Bobbio e Capitini, lettere costruttive di pace – Enrico Peyretti

Nel cortile affollato di via Garibaldi 13, il 2 giugno, nella festa della Repubblica e del Trentesimo anno del Centro Sereno Regis, sono stati evocati nella loro amicizia e differenza Norberto Bobbio e Aldo Capitini. I due filosofi ebbero una fitta corrispondenza (117 lettere) dal 1937 al 1968 (morte di Capitini). L’epistolario, pubblicato a cura di Pietro Polito, collaboratore di Bobbio e studioso di Capitini, è stato presentato, analizzato, commentato da Luigi Bonanate e Massimiliano Fortuna, con belle e precise relazioni.

Qui raccolgo soltanto qualche spunto suggeritomi dall’ascolto. La prima differenza viva e complementare tra i due maestri sembra questa: Bobbio ha una laicità “positiva” (come si dice oggi), cioè un socratico sapere di non sapere, che non chiude e non nega l’ulteriorità a cui il religioso si apre: non ateo ma agnostico. Capitini è un religioso eretico, specie rara nella storia italiana, e dunque, come ogni eresia appassionata di maggiore e nuova verità, contribuisce all’approfondimento personale e sociale della varia ricerca religiosa. I due hanno dialogato senza risolvere la propria visione personale nella visione dell’altro, ma comunicando profondamente. Hanno realizzato un modello di pace plurale, nella differenza rispettosa e complementare, che è il modello migliore di pace.

Si è detto che Bobbio aborriva le perdite di tempo, sottratto al suo intenso lavoro di studio, di professore. Sì, ma mi risulta, dal senatore Mario Gozzini, di Firenze (morto nel 1999), suo collega nella commissione giustizia del Senato, che Bobbio sentì il dovere di lavorare assiduamente anche come parlamentare, un po’ seccato, sì, ma impegnato. Non intese affatto la nomina a senatore a vita come un vuoto onore. Così pure, Polito mi disse altre volte che Bobbio riservava un po’ di tempo ogni giorno per invitare persone con cui scambiare opinioni sulle cose pubbliche. È così che io l’ho conosciuto e frequentato. Studiava molto, ma non solo nei libri, anche con le persone.

Bobbio e Capitini possono essere qualificati come il pensatore razionale e realistico l’uno, il profeta attivo l’altro: la storia e la convivenza sociale in Bobbio, la realtà liberata, nel suo compimento, in Capitini. Qui mi piace citare Ernesto Balducci, altra figura morale e intellettuale italiana di valore: «La storia dà torto ai profeti e, quando sono morti, tenta di reintegrarli in sé, canonizzandoli. Ma i profeti continuano a dar torto alla storia e hanno le prove: solo che quelle prove sono riposte nello scrigno del futuro» (E. Balducci, Francesco d’Assisi, ECP, Fiesole 19B9, p.175). Balducci vedeva, con Gandhi, due lunghezze temporali: quella breve dei fatti, quella lunga e profonda della maturazione delle coscienze (cfr E. Balducci, Gandhi, ECP, Fiesole 1988, pp. 9, 126). E cito Johan Galtung: «Bisogna dire le cose premature. Essere realisti è essere creativi».

I relatori Bonanate e Fortuna, coordinati da Polito, hanno registrato un significativo cambiamento di Bobbio verso Capitini dopo la sua partecipazione, nel 1961, alla marcia per la pace Perugia-Assisi. Bobbio si dedicò da allora agli studi sulla guerra e la pace, che sono tra i suoi più importanti, suscitati specialmente dalla consapevolezza del rischio atomico nell’ «equilibrio del terrore». E, pur rimanendo «perplesso» sulla nonviolenza, la considerò ricerca della massima importanza: «Era ormai venuto il momento di rimettere in onore il tema della nonviolenza, di cominciare a considerarlo il tema fondamentale del nostro tempo» (in Il problema della guerra e le vie della pace, ma solo nell’edizione del 1979, p. 13). «La non violenza è il tema fondamentale che fin da subito mi aveva personalmente affascinato nell’opera di Capitini, dalla quale ho creduto di poter ricavare una filosofia della storia fondata sul passaggio dalla violenza alla non violenza» (Prefazione, in P. Polito, L’eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta, 2001, p. 9). Mi pare, nonostante questo rilevo filosofico, che alla fine abbiano prevalso in Bobbio le obiezioni e i dubbi sulla praticabilità della lotta nonviolenta.

È stato notato nel dibattito che a volte i nonviolenti appaiono troppo assertivi. Capitini parla da “persuaso” della liberazione che intravede, ma non per questo è apodittico, non dimentica gli aspetti problematici, non cessa di ascoltare. E Bobbio dubbioso e indagatore può parlare con lui, può ascoltarlo come ha fatto anche con altri nonviolenti, interrogando, stimolando, senza sentirsi di fronte a certezze murarie. Anche per noi, una fiduciosa persuasione non è fissazione indiscutibile.

Anche sui temi religiosi, Bobbio interroga, non nega, esprime il proprio sentire, propone e ripropone il grave problema del male, ma ascolta attento e annuisce quando un cristiano gli dice che l’unica risposta che può dargli è la propria fiducia che nei martiri del bene, e in modo eminente nell’uomo Gesù ucciso per fedeltà all’annuncio del bene più vivo del potere, Dio, il Vivente, si fa solidale col dolore umano, non più abbandonato al non-senso.

Questo libro di lettere tra due grandi rappresenta una eccellente prova, che anche alcuni di noi hanno fatto, di colloquio serio tra religiosi e non religiosi, perché la vera universale “re-ligione” (cioè collegamento tra ogni vita e realtà) non è nelle teorie sulla vita e sulla morte, ma nell’azione giusta verso chi è schiacciato da prepotenze e violenze, impedito nel suo sviluppo umano, è nella speranza e nel lavoro per una “realtà liberata”, o presto in questa storia travagliata o in una sua attesa pienezza.

, 2 giugno 2012

 

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Fondazione Centro Studi Aldo Capitini – Aldo Capitini, Norberto Bobbio, Lettere 1937-1968, a cura di Pietro Polito, Carocci editore, Roma 2012, pp. 139, euro 18,00

 

 

 

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