero che l’Asia deve conquistare l’Occidente.

Poi, c’è stata la domanda che mi ha posto ieri un amico. Mi ha chiesto se credessi davvero in un mondo unito. Certo che credo in un mondo unito. E come potrei fare altrimenti, se sono un erede del messaggio d’amore che questi grandi, irraggiungibili maestri ci hanno lasciato?

Potete portare ancora quel messaggio, adesso, in questa epoca di democrazia, in quest’epoca di risveglio dei più poveri tra i poveri. Potete proporre di nuovo questo messaggio con la più grande forza. Allora voi, voi compirete la conquista dell’intero Occidente, non per vendetta per il fatto che siete stati sfruttati – e nello sfruttamento, naturalmente, voglio includere l’Africa, e spero che la prossima volta che vi incontrerete in India, ci sarete tutte; che voi nazioni sfruttate della terra vi incontrerete insieme, se a quell’epoca ci saranno ancora nel mondo nazioni sfruttate. Sono così fiducioso che se metterete insieme i vostri cuori – non soltanto le vostre teste, ma i vostri cuori – e capirete il segreto del messaggio che questi uomini saggi dell’Oriente ci hanno lasciato, e vi persuaderete che se noi davvero diventiamo, meritiamo e siamo degni di quel grande messaggio, allora la conquista dell’Occidente sarà completa, e lo stesso Occidente amerà quella conquista. Oggi l’Occidente anela alla saggezza. Oggi l’Occidente è disperato per la proliferazione delle bombe atomiche, perché una proliferazione delle bombe atomiche significa terribile distruzione, non soltanto per l’Occidente, ma del mondo intero, così che la profezia della Bibbia si avvererà e ci sarà un vero e proprio diluvio universale. Non voglia il cielo che ci sia quel diluvio, e che non ci sia per i torti dell’uomo contro se stesso. Sta a voi liberare il mondo intero, non solo l’Asia ma il mondo intero, da quella malvagità, da quel peccato. Questa è la preziosa eredità che i vostri maestri, i miei maestri, ci hanno lasciato16.

Lo spot della Telecom ha suscitato vari commenti critici perché dal testo di Gandhi sono stati omessi alcuni riferimenti importanti all’Occidente. Più complesse le valutazioni sull’efficacia comunicativa per la quale rinviamo a uno studio più ampio e specifico, qual è quello di Francesco Mangiapane17.

Qui interessa osservare, oltre all’evento mediatico e all’uso ormai diffuso di personaggi famosi come icone pubblicitarie, che ancora una volta Gandhi pronuncia una precisa critica all’Occidente che non ha perso nulla della sua validità.

Qualcuno lo ha definito, un po’ enfaticamente, il suo testamento, ma vedremo in conclusione che probabilmente il messaggio che meglio esprime la visione gandhiana, anch’essa di grande attualità, è il suo «talismano», ritrovato tra le carte che ha lasciato dopo la morte.

Gandhi e la nascita della peace research

In una conferenza tenuta a Delhi il 30 dicembre 2010, Johan Galtung inizia ricordando che quando «Gandhi fu ucciso poco lontano dal luogo in cui ci troviamo» ero «un giovane diciassettenne norvegese, piansi al sentire la notizia. Era accaduto qualcosa d’inaudito. Ma non sapevo veramente perché piangessi e ne volevo sapere di più. Chi era Gandhi? Diventai così uno studioso del suo pensiero, ispirato, come assistente e co-autore, dal lavoro seminale del compianto Arne Næss, estraendo dalle opere e dalle parole di Gandhi l’etica politica della sua azione, come sistema normativo»18. Il libro al quale si riferisce fu pubblicato nel 1955 in norvegese e successivamente tradotto e ripubblicato in inglese. A quest’opera, Galtung collaborò dalla prigione in cui scontò sei mesi di carcere come obiettore di coscienza e, come ricorda egli stesso, «La prigione non è un cattivo posto per riflettere su Gandhi: perché in qualche modo fa vedere la società da un’altra angolatura»19.

Questa precoce iniziazione alla nonviolenza costituisce anche uno dei fondamenti da cui è partito il lavoro che in seguito Galtung ha sviluppato portandolo a fondare, all’inizio degli anni Sessanta, i moderni studi di peace research di cui è tuttora uno dei più autorevoli esponenti.

Una decina d’anni dopo, Gene Sharp pubblica il suo famoso lavoro Politica dell’azione nonviolenta (1973)20 che verrà tradotto in decine di lingue e ispirerà gli attivisti dei movimenti per la pace e per la nonviolenza in ogni angolo del mondo. Anche il testo di Sharp è ispirato dalle lotte nonviolente di Gandhi, sebbene la sua impostazione sia volutamente di tipo pragmatico.

Questo lavoro, che è stato ignorato dal mondo accademico e politico per molti anni, nonostante fosse già stato alla base delle lotte nonviolente che dalle Filippine nel 1986 alla stagione del 1989 avevano ispirato molti movimenti in tutto il mondo, è diventato improvvisamente famoso in seguito alle «rivolte arabe» del 2011 seguite alle «rivoluzioni colorate»21.

L’eredità di Gandhi e la diffusione globale della nonviolenza

La storia del XX secolo può essere interpretata sia come l’esempio della massima violenza, sia come l’inizio di una nuova era, quella delle lotte nonviolente di massa. La documentazione su queste forme di lotta e sulla loro efficacia è impressionante, tanto da indurre un numero crescente di studiosi e di istituti di ricerca a sottolinearne la rilevanza strategica nel condurre lotte di liberazione, abbattere tirannie, ripristinare e difendere la democrazia, creare condizioni di vita più giuste e ridurre la violenza strutturale. Richard Falk22 non ha dubbi nel sostenere che «studiosi e accademici stanno sempre più considerando gli obiettivi dell’abolizione della guerra e della geopolitica della nonviolenza come gli unici fondamenti sostenibili dell’ordine mondiale». La letteratura su Gandhi e sulla sua eredità è sterminata e crescente: l’umanità è alla disperata ricerca di una via d’uscita dal vicolo cieco e dalla follia della guerra preventiva e permanente. Questa sua eredità appartiene sempre più a tutta quanta l’umanità e oggi viene raccolta da quel «Movimento dei Movimenti» che sta rinnovando le società civili nazionali trasformandole in una vera e propria società civile globale transnazionale23. Questa terza onda, di cui parla Michael Nagler24, è caratterizzata non solo dall’ampiezza dei nuovi movimenti che, dopo il 15 febbraio 2003, qualcuno ha definito la seconda superpotenza mondiale, ma dal concretizzarsi della capacità di intervento e interposizione nonviolenta in situazioni di conflitto acuto da parte di gruppi, organizzazioni, movimenti di base. È il sogno delle Shanti Shena, i corpi civili di pace che Gandhi immaginò di poter realizzare sin dagli anni Trenta. Ora questo sogno si sta concretizzando con le PBI (Peace Brigades International), con associazioni quali Global Exchange, The Ruckus Society, International Solidarity Movement che hanno la loro base negli Stati Uniti, con la rete internazionale delle Donne in nero e centinaia di altri organismi di base, capaci di intervenire attivamente nelle dinamiche conflittuali per prevenire la violenza, riconciliare dopo la violenza, interporsi durante la violenza25. Sino a giungere all’ambizioso progetto internazionale delle Nonviolence Peace Force, che si propone di realizzare un contingente permanente di duemila attivisti pronti a intervenire nelle varie aree del mondo, come già stanno facendo in Sri Lanka, Colombia, Palestina.

Antonino Drago ha scritto su ciò un’opera sistematica significativa: Le rivoluzioni nonviolente dell’ultimo secolo. I fatti e le interpretazioni (2010)26, a partire da una ricerca svolta da Stephan, Marie J. ed Erica Chenoweth27. Secondo gli autori, nel periodo dal 1900 al 2006, il 53% delle lotte nonviolente sono state efficaci, contro il 26% di quelle violente.

Sebbene la nonviolenza gandhiana si proponga obiettivi più ambiziosi della mera efficacia momentanea, è comunque importante conoscere le dinamiche sociali che stanno alla base delle lotte nonviolente, se non si vuole fallire sia sui mezzi sia sui fini.

Le Nazioni Unite e la giornata mondiale della nonviolenza

Gandhi non ha ricevuto il premio Nobel per la pace, ma in compenso le Nazioni Unite hanno istituito la «Giornata internazionale della nonviolenza», che viene commemorata il 2 ottobre, data della sua nascita. Promossa dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 15 giugno 2007 è stata celebrata per la prima volta il 2 ottobre 2007.

Nella risoluzione si chiede a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorare il 2 ottobre in maniera adeguata così da «divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica» e si ribadisce «la rilevanza universale del principio della nonviolenza» e «il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza».

Presentando la risoluzione all’Assemblea Generale, il Ministro degli Esteri indiano, Anand Sharma, ha dichiarato che l’ampio sostegno da più parti alla risoluzione riflette il rispetto universale per il Mahatma Gandhi e la rilevanza attuale della sua filosofia: «La nonviolenza è la più grande forza a disposizione del genere umano. È più potente della più potente arma di distruzione che il genere umano possa concepire».

Ma nessuno meglio di Johan Galtung poteva forse sintetizzare il pensiero di Gandhi, come ha fatto il 2 ottobre 2007 durante la prima Giornata Internazionale della Nonviolenza, nella sede della Nazioni Unite a New York.

Con la sua incisiva analisi sintetizza la «Lotta di Gandhi contro l’imperialismo in cinque punti»:

Punto 1: Non temere mai il dialogo.

Durante le sue lotte, Gandhi dialogava con chiunque, compreso il viceré di un impero che lui contrastava e ciò portò i suoi frutti.

Punto 2: Non temere mai il conflitto: è un’opportunità piuttosto che un pericolo.

Per Gandhi un conflitto era una sfida a conoscersi l’un l’altro, avendo qualcosa in comune e non restando indifferenti tra le parti. Egli preferiva la violenza alla viltà e il conflitto, la disarmonia, alla totale mancanza di relazione, ma preferendo ovviamente la nonviolenza del coraggioso e le relazioni armoniose.

Il conflitto può essere inteso come azione violenta tra attori-parti in gioco oppure come incompatibilità tra i loro obiettivi. La prima prospettiva porta al controllo di una o più parti e anche all’indebolimento-espulsione-sterminio. La seconda può portare alla soluzione del problema. Allora, come si possono conciliare gli obiettivi legittimi di tutte le parti? Può darsi che anche l’Altro abbia degli obiettivi legittimi? E che io, il sé, sia dalla parte del torto?

Un conflitto può essere considerato da chi è meno maturo e molto arrogante come occasione per imporsi, prevalere, «vincere». Oppure, da chi è più maturo, come occasione di auto-esame piuttosto che di censura dell’Altro, e di ricerca di una possibile nuova realtà nella quale si possano conciliare gli obiettivi legittimi di tutte le parti.

Punto 3: Impara la storia, o sarai destinato a ripeterla

Gandhi conosceva la storia degli inglesi e del loro impero meglio di taluni di loro, ma allo stesso tempo quella del suo paese, sia i fatti, sia la letteratura, egualmente importante (come il Mahabharata). Giunse alla conclusione che l’attitudine imperiale britannica alla gloria e al dominio dei mari (compresa qualche terra) doveva essere combattuta alla radice, intrecciando catene di nonviolenza nel cuore dell’Inghilterra. E così fece.

Punto 4: Immagina il futuro, o non ci arriverai mai

«Sii oggi il futuro che vorresti vedere domani» era il modo in cui Gandhi traduceva questo punto in non-cooperazione positiva e disobbedienza civile, svuotando le strutture oppressive, ma allo stesso tempo illuminando il futuro e preparando i satyagrahiper la pace positiva e la convivialità, non solo per il solito repertorio di convegni, risoluzioni e dimostrazioni.

La sua visione unitaria della lotta era: Invasori andatevene!, formula da ribadire in modo forte e chiaro. Ma essa andava oltre l’indipendenza, immaginando un mondo che potesse includere gli occupanti: più inglesi di oggi, ma come amici, su una base di eguaglianza!

Punto 5: Mentre combatti contro l’occupazione, pulisci anche casa tua!

Gandhi certamente faceva resistenza contro l’impero britannico e combatteva per lo swaraj, ma ciò non gli impediva di preoccuparsi dei mali della sua Madre India, quali l’intoccabilità (o totale rifiuto di qualsiasi contato o relazione con i senza casta, i paria, i più poveri di tutti), la discriminazione delle donne, la miseria e la crescente divisione tra indù e musulmani. Alla fine quest’ ultima provocò la ripartizione del Paese, che, con il disastroso cambio dei confini proposto dall’ultimo vicerè, Lord Mountbatten, portò a una bagno di sangue e a un trauma che inasprirono per generazioni il lungo conflitto per il Kashmir.

L’economia gandhiana come alternativa alla catastrofe del capitalismo

Trascureremmo una parte importante dell’eredità del messaggio di Gandhi se non prendessimo in esame la sua critica radicale all’economia e al modello di sviluppo occidentale, che egli delineò sin dal 1909 nel suo famoso libricino HindSwaraj(HS)28. La violenza strutturale provocata dall’attuale modello di sviluppo ha raggiunto livelli estremi29.

Gandhi vide tutto ciò con estrema chiarezza:

Dio non voglia che l’India debba mai adottare l’industrialismo secondo il modello occidentale. L’imperialismo economico di un solo piccolo stato insulare (la Gran Bretagna) tiene oggi il mondo in catene. Se un’intera nazione di trecento milioni di abitanti si mettesse sulla strada di un simile sfruttamento economico, essa denuderebbe il mondo al modo delle locuste30.

Oggi vediamo questo esercito di locuste all’opera: come ci ricordano ogni anno i numerosi rapporti internazionali. La pressione globale dell’umanità sull’ambiente è superiore alla disponibilità delle risorse e di questo passo, entro la metà del secolo, occorreranno tre pianeti per soddisfare la voracità dei sostenitori dell’attuale modello economico.

Nel proporre la rilettura di Hind Swaraij, Aditya Nigam trae spunto dalla metafora dell’«angelo della storia», connettendo Gandhi all’«Angelus novus» di Walter Benjamin, di cui cita il seguente passaggio:

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta31.

Questa tempesta si manifesta oggi in tutta la sua intensità con una molteplicità di crisi (economico-finanziaria, ecologico-energetico-climatica, relazionale-esistenziale) che creano condizioni di grande instabilità la cui radice ultima è di natura spirituale32.

Il messaggio di Gandhi e il suo «allarme precoce» rispetto alle crisi che ci dobbiamo aspettare sono stati man mano raccolti da molti altri studiosi e attivisti sociali che si sono resi conto che «tutte le prescrizioni necessarie per “risolvere” i problemi odierni si trovano in Gandhi 100 anni fa»33.

Cosa penserebbe Gandhi vedendo quanto succede oggi nel mondo, e dove sono coloro che si richiamano ai suoi insegnamenti?

Nel rispondere a questi interrogativi ci aiutano i seguenti passaggii di una bella conversazione tra Dilafruz Williams e Pramod Parajuli:

 Parlare di Gandhi oggi significa parlare delle popolazioni che traggono il loro sostentamento dalla terra e lo fanno in modo da nutrire sia la diversità biologica sia quella culturale»34.

L’ecologismo di Gandhi (se possiamo chiamarlo così) riguardava il mondo rurale dei contadini che cercavano di ricavare ciò che era necessario alla loro sussistenza da un pezzo di terra. In breve, egli non avrebbe potuto teorizzare la matematica della sostenibilità, ma ci ha mostrato come ottenere i mezzi di sostentamento35.

È quello che Joan Martinez-Alier chiama«ecologia dei poveri» i quali da sempre, ovunque nel mondo, hanno imparato a vivere in armonia con la natura, preservandone la capacità di ripristino36.

Pramod osserva inoltre che siamo soliti «parlare molto di come Gandhi educò le masse indiane, ma dimentichiamo facilmente cosa i contadini e le masse hanno insegnato a lui. A me sembra che furono i contadini di Champaran […] che diedero a Gandhi il primo amaro assaggio della realtà dell’India rurale nel 1917».

Oltre a Ruskin e Tolstoj, l’iniziazione di Gandhi ai problemi delle classi subalterne avvenne dunque con il coinvolgimento diretto nella loro vita: un’esperienza che lo segnò per tutta la vita e di cui c’è traccia nel suo «talismano». A partire da questa esperienza, egli seppe sviluppare un processo di decolonizzazione e di «pedagogia degli oppressi» basato sulla riscoperta del potere personale fondato sulla nonviolenza che ognuno di noi, comprese le persone più semplici e umili, possiede. Egli seppe trasformare l’apparente «debolezza» degli oppressi in una politica delle piccole cose (il charka, il khadi, una manciata di sale) con cui riuscì a piegare il dominio inglese.

Oggi se Gandhi fosse vivo sarebbe raggiante di felicità nel sapere che la gente si sta organizzando e mobilitando attorno a queste questioni triviali come cibo, semi, piante, conoscenza medica, brevetti, genoma umano, biodiversità e diversità culturale. Proprio come Gandhi utilizzò il charka (arcolaio) e una manciata di sale come simboli della lotta contro il dominio coloniale inglese, oggi semi, erbe medicinali e cibo sono diventati potenti punti di resistenza e di lotta contro il commercio globale e l’omogeneità»37.

Così come i buddhisti pensano che ciascuno di noi sia un potenziale Buddha, anche i persuasi della nonviolenza possono pensare che in ciascuno di noi ci sia un potenziale Gandhi da coltivare e fare emergere praticando l’insegnamento che egli ci ha lasciato: «sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo», seguendo il forte messaggio contenuto nel suo «Talismano»:

Ti darò un talismano.

Ogni volta che sei nel dubbio

o quando il tuo «io» ti sovrasta,

fa’ questa prova:

richiama il viso dell’uomo più povero e più debole

che puoi aver visto

e domandati se il passo che hai in mente di fare

sarà diqualche utilità per lui.

Ne otterrà qualcosa?

Gli restituirà il controllo

sulla sua vita e sul suo destino?

In altre parole,

condurrà all’autogoverno

milioni di persone

affamate nel corpo e nello spirito?

Allora vedrai i tuoi dubbi

e il tuo «io» dissolversi.

1Harold Coward (a cura di), IndianCritiquesofGandhi, State University of New York Press, Albany, New York, 2003,

2George Orwell, RiflessionisuGandhi in Id., Nelventredellabalena e altrisaggi, Sansoni, Firenze 1988, p. 174.

3A Note on Gandhi, www.swaraj.org/huxley.htm

4Vinay Lal on the academic silente on Gandhi, 12 ottobre 2008, http://antihistory.blogspot.com/2008/10/vinay-lal-on-academic-silence-on-gandhi.html e l’articolo originale di Vinay Lal: The Gandhi Everyone Loves to Hate, «Economic and Political Weekly», 4 ottobre 2008, www.sscnet.ucla.edu/southasia/History/Gandhi/GandhLoveToHate.pdf

5 Einaudi, Torino.

6 Edizioni Gruppo Abele, Torino.

7 Unicopli, Milano.

8 Levante, Bari.

9 Pezzini, Rimini.

10Vinay Lal, Gandhi’s West, the West’s Gandhi, «New Literary History», 2009, 40, pp. 281-313.

11Id.,op. cit., p. 284.

13 Sudarshan Kapur, Raising up a Prophet. The African-American Encounter With Gandhi, Beacon Press, Boston 1992; Purushottama Bilimoria, Influence of Gandhian nonviolence on the U.S. And African-American Civil Rightsmovement1905-1968, www.infinityfoundation.com/indic_colloq/papers/paper_bilimoria.pdf.

14 John Haynes Holmes e Bruce A. Southworth, Mahatma Gandhi: anAmericanPortrait, http://www.harvardsquarelibrary.org/Gandhi/ ).

15 Paul R. Dekar, TheHarlem Ashram 1940-1947: GandhianSatyagraha in the United States; http://www.peacehost.net/HarlemAshram/dekar.htm; Richard G. Fox, Passage from India: How Westerners Rewrite Gandhi’s Message, http://www.mkgandhi-sarvodaya.org/articles/passage_from_india.htm; Vijay Prashad, PropaGandhi Ahimsa in Black America, http://www.electricprint.com/academic/department/AandL/AAS/ANNOUNCE/vra/king/phil_gandhi_black.html .

18 Due Indie: Gandhiji e l’India moderna, http://serenoregis.org/2011/01/due-indie-gandhiji-e-l%E2%80%99india-moderna-%E2%80%93-johan-galtung/.

19 Gandhi oggi, EGA, Torino 1987, p. 24.

20 L’opera, in tre volumi,verrà edita da Gruppo Abele Editore a Torino tra il 1986 e il 1993, in tre volumi.

21 Per approfondire, rinvio a un mio breve contributo: Rivoluzioni nonviolente, colorate, manipolate?, http://serenoregis.org/2011/07/rivoluzioni-nonviolente-colorate-manipolate-recensioni-di-nanni-salio/

22 Richard Falk, A New G?ndh?an Moment?, http://www.transnational.org/forum/meet/2004/Falk_Ghandi.html.

23 Mary Kaldor, L’altra potenza. La società civile globale: la risposta al terrore, Università Bocconi, Milano 2004.

24 The Time for Nonviolence Has Come, Yes, estate 2003.

25 Dylan Mathews, War Prevention Works. 50 Stories of People Resolving Conflict, Oxford Research Group, Oxford 2001.

26 Edizioni Nuova Cultura, Roma.

27 Why Civil Resistance Works:  The Strategic Logic of Nonviolent Conflict, «International Security», 33.1 (Summer 2008): 7-44, http://belfercenter.ksg.harvard.edu/publication/18407/why_civil_resistance_works.html.

28 Per un’analisi più completa rinvio al mio HindSwaraj:iltalismanodiGandhi in Mahatma Gandhi, Vi spiego i mali della civiltàmoderna. Hind Swaraj, Gandhi edizioni, Pisa 2009, pp. 117-138, da cui è tratto gran parte del testo seguente. Si veda anche: Elena Camino, La prospettiva gandhiana come contesto unificante per la«sustainability science» e l’educazione alla sostenibilità, «Culture della sostenibilità», n. 7, 2011, pp. 7-64.

29 Tongram: Michele Klare,A Pandemic of Economic Violence, http://www.tomdispatch.com/post/175038.

30 G. Pontara, L’antibarbarie, op. cit., p. 300.

31 W. Benjamin, Angelus novus. Tesi di filosofia della storia, Einaudi, Torino 1962, pp. 76-7. Citato da Aditya Nigam,Gandhi – the `angel of History’: Rereading Hind Swaraj today, «Economic & Political Weekly», 14 March 2009.

32 Lynn White, Le radici storico-culturali della nostra crisi ecologica, n. 2, “Il Mulino”, n. 2, 1973.

33 Gvvsds Prasad, Gandhi’s Hind Swaraj – Its Relevance For Today, «Ahimsa Nonviolence», vol. III, n. 6, nov-dec 2007, p. 484.

34 Towards an Environmentalism of the Global South. A playful Conversation Around Mahatma Gandhi, Encounter, vol. 15, n. 2, summer 2002, pp. 56-70. Sullo stesso tema si veda anche: Pramod Parajuli, Revisiting Gandhi and Zapata: Motion of Global Capital, Geographies of Difference and the Formation of Ecological Ethnicities, http://www.idrc.ca/fr/ev-64534-201-1-DO_TOPIC.html.

35 Towards an Environmentalism of the Global South. A playful Conversation Around Mahatma Gandhi, Encounter, vol. 15, n. 2, summer 2002, p. 61.

36 Joan Martinez-Alier, Ecologia dei poveri. Le lotte per la giustizia ambientale, Jaca Book, Milano 2009.

37 Pramod Parajuli, Revisiting Gandhi and Zapata, op. cit., p. 59.

 

Articolo pubblicato nel primo numero della nuova rivista “Anima e Terra, psicologia-ecologia-società”, pp. 285, diretta da Franco Livorsi.

Il fascicolo contiene numerosi contributi che spaziano sulle molteplici interconnessioni tra psiche, società, economia, ecologia. Nella introduzione, Livorsi afferma che è imprescindibile fare riferimento ad autori come Gandhi e Jung per elaborare un “pensiero riformtore e rivoluzionario del XXI secolo”.

 

2 Risposte a “Gandhi in Occidente – Nanni Salio”

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