Pillole Alfabetiche. P come Pane…

… e come Pav (cioè Parco Arte Vivente)

Parco è anche un aggettivo che vuol dire «povero, di poche pretese», proprio come è il pane.

Arte si chiama proprio «arte bianca» quella dei panificatori e dei pasticceri, e fare il pane è davvero un’arte!

Vivente come il lievito, che fa essere «vivo» il pane, che lo «digerisce» e fa in modo che non diventi duro (se è lievito «madre», altra parola che richiama il vivente…).

Ora vi racconto perché le due cose – il pane e il Pav – sono legate in questo periodo, e lo saranno per un bel po’ di tempo.

«A fine giugno il PAV inaugura Focolare, un forno in terra cruda per la panificazione collettiva, aperto ad associazioni, gruppi informali e cittadini che vogliano sperimentare l’auto-produzione in una dimensione partecipativa (…)» (dal comunicato stampa dell’iniziativa, www.parcoartevivente.it)

Sì, avete capito bene! Un forno pubblico in città! A questo proposito mi torna in mente quando andavo in vacanza nel paese d’origine della mia famiglia (Narni, in Umbria) e mia zia mandava mia cugina e me al forno pubblico per cuocere una teglia («soletto», in dialetto narnese) di pomodori ripieni o di ciambelle con gli anici, perché nessuno aveva il forno in casa…

«Al vecchio forno di paese, dove convergevano periodicamente gli impasti che ogni famiglia produceva, i tempi di cottura e attesa diventavano occasione di incontro e di scambio di storie e conoscenze. Così Focolare accoglierà gruppi interessati a cuocere il proprio pane e a trasmetterne la storia, mettendo a dsposizione uno spazio di lavoro attrezzato con utensili e uno spazio di convivialità con tavoli e sedute».

«A livello simbolico non solo il pane ma anche il fuoco agisce come leva dell’immaginazione (…)»

Così immaginiamo, una domenica mattina, partiamo da casa con la nostra piccola teglia, tenuta al caldo per non che si fermi la lievitazione, e ci trasferiamo al PAV. Lì, insieme ad altre persone, inforneremo il nostro pane e poi, aspettando che cuocia, potremo parlare, raccontare la nostra ricetta o sederci a leggere il giornale commentando le notizie… un rito collettivo. Invece di «ognuno a casa sua col suo piccolo forno (magari – orrore! – elettrico)» un grande forno che prepara il pane di tutti. Trovo l’idea meravigliosa.

«La costruzione di un forno all’nterno di un’area museale come il PAV (…) intende favorire la nascita di una comunità (…) che si ritrova attorno al fuoco. (…) Il forno è di tutti».

Per continuare a parlare del pane, vorrei però anche offrire a chi non potesse organizzarsi per «il forno è di tutti» la possibilità di fare il pane in casa. Si tratta di quello che faccio io quando, per un milione di motivi, non riesco a fare il pane lievitato (e non ho, e non mi piace, la «macchina del pane», sia perché è elettrica, sia perché non si tocca né si vede l’impasto, sia perché «il fuoco è un’altra cosa», anche se è quello del gas):

Come preparare la chapâtî, il buon pane indiano

Preparare un impasto omogeneo e morbido con acqua, farina bianca (ma anche integrale), sale e un cucchiaio di olio extra-vergine d’oliva (2 etti di farina, un po’ d’acqua tiepida, quanto basta per ottenere un impasto morbido «come il lobo dell’orecchio»). Lasciar riposare una ventina di minuti.

Suddividere la massa in palline poco più grandi di una noce, stendere ciascuna pallina con un matterello, fino a formare dei dischi spessi all’incirca 2-3 millimetri.

Cuocere in una padella antiaderente precedentemente riscaldata, senza olio (va benissimo la padella per le crepes. Io ne ho una che mi hanno regalato, che non saprei come usare e che è destinata esclusivamente alla chapati.

Bisogna avere l’accortezza di stendere le chapati una per volta, così mentre una cuoce l’altra si prepara e non si attacca nell’attesa. Dopo qualche minuto di cottura la giriamo e dopo altri pochi minuti è pronta. Veloce, senza lievito, questo pane è buono anche freddo (ma certo appena preparato è squisito!) Se ne fa quanto ne serve, anche in piccole quantità, cuoce in fretta, con poco gas. Per evitare che l’impasto si attacchi, si possono ungere (e/o cospargere di fariina) il matterello e l’asse (o il tagliere, o il fondo di una teglia o il piano del tavolo…)

Allegati

Scarica il Comunicato Stampa del PAV: FOCOLARE

 

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