Il nostro Capitini 5. Religione e politica – Pietro Polito

Alla presentazione del libro di Laura Operti sulla cultura della nonviolenza si è sviluppata un’alta e appassionata riflessione comune con l’autrice, Enrico Peyretti, Marco Scarnera, Nanni Salio e gli altri amici presenti, che è continuata per molto tempo, sfiorando anche grandi problemi.

Una mia sollecitazione ha fatto emergere un tormentoso interrogativo che riassumo con parole mie: “L’umanità è un esperimento della natura (così pare la pensi l’amico Nanni Salio) o è un esperimento di Dio (così pare la pensi l’amico Enrico Peyretti).

Una riflessione importante che Peyretti ha fatto bene a non lasciar cadere, riprendendola in una delle sue frequenti “comunicazioni agli amici. Ne riporto l’essenziale: “Perché intendiamo non fare violenza? […] Siamo un puro accidente, ed è proprio indifferente che noi umani, una volta nati, siamo o non siamo? L’umanità merita di sopravvivere al pericolo globale? E il mondo stesso merita di essere? Ritenere che ci sia un senso intrinseco alle cose, non estrinseco, imposto, è un arbitrio e una violenza culturale? Non ci sono forme di conoscenza non-dimostrative? Perché “devo” – non per comando altrui, ma per coscienza – fare ciò che valuto bene e non fare il male? Non c’è, al di là del piccolo cerchio di luce illuminato dalla scienza relativamente certa, una realtà di cui abbiamo sentore, ma non definizioni dimostrative? Per la nonviolenza e la pace, non è forse importante – o fondamentale – questa aura di sensibilità che non solo le religioni, ma le sapienze, le arti, la poesia, la bellezza naturale, il volto di un bimbo, o di un sofferente, la gioia dell’amicizia, ci suggeriscono delicatamente? Si può costruire la cultura della nonviolenza soltanto con la politica, la sociologia, la psicologia? Credo che ci siano molte vie per andare alla nonviolenza: appunto, molte. Non è il caso di chiuderne nessuna. Il discorso è molto aperto e non si può stringere con poche affermazioni, non si può con-cludere. Ma proprio per questo è un’avventura affascinante, che forse ci distingue dal resto della natura.”

Non so rispondere a queste domande.

Due cose.

La prima: vorrei che non fosse così ma temo proprio che siamo un accidenti della natura. Non vorrei essere irrispettoso, ma questo timore non è solo della “classe dei colti”. Qualche giorno fa al mercato sotto casa mi è accaduto di ascoltare uno dei consueti scambi di battute sui mala tempora tra la signora del banco della frutta e un cittadino che si è concluso così: Cittadino – “Le vie del Signore sono infinite”; Signora del banco della frutta – “Le vie del Signore sono finite ormai”.

La seconda. Alla domanda: “Si può costruire la cultura della nonviolenza soltanto con la politica, la sociologia, la psicologia?”, Capitini risponde che non si può, sostenendo che la nonviolenza è aggiunta religiosa all’opposizione.

Di seguito continuo il viaggio attraverso il “nostro” Capitini

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Per capire la scelta religiosa di Capitini, occorre dire qualcosa dell’idea di politica di Aldo Capitini. Essa emerge, per esempio, dal suo impegno nel periodo ’44-’48, quando partecipò alla vita politica, occupando incarichi di scarso rilievo, forse probabilmente proprio perché il suo orientamento era facilmente inquadrabile nella posizione di questo o quel partito.

In quegli anni Capitini dedicò il suo impegno al Centro di orientamento sociale, il cosiddetto COS, fondato a Perugia nel luglio 1944, e in seguito in altre città dell’Umbria e della Toscana. Che cos’è il COS? Nella sua visione, il COS doveva essere una sorta di riproposizione dell’antico arengo, il luogo dove si riuniva l’assemblea dei cittadini del libero comune medioevale. Tra l’arengo e il COS si possono scorgere due differenze. In primo luogo, il COS non ha poteri deliberanti, ma, a differenza dell’arengo, si occupa sia di problemi amministrativi sia di problemi politici e sociali. In secondo luogo, quanto alle funzioni, il COS avrebbe dovuto svolgere una funzione interna, in quanto luogo di «formazione di una solidarietà democratica antitirannica», che a lungo andare prefigura uno «spazio nonviolento, ragionante, non menzognero, aperto», e una funzione esterna, in quanto – qui si nota ancora una volta il suo atteggiamento critico nei confronti della forma partito – «veniva ad aggiungersi ai partiti come una specie di “terz’ordine”, cioè tale da comprendere tutti.

È ben facile capire che una proposta, che a fatica trova un qualche spazio nella politica contemporanea, difficilmente poteva trovarne in quei primi anni di vita democratica, quando apparve subito chiaro che i protagonisti della rinascita non sarebbero stati i cittadini come avrebbe voluto Capitini, ma i partiti e i gruppi del potere economico. I COS furono appoggiati dalle sinistre, osteggiati fin dall’inizio dal partito democristiano, in seguito da quello liberale, poi, dopo l’appoggio iniziale, abbandonati anche da socialisti e comunisti. Forse in quegli anni l’unica politica possibile era la politica dei partiti. Ma dal discorso di Capitini si può estrarre un grande tema che ci accompagnerà e dividerà pure nel nuovo secolo: «l’unica politica possibile?».

Dal punto di vista della nonviolenza, da lui abbracciata senza riserve, è possibile un’altra “politica”, che porta con sé un’altra “legge”, un altro “potere”, un’altra “economia”. La differenza tra Capitini ed altri filosofi come Croce o scrittori politici come Gobetti, che stabiliscono un nesso strettissimo tra la politica e la morale, sta nel fatto che egli non si accontenta della “tramutazione” della politica attraverso l’etica: egli pensa che sia necessario fare un passo ulteriore e collegare la politica direttamente alla religione. Anche da questa punto di vista, dunque, egli si rivela una figura atipica, una figura di religioso-politico o politico-religioso, che ha suscitato e suscita perplessità e incomprensione, sia a sinistra sia a destra, sia tra i laici sia tra i religiosi: la religiosità di cui egli si fa portatore non è quella cattolica e tanto meno è riconducibile nell’arco delle religioni tradizionali.

Al fine di porre in evidenza la peculiarità della sua ispirazione religiosa, Capitini, che si considera un rivoluzionario religioso nonviolento, al termine “rivoluzione” preferisce un’altra espressione, che ho usato poco fa: “tramutazione”. Schematicamente, in tal modo egli vuole intendere che la liberazione politica e sociale passa non tanto attraverso una rivoluzione politica e sociale bensì attraverso una riforma religiosa. Di “tramutazione”, allora, parlava Ferdinando Tartaglia (1918-1988), nativo di Parma, ma di origini meridionali, sacerdote, sospeso a divinis perché acceso assertore della falsità del cattolicesimo e fautore di un cristianesimo rinnovato dal protestantesimo. Insieme a Tartaglia, Capitini fondò, siamo negli anni ’48-’50, il Movimento di religione e si fece promotore di varie iniziative, tra cui l’Associazione italiana ex-sacerdoti (AIES). L’iniziativa più significativa del Movimento di religione fu il Primo congresso per la riforma religiosa in Italia (Roma, ottobre 1948).

Il discorso religioso di Capitini è più complesso di quello infiammato e millenaristico dell’amico Tartaglia. A torto, a volte, si trova inserito nella storia culturale del cattolicesimo. Al contrario, Capitini non fa parte di quella storia, al punto che giunse a fare atto di apostasia. Il 27 ottobre 1958 scrisse una lettera all’Arcivescovo di Perugia, mons. Pietro Parente, per essere cancellato dal registro dei battezzati, perché egli non si sentiva parte di quella Chiesa.

Per Capitini, non si tratta solo di riportare il cattolicesimo alle origini evangeliche di un cristianesimo ravvivato da un salutare confronto col protestantesimo (Tartaglia). Persuade poco anche l’accostamento di Capitini al cristianesimo. Non sarebbe corretto parlare di anticristianesimo, perché «il cristianesimo ha pur sempre mantenuta viva, nel suo seno, ora più ora meno, una corrente di religione aperta». Piuttosto la sua religione si configura come una sorta di “postcristianesimo”, che inverte il celebre detto crociano: dall’incontro tra la tradizione religiosa occidentale con altre tradizioni diverse emerge non tanto la convinzione che «non possiamo non dirci cristiani» (Croce) quanto una consapevolezza nuova che «non possiamo più dirci cristiani».

D’altra parte, il discorso di Capitini non si esaurisce nell’ambito religioso, ma si allarga a un più generale confronto tra laicità e religiosità: a suo giudizio si rivelano inadeguate sia le religioni tradizionali (per esempio il cattolicesimo, il protestantesimo, l’ebraismo, il buddhismo) sia le varie prospettive laiche (per esempio l’illuminismo, la crociana religione della libertà, il comunismo).

Entrambe queste posizioni, sia le religiose sia le laiche, risultano incapaci di superare i limiti dell’esistente: la religione tradizionale rimanda la liberazione ad un altro tempo e ad un altro mondo; il pensiero laico, rinunciando alla trascendenza, si rinchiude nei limiti di questo mondo e lo accetta quale è.La nuova religione, prefigurata da Capitini, è la religione che si propone di andare oltre, di far sì che «il paradosso si attui», qui, ora, subito.

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